L'ORA DEL PASTO. ALDO RONCONI E QUELLA PASSIONACCIA PER IL CICLISMO - 1

STORIA | 19/08/2026 | 08:10
di Marco Pastonesi

Fra buste, cartelle e faldoni, è spuntato anche questo mio pezzo su Aldo Ronconi, scritto nel gennaio 2003, custodito prima nella ghiacciaia (un archivio) della “Gazzetta dello Sport”, poi su carta stampata (con le correzioni a penna dello stesso Ronconi) e finito in uno scatolone. Avrei voluto pubblicarlo nel libro “I diavoli di Bartali” (Ediciclo, 2016), invece colpevolmente me ne dimenticai. Il pezzo è scritto in prima persona: è Ronconi che racconta. Questa è la prima puntata.


(All’amico Aldo Ronconi, leale avversario degli anni buoni del ciclismo. Gino Bartali 3.10.1987)


Gli anni buoni del ciclismo erano quelli lì, prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Buoni si fa per dire, perché erano duri, sporchi e a volte anche cattivi. Ma se l’ha detto Bartali, sarà stato vero.

Sono nato a Santa Lucia delle Spianate, a cinque chilometri da Faenza. Figlio di un cantoniere, cioè stradino, del Comune di Brisighella: si considerava un uomo fortunato, guadagnava 350 lire al mese e gli operai chiedevano a lui di fare i settimanali, gli stipendi settimanali, perché si veniva pagati a settimana. E figlio di una casalinga, che già anche quella era una fortuna, perché significava avere una casa. Terzo di tre fratelli: mia sorella Lucia del ’13, mio fratello Silvio del ’15, poi cappellano militare della Julia, poi sacerdote missionario, poi morto in Venezuela, e io del ’18.

Abitavamo a Casa Ponte di Santa Lucia, un gruppo di inquilini, una specie di comunità, c’era anche un meccanico, suo figlio aveva più o meno la mia stessa età e io lo invidiavo. Perché io avevo sempre avito la passione per il ciclismo: facevo il tifo per Learco Guerra, sognavo una bici da corsa, come sarei stato felice di poter ereditare quella usata dal figlio del meccanico, e schiacciavo il naso contro la vetrina della bottega. Dopo la quinta elementare andai a bottega, un’altra bottega, quella di un falegname: mobili, non bici.

Ma torniamo a noi. C’era un signore che rappresentava la Prima di Asti. La Prina da corsa costava 450 lire. “Se la prendiamo – mi disse mio padre – non mangiamo per un mese e mezzo”. Un mese e nove giorni, a essere precisi: comunque troppo. Anche se alla bici da corsa continuavo a pensarci, sempre. Avevo 14 o 15 anni. Finché un giorno mio padre ordinò una bici con le sembianze di quelle da corsa. La forgiò Montanari, il meccanico, con il tubo inclinato, tipo da donna, però da uomo, tutta cromata e marcata.

Il ciclismo era una passione di famiglia. I miei zii pretendevano di essere stati ciclisti. Ciclisti per così dire, empirici, all’arrembaggio. Conservavano una maglia nera di Girardengo, con il collo abbottonato, e me la regalarono. E con quella bici, e forse con quella maglia, nel ’34, a Faenza, io e il figlio del meccanico Montanari ci sciroppammo più di 100 chilometri per arrivare in cima al Mandrioli, a 1100 metri di altezza, per tifare Learco Guerra in maglia rosa. Per il resto erano solo passeggiate, dove io prevalevo sui miei amici, oppure circuiti da liberi a Santa Lucia, giri da cinque-sei chilometri da ripetere un po’ di volte, si partiva dalla Casa del Fascio, e spesso era il prete a dare il via, si faceva la salitina detta La Balsetta, un chilometro o poco più, e c’era un mio amico spilungone, sarà stato alto 1,90, che aveva sette anni più di me, e mi batteva sempre in volata. D’inverno facevamo dei cross sugli argini dei canali, con dei freddi tremendi. Oppure presto la mattina, o c’era brina o c’era neve, camminando o correndo o dimenandoci per fare fiato. La prima e unica vera corsa da allievo la feci a Reda, una frazione tra Faenza e Forlì, e non arrivai in fondo. Gli anni buoni del ciclismo.

Ma torniamo a noi. Nel ’34 morì mia madre: tre anni passati a letto, per un tumore, anche se a quel tempo non si sapeva neppure che cosa fosse, un tumore. In punto di morte mi chiese di non andare più in bici, perché aveva paura che mi facessi male. Obbedii: niente corse per un anno, perché l’avevo giurato, però non smettevo di allenarmi.

Correvo con Guerino Farolfi, del ’16, e Vladimiro Lazzarini, del ’14, e mi battevano sempre. Perché io andavo un po’ bene dappertutto, tranne che in volata: secondo su due, terzo su tre, quarto su quattro… era così.

Mollai la bottega e mi misi in proprio: facevo minuterie, croci dove appendere gli abiti negli armadi, con un biroccino dietro la bici ne portavo 100 a Forlì, lì c’era un emporio per i mobili, vendevo le croci e compravo le assi per rifarle, e poi mi chiudevo in laboratorio tutte le sere fino a mezzanotte a lavorare.

Debuttai dilettante nel ’36 con il Velo sport Reno di Bologna: c’erano stati Marino detto Mario Bonvicini, stradista, e Francesco Verri, pistard, rabberciarono un telaio Bonvicini e me lo consegnarono insieme con una maglia grigia e bianca. La prima vittoria a Forlì, nel Gran premio gelateria De Zordo: fuga a due con tal Fantozzi, i miei tifosi erano curiosi di scoprire se riuscivo a perdere in volata anche contro di lui, invece mi andò bene. Poi miravo a certe corse nelle Marche, un po’ perché c’erano le fiere, un po’ perché c’erano le colline. Ricordo una corsa a San Marino, arrivammo quasi di notte, mi ero avvantaggiato di molti minuti, vinsi per distacco. Nel ’37, a L’Aquila, fui quarto nel Campionato italiano giovani fascisti. Nel ’38 conquistai il Giro orobico, a Bergamo, e c’erano i migliori: Domenico Pedevilla, Gino Fondi, Fiorenzo Magni, Toni Bevilacqua. E mi aggiudicai anche il campionato della Gil, Gioventù italiana del littorio, a Montecatini: partiti in 250, staccai tutti e arrivai da solo, sulla pista dei cavalli. Nell’estate del ’38 vinsi per distacco la Coppa cioccolata Perugina, a Perugia, 2mila lire di premio divise con i miei com’agni Farolfi e Lazzarini. Dopo la corsa feci un’altra corsa, stavolta da mio padre: “Babbo, guarda qua”, gli dissi sventolando le banconote. “Se ne vinci un’altra – mi rispose – vengo a vederti”. Venne, si appassionò al ciclismo, si appassionò anche a quel paio di bicchieri di vino che si bevevano nell’attesa della corsa. Gli anni buoni del ciclismo.

(fine della prima puntata – continua)


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COMMENTI
Che bei ricordi
21 agosto 2026 11:33 Marciano
Ho conosciuto Aldo e anche suo fratello Silvio, erano dei pazzarelloni sfrenati, persone buonissime e simpatiche. Questo meraviglioso articolo mi riporta indietro nel tempo .....che bello !!

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