PROFESSIONISTI | 29/03/2018 | 07:18 Quando era dilettante i suoi amici lo avevano soprannominato “piccolo Saronni”. Beppe, che è a capo del suo team, non lo sa e per modestia Simone Consonni forse non vorrebbe che glielo svelassimo. Il 23enne bergamasco, al secondo anno da professionista nel Team UAE Emirates, ha iniziato la stagione sprintando con i grandi al Tour Down Under e negli Emirati Arabi raccogliendo piazzamenti incoraggianti e in questi giorni è impegnato ai mondiali su pista. Velocista atipico - odia le corse piatte - nel 2018 vuole centrare la sua prima vittoria nella massima categoria. Conosciamo meglio uno dei giovani più promettenti che abbiamo in gruppo.
Come fa un velocista a odiare le corse piatte? «Può, ne sono la prova vivente. Io penso di non essere un velocista puro, di avere uno spunto veloce ma di essere più adatto alle corse mosse. Le corse troppo semplici non hanno senso, sono noiose. Mi piacciono molto di più quelle movimentate, alla fine delle quali la vittoria se la giocano in 30-40 corridori. Ho iniziato l’anno in Australia, con una corsa in cui mi sono trovato a mio agio, nonostante il gran caldo. A Dubai sono andato bene e l’organizzazione è stata impeccabile, ma come percorsi e altimetrie ho preferito il Down Under. Nel futuro mi immagino un corridore da classiche o da tappe nei Grandi Giri, ma un conto è volere e un altro potere. Sui percorsi vallonati i professionisti mantengono un passo impressionante. Se tra i dilettanti le gare diventavano impegnative perché i corridori aggredivano il percorso, qua è il ritmo costante che ti mangia lentamente le energie e che a lungo andare fa emergere i migliori».
Quanto sei cresciuto dall’anno scorso? «Il mio primo anno nella massima categoria è stato abbastanza positivo. Sono riuscito a raccogliere buoni piazzamenti e ho imparato tanto. Ho capito che è un mondo diverso da quello degli Under 23, ho capito come allenarmi e correre. Di base le gare tra i professionisti sono più logiche, affrontate meno alla garibaldina, i ruoli in corsa sono definiti, prima di partire sai cosa dovrai fare. Personalmente ho migliorato la visione della corsa, sto facendo più attenzione al peso, che in salita conta moltissimo. L’aspetto alimentare è fondamentale per salvarsi sulle salite. Al Giro di Svizzera dell’anno scorso abbiamo affrontato un passo di 40 minuti di salita per poi arrivare in volata. A me quel dislivello faceva impressione già sulla cartina ma, una volta affrontato, ho capito che nella massima categoria salite di quel genere, lontane dal traguardo, vengono affrontate in modo diverso, più regolare, e posso digerirle abbastanza agevolmente anche io».
La corsa nella quale hai imparato di più? «De Panne. È stata tra le gare più belle che ho disputato l’anno scorso (è stato terzo nella prima tappa vinta da Gilbert, ndr). Mi ha detto che su quel tipo di percorsi potrò dire la mia. Ogni volta che attacco il numero alla schiena ho la fortuna di avere un capitano forte da cui imparare il più possibile. Quest’anno mi aspettavo di partire forte perché in inverno mi sono allenato bene: con lo staff della squadra abbiamo deciso di puntare di più sulla forza in chiave sprint, quindi ho lavorato in palestra in questo senso, con carichi maggiori di quelli a cui ero abituato. Dal computerino vedevo che non avevo grandi wattaggi, ora invece vedo i frutti del lavoro svolto, mi sento meglio. Volevo partire con il giusto colpo di pedale per prendere morale. Volevo farmi trovare pronto e ci sono riuscito. Finora ho sbagliato qualcosa in qualche volata, ma va bene così. Per ora. Il mio “vero” inizio di stagione sarà incentrato sul nord e le classiche».
Un grande amore resta la pista. «Ce l'ho nel cuore ma non è facile conciliare la strada con la pista: io, Bertazzo e Ganna abbiamo squadre che hanno investito su di noi per la strada, a loro dobbiamo giustamente rendere conto, ma inseriamo comunque la pista nel nostro calendario perché fa molto bene anche alla nostra principale specialità. È difficile organizzare le cose, il tempo è poco, le gare sono tante, gli impegni tantissimi, ma facciamo del nostro meglio per andare forte in entrambe le discipline».
