Il 25 maggio 1876 (“tempo permettendo”). Da Milano (Porta Magenta, via San Pietro in Sala) a Torino (la barriera di Porta Milano), 150 km. Partecipazione (“entratura”) libera (ma “la corsa non avrà luogo se vi saranno meno di dieci velocipedisti”). Pronti-via alle quattro (“antim”, cioè del mattino): e i partenti erano soltanto otto. La prima Milano-Torino della storia sarebbe stata vinta da Paolo Magretti. Milanese, 21 anni. Famiglia di ingegneri, lui – un mezzo scandalo – entomologo, la passione per la bicicletta quando ancora non si chiamava così, la curiosità per il ciclismo quando più che uno sport sembrava un’avventura. Magretti arrivò al traguardo dopo 11 ore alla non irresistibile media di 13 all’ora davanti ad altri tre irriducibili pionieri.
La storia di Magretti si sovrappone a quella di Paolo e Marcus: tutti e tre innamorati della bicicletta, tutti e tre rapiti dagli imenotteri, quell’ordine di insetti che, fra le 120mila specie, comprende anche vespe e api, formiche e calabroni, tutti e tre ma in epoche diverse (Magretti tra Otto e Novecento, Paolo tra Novecento e Duemila, Marcus nel Duemila) e con diverse competenze (Magretti da naturalista ed esploratore, da scienziato e ricercatore, Paolo da negoziante e studioso, Marcus da appassionato e studioso). Ma l’attrazione per la bicicletta e per gli insetti – più amore che interesse – sembra un segno del destino. E forse lo è.
“Per sempre mai più” (Teka Edizioni, 192 pagine, 12 euro) è il romanzo in cui Gianluca Alzati (l’autore di “Volevo fare la corridora”, Ediciclo, sulla storia di Morena Tartagni) collega Magretti a Paolo e Marcus: la vita è una traiettoria, e le loro traiettorie – a due piedi o a due ruote – si sfiorano e s’incrociano, diventano scie e tracce, si trasformano in fughe e inseguimenti, e alla fine trovano un loro traguardo, oltre che un loro senso e una loro pace. Il romanzo è del 2019, ma ritorna come nuovo ogni volta che scatta la Milano-Torino (la prossima sarà il 18 marzo, da Rho al Superga).
Le pagine di Magretti, letterariamente autobiografiche, scritte in corsivo, quelle di Paolo e Marcus in tondo. Le pagine di Magretti formali, ricercate, quasi nobili, in uno stile ottocentesco, quelle di Paolo e Marcus attuali, nude e crude. Le pagine di Magretti ricche di aggettivi, quelle di Paolo e Marcus urbane e rock, problematiche e perfino shock. Poi però basta una corsa in bicicletta per scaricare le pressioni, liberare le tensioni, ritrovare una direzione, individuare una meta.
La Milano-Torino del 1876 cominciò “prima del sorgere del sole”, “non pioveva ancora quando lo starter alzò la pistola”, “una curva a gomito, resa scivolosa dalla pioggia, causò l’abbandono di un corridore”, “eravamo rimasti in sette ad attraversare le risaie della Lomellina”, “i due in testa al gruppo cominciarono a superarsi a vicenda” finché “nelle continue schermaglie per contendersi la momentanea prima posizione, il gomito dell’uno incocciò nel manubrio dell’altro e i due si trascinarono a terra”, infine “primo di quattro cavalieri superstiti, quattro pionieri di un nuovo sport che di lì a poco sarebbe diventato molto popolare”, “ad aspettarci c’era un pubblico numeroso e festante, comprese alcune donne con gli ombrelli aperti per ripararsi dal sole e i ventagli sventolanti per rinfrescarsi il viso”.
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