L'ORA DEL PASTO. I 70 ANNI DELL'INARRIVABILE NAKANO (NEL GIORNO DEI CAMPIONI)

COMPLEANNO | 14/11/2025 | 08:40
di Marco Pastonesi

L’Imperatore del keirin, il Drago della velocità, il Pericolo Giallo, la Freccia del Sol Levante. Oggi Koichi Nakano compie 70 anni, lo stesso giorno di Vittorio Adorni, Bernard Hinault e Vincenzo Nibali (e di un campione di lealtà come Miculà Dematteis, e di un campione non tanto da corridore ma da piadinarolo come Roberto Pelliconi), tanto che ormai tutti considerano il 14 novembre il giorno dei campioni del ciclismo.


Giapponese, 10 titoli mondiali nella velocità, un primato ineguagliato e ineguagliabile, Nakano era uno sprinter compatto ed esplosivo, ma anche tatticamente intelligente e agonisticamente spregiudicato. Me lo sono fatto raccontare da due italiani che lo hanno affrontato, con diversi esiti: Giordano Turrini, bolognese di Anzola, pistard prestato saltuariamente alla strada, e Guido Bontempi, bresciano di Gussago, stradista restituito saltuariamente alla pista.


Turrini: “Mondiali di velocità del 1976, in Italia, a Monteroni. Trovai Nakano in batteria. Non lo conoscevo. Mi batté. Rientrai in gara attraverso i recuperi. Me lo ritrovai in semifinale. Ma adesso lo conoscevo, lo superai, due prove su due, però non fu affatto facile, tant’è che sarebbe diventato il più forte di tutti. I velocisti giapponesi erano, per noi europei, una novità. Nakano, dell’isola del sud, e Joshua Sugata, dell’isola del nord. La pista di Monteroni era lunga 333,33 metri. Io preferivo le piste corte, il massimo erano quelle sotto i 200 metri, quasi prive di rettilinei, catini dove ci voleva più testa che gambe. Tant’è vero che ai campionati europei, che si disputavano su piste corte, ma pur sempre con i migliori velocisti, collezionai sei primi posti, un terzo e un quarto. Invece Nakano era abituato alle piste più lunghe, dove sul rettilineo finale aveva spazio e tempo per uscire dalla scia dell’avversario e far valere la sua potenza. Incrociai Nakano anche ai Mondiali del 1977, in Venezuela, a San Cristobal, ancora in semifinale. Anche questa pista era lunga 333,33 metri, ma stavolta Nakano aveva preso le misure non solo della pista, ma anche le mie, e mi batté in due prove. Aveva una moto – si fa per dire, ovviamente – dentro la bici”.

Turrini aveva molti tifosi giapponesi: “Nel 1979 ad Amsterdam si tenne il primo Challenge del keirin, una sorta di prova generale prima di includere questa prova, tipicamente giapponese, fra quelle dei Mondiali. Vinsi io. Ma continuo ad avere la sensazione che quel giorno furono proprio i giapponesi a farmi vincere. Credo che volessero dimostrare che questa disciplina era adatta a tutti, anche agli europei. E credo che la mia vittoria facilitò l’inclusione del keirin nel programma mondiale”.

Bontempi: “Mondiali di velocità del 1981, in Cecoslovacchia, a Brno. Avevo disputato il keirin e conquistato la medaglia d’argento. Galvanizzato, arrivai alla semifinale della velocità, dove mi toccò Nakano. Angelo Lavarda, il c.t. della pista, si era raccomandato di anticipare Nakano. Nella prima prova riuscii a chiuderlo in alto sulla balaustra, ma lui mi rifilò una spallata, il suo ginocchio si agganciò al mio manubrio, volai a terra come un sacco di patate, mi rialzai con la clavicola fratturata. Risultato: lui, squalificato la prima prova, vinse per forfait la seconda e la terza, si qualificò per la finale e batté il canadese Gordon Singleton, invece io, vincitore della prima prova ma impossibilitato a continuare, finii all’ospedale e così oltre alla semifinale saltai anche la finale per la medaglia di bronzo. Constatata la frattura, fui dimesso dall’ospedale, trascorsi la notte, insonne, in hotel, la mattina successiva fui trasferito a Praga e operato, mi applicarono una gabbietta e mi ricucirono con il filo, 50-60 giorni immobile. Molti anni più tardi ritrovai Nakano a una Japan Cup: ci presentarono, io mi ricordavo di lui ma anche lui si ricordava di me, nessuna polemica, si sapeva che in pista si correva al limite di tutto, anche oltre il limite, e poi io ero al primo anno di professionismo, un pivello, lui aveva già vinto quattro Mondiali e quello sarebbe stato il quinto, una volpe”.

“Guidone” da dilettante aveva partecipato alle Olimpiadi di Mosca, nel 1980, quarto (con record italiano) nel chilometro da fermo e quarto (con record del mondo in batteria) nel quartetto dell’inseguimento: “Da professionista, finita la stagione su strada, mi dedicavo un po’ anche alla pista. Titoli italiani nel keirin e nella corsa a punti, anche le Sei Giorni, a Milano e a Parigi, con Moser e Thurau, ma il mio compagno fisso era Bincoletto. Loro correvano per guadagnare, io per arrotondare”.

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COMMENTI
Ottavio Dazzan
14 novembre 2025 10:53 Manlio
Da ricordare anche il grande Ottavio che fu l'unico italiano in quegli anni ad avvicinarlo arrivando una volta secondo e due volte terzo.

Fantasticando,
14 novembre 2025 14:16 noel
con l'intelligenza artificiale, gare tra i Grandi del passato (Maspes,nakano, ecc..) e Lavreysen, Hoogland ...😉🤭

Leicester
15 novembre 2025 12:38 Aleimpe
L' unica volta che rischio di perdere quella serie di 10 titoli mondiali di fila fu nel 1982 a Leicester, vero ?

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