I VOTI DI STAGI. CARO GIRO, ATTENTO, CI VOGLIONO I CORRIDORI
I VOTI DEL DIRETTORE | 10/09/2017 | 19:38
di Pier Augusto Stagi -
Niente voti, solo qualche pensiero in libertà e in stile libero. Qualche riflessione di fine corsa: e che corsa. Dopo aver seguito questo Giro di Spagna, resto convinto dell’antico adagio: la corsa la fanno davvero i corridori. Se poi, come in questo caso, al via ci sono i più bravi, il gioco è fatto. Resto convinto che il Tour sia la corsa più importante del mondo per la posta in palio, per come i corridori la preparano e la interpretano. Per la posta in palio, ma non per la durezza dei percorsi o la spettacolarità delle tappe. Resto convinto che il Giro sia appena sotto. Tecnicamente è il più equilibrato, il più bello, ma se non investe sui corridori, in quelli che fanno per davvero la differenza, rischia grosso. Froome anche ieri è stato chiaro: «Il Tour è la corsa più grande, questa è quella più dura». Il Giro di Spagna sotto l’aspetto organizzativo è una manifestazione non paragonabile al Tour e nemmeno al Giro, ma ci sono grandi interpreti (più o meno in forma, più o meno competitivi) che tengono su la compagnia di giro. Froome, Nibali e Contador: tutto sulle loro spalle, e che spalle. Occhio caro Giro, sei bello ed elegante, ma i grandi teatri richiedono interpreti adeguati. Senza questi, non si fa strada: la si concede.
Chris FROOME. Non l’ho mai amato per il suo modo di incedere in sella alla sua bicicletta, scomposto e sgraziato. Certo, efficace, ma se da ragazzo non potevo sopportare Michel Pollentier, non posso fare finta che il britannico sia più elegante del belga: anzi. Per il resto cosa posso dire: è un fenomeno. Altro che correre solo il Tour, questo è da anni che da aprile fino alla fine della stagione corre e vince o, quando va male, si piazza. Finalmente vince una Vuelta che qualche anno fa aveva lasciato per gentile concessione e ordini di scuderia a Bradley Wiggins. Dopo tre secondi posti ecco il successo iberico, che coincide con quello ottenuto al Tour per un bis storico. Basta dire che Froome è come Armstrong. Il texano sì che correva solo il Tour, con tutte le protezioni politiche del caso e l’arroganza che lo contraddistingueva e l’ha reso unico. Froome, fino a prova contraria, è un atleta vero, che si misura e combatte: su più fronti. A fronte china, ma a testa alta.
Vincenzo NIBALI. Per lui e per la sua Bahrain Merida era l’anno zero, una nuova ripartenza, e non può che ritenersi soddisfatto. Terzo al Giro, secondo alla Vuelta. Ha provato a lottare fino in fondo con il britannico, anche se nella tappa clou di questa Vuelta (quella dell’Angliru di ieri), non ha potuto fare quello che perlomeno era nelle sue intenzioni, nei suoi propositi. Ha perso, ma è sempre lì, assieme al meglio dei grandi Giri. Che peccato (con tutto il rispetto per Zakarin), non avere la foto finale di questa Vuelta con Froome e Contador. Tre tenori di rara bellezza.
Alberto CONTADOR. Chi ama il ciclismo non può non amare Alberto, il Pistolero di Pinto. Non può che ricordarsi le sue vittorie, e come le ha ottenute. Voleva lasciare con una corsa d’autore, e lui l’ha firmata in maniera indelebile. E chi se la scorda? A proposito: orfani di Contador? Mai. Quello che Alberto ci ha donato resta e resterà per sempre nei nostri cuori e nella storia del ciclismo. Alberto da oggi è un’unità di misura: cose da Contador. Non ciclismo di altri tempi, ma di ieri. E per sempre.
Fabio ARU. Non deve essere stato facile per lui correre questa Vuelta, deve essere stata dura sotto l’aspetto fisico, ma anche morale. Diciamo che le condizioni ambientali all’interno della sua squadra non erano ideali. A Fabio dico solo di voltare pagina, e di lasciarsi alle spalle, prima dei suoi avversari, queste storie, questo anno duro, difficile e complicato. Riparta pensando a chi ha invece deciso di fermarsi: Alberto Contador. Una delle più grandi vittorie dello spagnolo, secondo me, è stata quella del 2009 ottenuta al Tour proprio in maglia Astana. In squadra aveva Lance Armstrong. Il clima, neanche a dirlo, non era dei migliori. In questo caso i kazaki non c’entravano niente, ma il texano ha fatto di tutto per distruggere psicologicamente il fuoriclasse di Pinto. Armstrong dopo ogni tappa via in elicottero per raggiungere al più presto l’albergo, Contador – dopo il protocollo delle premiazioni e delle interviste – in ammiraglia. Nonostante una forma di mobbing tutt’altro che velata, riuscì a vincere. Questo per dire che cosa? Per vincere occorrono le gambe, ma anche tanta concentrazione. Bisogna avere la forza e la capacità di essere impermeabili. Come diceva Michele Scarponi: «Per quanto ci pagano e per il bellissimo lavoro che facciamo, anche quando piove, noi corridori dobbiamo pensare che c’è sempre il sole».
I CORRIDORI. 10. Cinquanta chilometri al traguardo, il gruppo entra a Madrid e si fa da parte. Lascia la scena ad Alberto Contador. Il gruppo della maglia rossa Froome, lascia che ad entrare per primo e da solo sia proprio il ragazzo di Pinto. Una lunga e dolcissima sfilata di qualche chilometro per le strade di Madrid, che dura una decina di minuti. Una sfilata tra due ali di folla festante e commossa, che applaude un proprio figlio, un proprio amico e concittadino. Fin sotto il traguardo. Un gesto semplice, di un’intensità unica. Un finale di carriera perfetto, che più perfetto non si può: per questo Alberto non avrà ripensamenti. Tutt’al più, con gli occhi sognanti e gonfi di commozione, ripenserà a questo giorno perfetto e indimenticabile.
Matteo TRENTIN. 10. Vince l'ulitma tappa, la quarta in questa Vuelta. Vince facile, con una squadra che lo celebra e ringrazia. Gran ben finale, che poteva essere anche più bello, se fosse riuscito a strappare la maglia verde della classifica a punti a Chris Froome, che invece sprinta e con il suo 11° posto la difende per due punti. Bravo Trentin che non ne fa un dramma. Brava la Quick-Step che sapeva (l'ha detto Froome, “voglio difendere la maglia”) che il britannico avrebbe provato a difendere il simbolo della classifica a punti, e non ha fanno nulla per impedirglielo, con qualche stratagemma al limite del regolamento. Bravo Froome, che ha confermato che la corsa è corsa, sempre e fino alla fine, alla faccia del “fair-play”. È la vera lealtà sportiva: dare il massimo sempre. Come Trentin, e come Froome.
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