L'ORA DEL PASTO. I RACCONTI DELLA MAGLIA NERA: ANGIOLINO PISCAGLIA - 1

GIRO D'ITALIA | 07/05/2026 | 08:30
di Marco Pastonesi

Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. Questa è la prima puntata.


La conquistò al Giro d’Italia del 1957: aveva 24 anni. Adesso che ne ha 93, è la più vecchia – ormai antica – maglia nera vivente. Perché la maglia nera prima si indossa, poi si diventa. Angiolino Piscaglia, romagnolo di Novafeltria, sammarinese di Borgo Maggiore, eterno innamorato della bicicletta.


Piscaglia, quel lontano innamoramento?

"Papà minatore, mamma casalinga, poi otto figli. Papà era un Carnera, lo chiamavano così, grande e grosso, anche grande e grosso lavoratore. Sembrava un pugile, avrebbe voluto essere un corridore, ma lo sport era un’attività superflua, da ricchi, e lui non se lo poteva permettere. Fui io a ereditare la sua passione. Nel 1956 sfiorai l’Olimpiade di Melbourne, nel 1957 passai professionista nella San Pellegrino, il direttore sportivo era Gino Bartali. E professionista sarei stato fino alla fine del 1961 con la Ghigi”.

Anche lei “tutto sbagliato, tutto da rifare”?

“Avevamo gli stessi battiti del cuore a riposo, Bartali e io: 32. Ma non avevamo gli stessi battiti sotto sforzo. E’ chiaro, lui aveva qualcosa più di me, anzi, molto più di qualcosa. Però Bartali pensava che, con gli stessi battiti su una poltrona in salotto, dovessimo avere anche lo stesso rendimento sulla bici in corsa. E siccome non lo avevo, mi dava del lavativo”.

Fausto Coppi?

“Era un signore. Un signore a piedi e in bici. A un Giro di Toscana, su una salita, perdevo contatto dal gruppo. Non era il mio forte, la salita. Poi, improvvisamente, inaspettatamente, magicamente, mi sentii più leggero, più forte, come sospinto da un vento favorevole, alleato, complice. Mi voltai. Era lui che mi spingeva. Coppi che spingeva Piscaglia. Un dono infinito”.

Quel Giro del 1957?

“Con la maglia della San Pellegrino, appunto, una squadra che selezionava i migliori dilettanti e li introduceva nel professionismo. La prima tappa e la prima maglia rosa a Rik Van Steenbergen, un gigante belga campione del mondo. Poi una cronometro di quasi 60 km, dove consolidai il mio ultimo posto, lo sconfinamento in Svizzera, il Bondone dopo l’Apocalisse dell’anno prima, in quella tappa andai in fuga e in fuga rimasi fino all’inizio dell’ultima salita… Così, dopo 20 tappe e due semitappe, e dopo quasi 4mila km, dei 120 partiti fui il 79esimo arrivato, a più di tre ore e mezza da Gastone Nencini”.

La maglia nera?

“Non esisteva – c’era prima e ci sarebbe stata dopo -, e io non la cercavo, non mi infastidiva, non mi interessava granché. Solo alla fine scoprii che esisteva un premio destinato all’ultimo: due settimane di villeggiatura per me e famiglia, regalate da un albergatore di Forte dei Marmi. Ci andai con due cugini. Mangiare e dormire, tutto spesato: una felicità”.

E i momenti meno felici?

“Il ciclismo è faticoso. Ma io cercavo di fare meno fatica possibile. E quando la fatica era troppa, mi staccavo e proseguivo con il mio passo, più lento, più ragionevole. Una volta scesi dalla bici e la spinsi a braccia. Ma non ero il solo a mettere i piedi a terra”.

Che ciclismo era?

“Un altro ciclismo. Le biciclette di acciaio pesavano, le maglie di lana pesavano, gli allenamenti erano chilometri e distanze, non lavori e ripetute, la bicicletta voleva dire fatica e freddo ma anche libertà. Il ciclismo di adesso, così diverso, non mi entusiasma molto, forse perché i corridori vanno così forte e sembra che non facciano neanche tanta fatica”.

Lei va ancora in bicicletta?

“Dalla primavera all’autunno, ma non in inverno. Ho ancora la Ganna del Giro del 1958, bella, come nuova, per acquistarla mi fanno una corte spietata. Ma pedalo su una mountain bike, più leggera e meno preziosa. Esco di casa, a Rimini raggiungo mio fratello, pedaliamo un po’ insieme, poi torno indietro, 40-50 km in tutto. Considerata la mia età, una bella soddisfazione”.


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