L'ORA DEL PASTO. LA DOMANDA DI MONDO: «CHI È QUEL TIRALENTO?» - 1

STORIA | 08/06/2026 | 08:15
di Marco Pastonesi

Una domenica. Alle corse. Appostato in cima a una salita – il luogo migliore perché lo spettatore, che è un po’ sadico, valuti e apprezzi il corridore, che è un po’ masochista – Mondo scruta la strada. Spunta un corridore. Mondo osserva il corridore. Il corridore barcolla. Mondo si domanda: “Chi è quel tiralento?”.


Mondo. Edmondo Andrenacci. Ma per tutti, anche per lui stesso, soltanto Mondo. Un’abbreviazione letterale, un ingigantimento cosmico. Il ciclismo era la sua religione, dunque fede, era la sua storia e geografia, enciclopediche, era il suo – in una sola parola, mondo. Marchigiano di Grottazzolina, depositario delle chiavi delle case dell’intero paese, bartaliano nel profondo dell’anima, e la sua anima era molto profonda, poi moseriano per il rispetto verso chi vince in solitudine per distacco e non uscendo da una ruota e vincendo allo sprint, lui così abitudinario, tant’è che preciso come un orologio svizzero a mezzogiorno in punto Mondo metteva l’acqua sul fuoco, poi un etto di pasta, l’insalata, il caffè d’orzo e la sigaretta, una delle sessanta sigarette al giorno, cui seguivano trenta minuti di pennichella per ripresentarsi, fresco quasi come una rosa, al bar.


Solo in un’altra occasione Mondo, trasgredendo le sue radicate abitudini, sfidò la sorte e per una tappa del Giro d’Italia 1975, la terza, quella che scattava da Ancona e si arrampicava sui tornanti di Pietracamela e si concludeva sui Piani di Tivo, alle falde del Gran Sasso, Mondo si aggregò alla comitiva degli amici, si inserì fra le transenne, si insinuò fra i cartelloni e si godette la vittoria solitaria di Giovanni Battaglin, che quel giorno tirava di brutto. Altrimenti, con la scusa di custodire le chiavi delle case dell’intera Grottazzolina, Mondo preferiva farsi raccontare le storie delle corse da protagonisti e spettatori piuttosto che catturarne un attimo ai bordi di un tornante.

Così tutto comincia (o tutto ricomincia) da quella domenica alle corse, da quel corridore barcollante, da quella domanda identificativa e soprattutto da quel neologismo, tra il paradosso e l’ossimoro, ché non si capiva se quel corridore spuntato all’orizzonte pedalasse forte o piano, se la sua andatura fosse da grimpeur all’assalto e all’attacco o da velocista in difesa e in difficoltà. A occhio, a pelle, più la seconda ipotesi. Tiralenti sulla strada ma anche a tavola, tiralenti a scuola e soprattutto al lavoro, tiralenti a casa e pure in trasferta, tiralenti per natura o per ragionamento o addirittura convenienza. Così tiralento sarebbe diventato lessico famigliare, gergo amicale, filosofia esistenziale, categoria spirituale, figura retorica. E addirittura marchio commerciale.

“Tiralento – spiega Gianni Traini di Tiralento - è anche un ricordo, perché non ci si può dimenticare di chi ha ‘pedalato’ accanto a noi, almeno per un pezzo di strada, contagiati dalla stessa malattia, dal ceppo sano del virus del pedale. Quella malattia che non ha bisogno di medicine per essere curata, ma di una dose settimanale, almeno, di sella e vento in faccia, del suono della bici che scivola sull’asfalto, della melodia della catena che scorre sul pignone. La farmacia, invece, è per chi è malato davvero, ma di fanatismo, che si ritrova in sella a una bici senza nemmeno sapere come, perché per lui la bici vale un pallone o un paio di scarpette da running. Perché pedala senza poesia. Perché la passione non ha niente a che fare con il fanatismo”.

(fine della prima puntata – continua)


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