MINALI: «MENTALITÀ E UMILTÀ, INTERMARCHÉ WANTY GOBERT È QUELLA GIUSTA PER ME»

INTERVISTA | 02/03/2021 | 08:00
di Nicolò Vallone

La speranza è l'ultima a morire era stato il mantra della nostra intervista a Riccardo Minali il 20 novembre.


E come nel più lieto dei lieti fini, proprio nella settimana finale del 2020, il quasi 26enne veronese ha firmato con l'Intermarché Wanty Gobert, new entry assoluta nel World Tour 2021. Da senza squadra dopo due anni nelle Professional all'agognato ritorno nella massima categoria ciclistica, nell'arco di due mesi. From zero to hero, cantava qualcuno.


Minali ha già iniziato l'avventura nel team belga con una corsa di livello, l'UAE Tour. In ossequio al motore diesel delle sue gambe, ha dato il meglio di sé nelle ultime due tappe, dove è arrivato 11° e 9° nelle volate vinte da Bennett e Ewan. Abbiamo raggiunto telefonicamente Riccardo per farci raccontare nel dettaglio cosa è successo in questi tre mesi e una settimana, da quell'accorato appello lanciato tramite tuttobiciweb al piazzamento di tappa in World Tour:

«Quando ci siamo sentiti a novembre avevo detto che non c'era nessun contatto concreto, e in effetti era così: solo parole, nulla di fatto. Ma il contatto solo verbale che avevo avuto era proprio con l'Intermarché Wanty Gobert, erano l'unica speranza a cui ero aggrappato. Come raccontavo, non ho mai smesso di allenarmi, perché vedevo quella piccola luce in fondo al tunnel. Però più dicembre avanzava, più mi stavo rassegnando. Mi ero dato una scadenza: se al 31/12 non avessi avuto nulla in mano, mi sarei voltato da un'altra parte e avrei chiuso la parentesi ciclismo. Ma dentro di me ci speravo, non meritavo di smettere di correre. E alla Vigilia di Natale ho ricevuto la telefonata del mio procuratore: in 5 minuti sono passato dall'essere una persona triste a essere il più felice del mondo. Ho passato uno dei Natali più sereni degli ultimi anni! Dopodiché ho firmato e mi sono detto "Bene, ora sta a me dimostrare che valgo quello che penso di valere". Ho preso ad allenarmi con la squadra, siamo andati in ritiro, abbiamo delineato il calendario della stagione, e ora siamo a pieno regime. L'Intermarché è una gran struttura, in organico ci sono altri elementi provenienti da World Tour, alcuni dei quali dalla "defunta" CCC, non ci fanno mancare nulla, lo staff è preparato e i programmi ben definiti. Personalmente qui mi sento come non mi sono mai sentito in altre squadre, mi sento a casa. Si respira la mentalità belga, mi piace...» 

In cosa consiste questa mentalità?

«È simile a quella italiana e spagnola, perfetta per un velocista. Per me il ciclismo non è matematica, conta invece l'affiatamento, se ti trovi bene o meno coi compagni. È un ciclismo "ignorante" in senso positivo: non hanno paura di attaccare, anche sui muri, pronti via ci si butta dentro... e si fa gruppo con allegria, con la battuta sempre pronta.»

E in questo gruppo con chi stai legando in particolar modo?

«Per forza di cose coi tre italiani Andrea Pasqualon, Simone Petilli e Lorenzo Rota. In particolare con Pasqualon, abbiamo molte visioni simili. Mentre in ritiro sono stato in camera con Quinte Hermans, ottavo ai Mondiali di ciclocross. Ma al di là di questo, c'è tanto feeling con tutti, nessuno escluso! Nessuno fa il galletto o il fenomeno, sono tutti tranquilli e modesti. Sto alla grande, all'inizio magari avevo un po' di "paura" ma ora dico che se mi offrissero già ora un rinnovo di contratto lo firmerei subito. È la squadra giusta per me, è già grande ma vuole diventarlo ancora di più. Mi sono trovato al posto giusto al momento giusto. Adesso c'è una stagione ricca di corse, da affrontare col coltello tra i denti.»

Stagione iniziata con l'UAE Tour...

«Sì, c'è da premettere che per le volate ci sono due gruppi: il mio e quello di Van Poppel, che segue due calendari diversi. Sappiamo sempre per chi corriamo di gara in gara. Il mio gruppo ha cominciato subito con la corsa negli Emirati e l'ho preparato bene. Fisicamente sto bene e i numeri in allenamento sono i migliori della mia vita. Sono andato là con aspettative alte, per quanto fosse praticamente un mondiale degli sprinter: dei velocisti top mancava solo Demare. L'aspetto più positivo è il buon feeling con Wesley Kreder, che mi aiuta nelle volate e farà la maggior parte delle corse con me. Era importante trovare sintonia con lui. Mi sono però reso conto che mi manca ancora un po' di cattiveria. Da 3 anni non faccio volate "vere". In sostanza, questo giro mi ha dato la consapevolezza che stiamo lavorando nel modo giusto e che con più freddezza negli ultimi metri possono arrivare grandi risultati. Nell'ultima volata, ad esempio, i compagni mi hanno messo perfettamente a 500 m dall'arrivo e mi sono detto "Oggi si fa bene". Speravo che gli uomini della DSM partissero subito, invece mi sono trovato risucchiato in mezzo al gruppone e ho dovuto superarne 3-4 negli ultimi 60 metri. Sono arrivato 9° ma per la fame che avevo potevo far meglio!»

Quali sono i prossimi appuntamenti?

«Ora ho giusto qualche giorno per riposarmi a casa e nel weekend sarò in Belgio per correre il GP Monseré: vado là agguerrito per vincere. Nella seconda metà di marzo farò la classica di Bredene e poi in teoria dovrei partecipare alla Volta a Catalunya, ma dobbiamo ancora vedere perché è un percorso molto duro, ne stiamo parlando. A inizio aprile 3 corse da un giorno, due in Francia e la Scheldeprijs in Belgio. Dopodiché il team deciderà il roster per il Giro d'Italia. Ancora non è stato dichiarato nessun nome, io farò di tutto per esserci. L'8 aprile andrò in Sierra Nevada per due settimane di preparazione in altura e a fine mese affronterò il Giro di Romandia. Poi, per l'appunto, spero nel Giro. Starà a me guadagnarmelo.»

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