RACCAGNI NOVIERO, IL VOLTO NUOVO DEL CICLISMO ITALIANO: «SOGNO UNA TAPPA AL GIRO»

INTERVISTA | 22/02/2026 | 08:34
di Pier Augusto Stagi

Ciclisticamente parlando non ha ancora un nome, anche se Andrea Racca­gni No­vie­ro ne ha in verità ben tre. È un ragazzo di 22 anni, ap­pena compiuti (il 26 gennaio scorso), ma il suo nome e i suoi cognomi si stanno facendo pian piano largo negli ordini d’arrivo. Un anno fa ha finito bene, con qualche piazzamento di assoluto livello. Un 7° posto nella generale della Okolo Slovenska, oltre al 7° alla Agostoni e il 4° alla Ber­noc­chi. Adesso, con la stagione appena iniziata, l’asticella si è alzata: un 6° posto finale al Tour Down Under.


«Sono partito come volevo e francamente sono molto contento - spiega An­drea, al suo quarto anno nel club della Soudal Quick-Step: prima nella Development, da due anni nella prima squadra -. Nella seconda tappa potevo anche fare meglio, magari avrei potuto anche strappare un terzo posto alle spalle di Vine e Narvaez, che però era­no di un altro livello. In ogni caso mi va bene così. La condizione è quella giusta e sento di poter crescere ancora molto».


Come Lorenzo Finn, anche lei è ligure…
«Lui è più giovane di me, abbiamo una differenza di due anni, ma siamo en­trambi due ragazzi della Liguria. Io so­no nato a Genova, ma sono cresciuto a Chiavari, con mia sorella Martina, che è più grande di me di sette anni e fa la psicologa, mamma Terry (Maria Te­resa, ndr) e papà Mauro. Mamma è impiegata in uno studio notarile, papà è un artigiano: fa il fabbro. Costruisce cancelli, inferriate e ringhiere, serramenti e serrature in genere, fa anche automazioni. Non fa biciclette, ma le ristruttura: la mia prima bicicletta me l’ha riregalata, dopo avermela rimessa a nuovo».

Che bicicletta era?
«Bianca, con scritto GS Levante, la mia prima squadra, quella con la quale ho fatto le prime corse da G zero a sei anni e mezzo. In verità la prima bicicletta è stata una mtb, ma non ricordo di che marca fosse. Ricordo però bene che ero appassionatissimo e scorrazzavo in giardino da mattina a sera». 

Ha mai aiutato papà nella sua officina?
«Ci ho provato nel 2021, ma ho compreso ben presto che non era la mia strada. Come si dice: la mia tazza da the».

Lei è di Chiavari ma ora vive a San Ma­rino…
«Esattamente».

Nella palazzina dei campioni: dove vivevano Tiberi, Del Toro e Pellizzari?
«No, loro erano su in cima alla Rocca, io giù».

Fidanzato?
«Con Eliska, una ragazza della Repub­blica Ceca. Anche lei sportiva, che pratica sci di fondo: lunghe distanze, come la Marcialonga. Non viviamo assieme, ma appena possiamo lei viene da me o io vado da lei. Eliska è una grande sportiva, ma sta puntando molto sullo studio. È al terzo anno di Storia, vorrebbe poi proseguire in ambito dell’arte, della storia o del giornalismo».

Lei che studi ha fatto?
«Ho il diploma scientifico in scienze applicate».

Era un secchione?
«Tutt’altro. Facevo parte di quel gruppo che “potrebbe fare di più, se solo si applicasse”». 

Come le nasce la passione per il ciclismo?
«Così, per puro caso. In casa mia papà ha sempre amato le corse in auto, i rally, come d’altra parte anch’io. In fa­miglia c’erano solo mio zio Roberto, purtroppo mancato troppo presto e mio cugino Luca che amavano la bicicletta. Correvano per puro diletto. Io sono andato oltre».

Altri sport praticati?
«Calcio, pallanuoto e corsa, ma con scarsi risultati. In bicicletta mi sono trovato subito a mio agio. I primi anni era pazzesco: o cadevo o vincevo. Poi, non sono più caduto, ma ho cominciato a vincere molto molto di meno».