Ci riesce bene anche tua sorella Chiara, campionessa del mondo junior nella madison e nell’inseguimento a squadre femminile. «Sì, con le compagne della Valcar e della Nazionale si sta togliendo parecchie soddisfazioni. Passiamo davvero poco tempo assieme, anche se abitiamo sotto lo stesso tetto (a Brembate Sopra con mamma Michela e l’altro fratello Daniel, ex corridore ora impegnato con il calcio, ndr). Io sono sempre via. Riusciamo a viverla poco insieme questa passione per il ciclismo, abbiamo tanti impegni per le gare e gli allenamenti e poi Chiara è ancora impegnata con la scuola. Sa arrangiarsi bene, non parliamo tanto di bici, anzi quasi mai. Tra l’altro, abbiamo iniziato a pedalare per un colpo di fortuna, visto che nessuno in famiglia praticava il ciclismo: siamo saliti in bici grazie ad un amico di papà Corrado che aveva i figli che andavano in bici. Gli propose di portarmi al campo di atletica, dove si svolgevano gli allenamenti, due volte a settimana. La mia prima gara? Me la ricorda sempre mio padre perché, essendo vicina a casa, mi venne a vedere tutta la famiglia e dovette sorbirsi tutto il giorno le preoccupazioni di mio nonno Gianni che riteneva questo sport troppo pericoloso per un bambino. A parte questo, non è il caso di citare i risultati conseguiti perché il ciclismo non sembrava proprio lo sport adatto a me. Da giovanissimo ero scarsissimo, mi doppiavano sempre, ma mi divertivo a stare assieme ai miei amici così ho insistito».
Ora cosa prevede il tuo programma? «Ho disputato Gand e Harelbeke, ora mi attendono Fiandre e Roubaix. Grandi Giri? In teoria dovrei disputarne uno quest’anno. Sono nella formazione della Vuelta, ma da qui ad agosto ne passa...».
Quali sono le tue ambizioni per questa stagione? «Non ti nascondo che voglio vincere una corsa, anche se so che sarà difficile. Considerato il mio calendario, non vedo una corsa alla mia portata, nel senso che non farò corse minori in cui magari c’è qualche squadrone in meno o un livello più abbordabile. Un programma così ambizioso complica le cose, ma mi dà tanta grinta per far bene. Diciamo che se ci riuscirò, sarà una vittoria di peso». Cosa sogni per la tua carriera? «Tanti ragazzi con indiscusse qualità non trovano contratto, tanti che io reputo talentuosi sono costretti a smettere. Io spero solo di avere la possibilità di dimostrare quanto valgo, di fare il massimo, di costruirmi un percorso nel quale riuscire a dare tutto quello che ho».
Perché secondo te tanti corridori restano a piedi? «Quest’anno la riduzione del numero di uomini nelle corse World Tour ha obbligato le squadre a ripensare l’organico, in più tante volte chi passa si adagia un po’, si addormenta, si sente appagato dal grande salto o pensa di avere tempo perché è giovane. Sarà per questo che tutti mi consigliano di non perdere tempo, di non rimandare nulla a domani. Tempo ce n’è perché ho solo 23 anni ma tutto è relativo: gli anni passano veloci, la carriera di un ciclista è corta».
Se non avessi fatto il ciclista? «Sono diplomato geometra però mi è sempre piaciuto fare da mangiare, quindi ogni tanto mi chiedo perché non mi sia iscritto all’alberghiero. Probabilmente, se fosse andata male con la bici, avrei provato quella strada. Quando sono a casa, nel mio piccolo, mi diletto con i primi e la carne. Niente di troppo complicato, ma mi piace stare ai fornelli».
Piatto preferito? «Con Bono e Ganna di recente scherzavamo su questo, la questione era: “Se arrivi a casa dopo 6 ore di allenamento, distrutto e affamato, cosa vorresti trovare pronto?” Io ho risposto senza tentennamenti una bella carbonara e un bel piattone di zucchine. Ne vado matto».
Ultimo libro letto? «È anche il primo dai tempi delle medie (scherza, ndr): ho letto il testo di un nutrizionista per avere qualche dritta sull’alimentazione. Il peso è un fattore fondamentale nel nostro lavoro, mi piace approfondire e informarmi su ciò che interessa la mia professione».
Ultimo film visto? «Maze Runner - La rivelazione, con la mia fidanzata Alice (l’ex ciclista Algisi, ndr) al cinema. Amiamo andarci». La prima cosa che fai al mattino? «Colazione, se no non parto».
L’ultima prima di andare a letto? «Stretching, ormai è quasi un tic. Mi fa stare bene e mi rilassa».
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