VIAGGIO NEL MONDO DI EULALIO, LA RIVELAZIONE DEL GIRO

PROFESSIONISTI | 26/06/2026 | 08:24
di Pier Augusto Stagi

Per lui il Giro d’Italia è stato davvero come la prova del nove. Nove come i giorni che ha trascorso in rosa sul­le strade del nostro Paese: da Po­ten­za a Pila, quando ha ceduto l’insegna del primato a Jonas Vingegaard. Nove giorni in rosa per questo razzo ventiquattrenne portoghese nato a Figuera da Foz, nella re­gione delle Beiras, tra spiagge e onde che cullano ancora i suoi ricordi. 


«Vengo dal mare, però da noi esiste una corsa, la Figueira Champions Clas­sic - ha raccontato Afonso Eulalio in quei giorni da leader maximo della corsa -. Io amavo la mountain bike. Poi alcuni amici hanno iniziato a dire: “Faccia­mo una gara, facciamone un’altra”, e ho iniziato così. Ci lanciavamo nei boschi con le nostre bici. Nel 2019 ho cominciato anche a provare anche le corse su strada. E non sono più tornato indietro».


Ha sorpreso tutti, Eulalio, per la sua simpatia, la sua solarità, il suo modo di essere corridore. Ha sorpreso perfino se stesso, anche se molte cose le conosceva e non era il solo: un anno fa, proprio al Gi­ro, passò per primo sul Mor­tirolo e poi chiuse al nono posto il Mondiale di Kigali, il più duro della storia. Certo, gli manca ancora il primo sigillo nella massima categoria. E dire che Afonso, da burlone quale è, alla vigilia della “corsa rosa” aveva fatto una scommessa con Caruso: «Se vinco due tappe, tu corri ancora un anno». Se è per questo, visto come è andato, a Da­miano converrebbe andare avanti, in ogni caso.

Detto questo, non ha ancora vinto. Ci è andato vicinissimo a Potenza, quando è stato battuto da Arrieta. E in quell’occasione si è lasciato andare in un dopocorsa scoppiettante: «Mi piace soffrire, mi piacciono le giornate difficili, terribili. Quando la corsa non è troppo dura, gli altri sanno meglio co­me correre anche grazie alla loro maggiore esperienza. Ma quando diventa davvero dura, allora servono le gambe, il fisico, la condizione. Ed è lì che mi diverto. A Potenza, in quella fuga, magari alcuni erano più forti di me in salita, ma dopo una giornata così dura sono andato fortissimo. Mi piacciono la pioggia, il bagnato, le discese lunghe. Mi piace tutto questo. È un’esperienza divertente. Non per tutti». 

Insomma, un manifesto del ciclismo. La bicicletta e la passione per il ciclismo arriva nel 2013, il giorno del trion­fo mondiale di Rui Costa (che tra l’altro è stato il primo a complimentarsi con lui per la rosa, ndr). 

«Ho ricevuto anche una telefonata da un numero sconosciuto e non ho risposto: non rispondo mai agli sconosciuti -  ha raccontato il corridore della Bahrain Victorius -. Poi dallo stesso numero è arrivato un messaggio vocale: era il presidente della Repubblica António Seguro. Volevo picchiare la testa contro il muro. Se l’ho richiamato? Certo che sì. Siamo stati al telefono dieci minuti buoni: ha seguito tutto il Giro. Mi ha fatto i complimenti per la conquista della maglia rosa, mi ha spronato a difenderla, mi ha dato una grande carica». 

In molti pensavano che ci avrebbe ri­messo le penne nella crono da Via­reg­gio a Massa: meglio diure che tutti, alla vigilia, lo davano per spacciato. Lui è rimasto fedele a se stesso: ottimista come sempre. 

«Mi sono detto: provo a resistere, quello che raccolgo, raccolgo. Quella crono non mi agevolava assolutamente: tutta piatta, senza curve, tutta velocità. Per quanto mi riguarda, la peggior cronometro per i corridori magri come il sottoscritto. Ma anche Vingegaard è leggerino e avete visto che non si è trovato affatto bene.... Io, invece, contrariamente a tutti, mi sono difeso alla grande e ho proseguito il mio cammino in rosa».

Ama il reggaeton, il suo genere preferito, e non nasconde la sua passione per la cucina: «adoro il risotto», precisa. Altri sport?  «Tifo per la nazionale, per Cristiano Ronaldo e un po’ per il Benfica. Se CR7 mi ha mandato un messaggio? No... ».

Ronaldo non lo considera, ma in Portogallo la considerazione per lui è lievitata come l’impasto per una buona torta. «Conservare la maglia mi ha dato una forza in più. Quest’anno abbiamo lavorato molto sulle crono e il lavoro fatto sulla mia Bianchi ha dato i suoi frutti. I direttori sportivi mi hanno chiesto se volessi puntare alla classifica generale o alle tappe. Io ho preferito continuare a insistere sulla generale: dai, me la sono cavata. Salire sul podio di Roma per indossare la maglia bianca è stata per me un’emozione davvero straordinaria, la degna conclusione di una bellissima avventura. Il prossimo passo? Semplice, migliorare ancora». 

L’arte di arrangiarsi è la dote di questo ragazzo che ha talento: non è un caso che sia finito anche lui nelle mani dei fratelli Jhonny e Alex Carera. «Loro sono bravissimi, hanno grande passione e competenza. Hanno grandi campioni e io sono orgoglioso di far parte della loro squadra». 
Loro sono orgogliosi chiaramente di lui, me l’hanno assicurato.

da tuttoBICI di giugno


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