Unica prova monumentale in terra di Francia, la Parigi-Roubaix è unica anche fra le classiche, al punto da esserne considerata la Regina. Unico è anche il suo timbro di corsa dura e dal sapore di ciclismo antico, dove forza e resistenza sono le doti fondamentali per conquistarla: per questo non guarda in faccia a nessuno, ma premia il più bravo a resistere alle sue trappole. Tante, lungo un viaggio che quest’anno è di 258 chilometri nelle piatte campagne del Nord: prima di tutto il pavé, quasi 55 chilometri di pietre distribuiti in trenta settori, poi il vento, i guai meccanici, le cadute e il fango in caso di maltempo. Ma da Compiegne all’iconico velodromo della città del carbone conterà farsi trovar pronti soprattutto nei punti chiave, tutti storicamente noti: la foresta di Arenberg, vero spartiacque fra chi coltiva il sogno di vincere e chi può realizzarlo, Mons en Pevele e Carrefour de l’Arbre, ai quali spetta spesso il verdetto finale. In un albo d’oro a forti tinte belghe, l’Italia è terza dietro la Francia con 14 successi, l’ultimo nel 2021 con Sonny Colbrelli, unico dei nostri a lasciare il segno in questo millennio. Ecco le dieci facce che inseguono la pietra-trofeo riservata al vincitore.
Mathieu Van der Poel. Vince perché l’ha fatto nelle ultime tre edizioni, perché laddove conta l’abilità di guida è un maestro, perché in una corsa senza salite è difficile lasciarselo alle spalle. Non vince perché ha trovato chi è in grado di farlo arrivare ai momenti decisivi a corto di fiato.
Tadej Pogacar. Vince perché le sei corse disputate dopo il mondiale le ha vinte tutte, perché ha un motore superiore rispetto ai più forti, perché un anno fa all’esordio l’ha frenato soltanto una caduta. Non vince perché su un percorso così c’è chi non è inferiore a lui.
Filippo Ganna. Vince perché è la classica su cui ha puntato la stagione, perché è quello che si presenta al via meno stanco di tutti, perché ha lo spartito giusto per poter esprimere tutta la sua potenza. Non vince perché sulle pietre non basta andar forte, ma serve anche fortuna.
Wout Van Aert. Vince perché è tornato al top e prima o poi una la imbrocca, perché nelle ultime quattro apparizioni ha sempre chiuso nei primi sette con due podi, perché è un altro di quelli che sui sassi si sente a casa. Non vince perché almeno uno che va più forte di lui lo trova sempre.
Mads Pedersen. Vince perché nelle ultime due edizioni è finito terzo, perché è uomo da corse dure, perché ha accanto una squadra molto solida e in Milan una possibile alternativa. Non vince perché fra incidenti, malattie e cadute questa primavera qualcosa gli ha tolto.
Jasper Stuyven. Vince perché dei belgi in circolazione è uno dei più in forma, perché in questa classica ha chiuso tre volte nei primi sette, perché è un altro di quelli che non consideri mai e alla fine ci sono sempre. Non vince perché in squadra ha valide alternative come Lampaert e Merlier.
Jasper Philipsen. Vince perché in caso di arrivo in gruppetto è il più veloce di tutti, perché in un paio di occasioni ha chiuso secondo dietro il compagno Van der Poel, perché questa è una delle classiche che indossa meglio. Non vince perché Van der Poel farà corsa a sé e non gli sarà d’aiuto.
Florian Vermeersch. Vince perché è un altro belga che sta andando fortissimo, perché al debutto in questa corsa è subito salito sul podio, perché da ex crossista questa è la classica che preferisce. Non vince perché il suo ruolo sarà aiutare Pogacar e gli assorbirà tutte le energie.
Christophe Laporte. Vince perché è un corridore fatto apposta per questi percorsi, perché sulle pietre ha sempre fatto bene, perché quest’anno nelle corse al Nord non è mai uscito dai primi dieci. Non vince perché lavorare per il compagno Van Aert sarà il suo compito principale.
Gianni Vermeersch. Vince perché è in un momento di forma eccezionale, perché in questa classica quasi sempre è arrivato davanti, perché l’assenza di un grande leader gli consentirà di giocare le proprie carte. Non vince perché un conto è far bene da gregario, un altro da primattore.