Al GS Levante fino alla categoria allievi, dove ha vinto in sostanza una trentina di corse, poi…
«Da juniores passo alla Work Service diretta da Matteo Berti. In due anni vin­co sei corse, nel secondo anno mi laureo campione del mondo e europeo nell’inseguimento a squadre su pista. Due titoli, questi, che mi aprono le por­te della Soudal di Patrick Lefevere: vado nella loro Devo e a 18 anni mi tro­vo in una realtà pazzesca, dove re­spiro la storia del ciclismo».

Oggi il suo punto di riferimento è Davide Bramati?
«Assolutamente sì. È bello lavorare con lui, perché sa dialogare con gli atleti, anche i più giovani come il sottoscritto. C’è solo da imparare da uno come lui, perché ha avuto per le mani tantissimi atleti di altissimo livello e per me è davvero una grande opportunità per imparare e crescere».

Dopo l’Australia come proseguirà la sua stagione?
«Dopo uno stacco, dovrei ricominciare con il Giro di Sardegna, poi Laigueglia, Strade Bianche e il Cataluña. Poi, for­se, Amstel e Liegi: che per me sa­rebbero il massimo».

Settanta chili distribuiti su un fisico di centottantacinque centimetri…
«In verità un anno fa pesavo 76/80 kg. Io ho sempre mangiato forse un po’ troppo, così ho seguito i consigli del nostro alimentarista è sono riuscito a scendere a 70: mi è cambiata la vita».

Chissà che fame…
«Non me ne parli, sono un golosone assoluto. Uno dei miei piaceri è proprio quello di mangiare. Eliska è anche bravissima tra i fornelli, ma devo fare il bravo».

Che corridore pensa di essere?
«Per ora mi difendo un po’ su tutti i terreni. Bravo a crono, non male in volata: ho un buon spunto. Più la gara è dura e più riesco ad emergere. Ho sempre fatto le volate, anche come ultimo uomo di Paul Magnier».

Quando non corre, cosa ama fare?
«Mi riposo, sto con la mia famiglia, la mia ragazza e i miei amici. Il mio hobby è guardare il motorsport. Il sogno? Un giorno correre i rally di San­remo e Montecarlo. Adesso non posso. E poi ozio con il cellulare: mi informo, leggo, vedo video e gioco…».

Playstation? 
«Mai avuta una, anche se nel periodo Covid giocavo con il computer».

Le moto?
«Mi piacevano ma ora mi fanno troppo paura». 

Un ciclista che ha sempre amato?
«Due: prima Alberto Contador, poi Julian Alaphilippe: Loulou immenso, lui ciclisticamente l’ho proprio adorato».

Musica?
«Ascolto di tutto, generalmente musica americana, dal pop al rap. Però anche Jovanotti: dà energia, ritmo. Perfetto per allenarsi».

Con la sua fidanzata che lingua parlate?
«L’inglese».

Dove vi siete conosciuti?
«Partecipo alla Corsa della Pace, lei è a bordo strada con i suoi amici in tenda. Mi vede passare e mi nota. Va a cercare l’ordine d’arrivo, scopre che sono arrivato nella top ten e mi scrive su Instagram: comincia a seguirmi. Ad un certo punto sono io che inizio a scriverle. Arrivo a dirle: se vinco il titolo italiano a cronometro vengo a Li­vigno a trovarti. Lei, difatti, era in ritiro lì con la sua squadra di sci di fondo. Vinco l’italiano di Grosseto e corro a Livigno: lì da cosa è nata cosa…».

Sarebbe soddisfatto se quest’anno riuscisse…
«A vincere qualcosa, ma in ogni caso vorrei farmi vedere, scalare il ranking di rendimento. Sarebbe bello vincere una tappa al Giro, quella di Chiavari sarebbe il top, ma forse questo è chiedere troppo: e io me lo chiedo».

da tuttoBICI di febbraio


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