PROFESSIONISTI | 14/07/2017 | 07:05 La prima volta doveva essere a dicembre del 2016. «Dovevo andare anch’io a Città del Capo per il ritiro invernale. Ma fui costretto a dire di no, perché la mia bambina stava per nascere, e volevo essere con lei e con Barbara». Mattia Michelusi, 32 anni ancora da compiere, vicentino di Thiene, «anzi, di Zanè, perché quando avevo 5 anni ci siamo trasferiti lì», è uno degli allenatori della Dimension Data, il team sudafricano che molti conoscono con il nome originario di Qhubeka. «Un nome che vuol dire carry on, andare avanti. Il team ha l’obiettivo di fornire almeno 5mila biciclette ogni anno ai bambini africani. L’anno scorso abbiamo superato le 6300 bici, e come diciamo noi bicycles change lives,le bici possono cambiare la vita. Pensa che cosa vuol dire per un bimbo africano poter andare a scuola in bicicletta». Può essere la differenza fra andarci e decidere di non farlo. «Quest’anno c’ero a Città del Capo quando abbiamo consegnato le bici. E’ stato emozionante». Michelusi di solito le emozioni le nasconde fra i dati asciutti del suo pc. Il preparatore è quello che imposta i programmi di allenamento dei corridori, poi ha la responsabilità di controllare che tutto proceda bene con gli strumenti che ha a disposizione, dal misuratore di potenza al cardiofrequenzimetro. «Il lavoro vero e proprio comincia a novembre e dura finché dura la stagione. Io sto alle corse circa 110 giorni l’anno, il resto del tempo lavoro da casa. Non esiste un protocollo, un metodo standard: un programma lo adatti a chi ti trovi di fronte, alle sue abitudini. Ci sono corridori maniacali, altri che hanno bisogno di avere spazi liberi». Questo è il secondo Tour de France per Mattia. «Quando ero alla Cannondale seguivo i corridori da casa». Sul suo pc ne sono passati tanti, difficile ammettere un debole per qualcuno. «Mi è piaciuto molto Ivan Basso, uno che si apre molto, che ti confida le sue esperienze». Curiosità: che cosa fa un allenatore al Tour? Come si svolge la tua giornata? «La sveglia è prestino per tutti: sette, sette e mezza quando va bene. Si va alla partenza col bus della squadra, è una buona occasione per parlare con gli atleti, magari mostrare qualche dato dell’ultima tappa, ragionarci un po’. Poi c’è la riunione, quella la fanno i direttori sportivi, sono loro a dettare la tattica. La corsa la faccio in macchina, precedo il gruppo e do ai direttori informazioni utili sul percorso. Dopo la tappa comincia il lavoro di raccolta dei dati ricevuti dai misuratori di potenza, li analizzo, cerco di rispondere alle possibili domande dei ds. Faccio un esempio: quando si arriva in volata la composizione del treno può essere decisa o modificata in base ai dati dei singoli corridori. Ovviamente anche con l’ausilio delle immagini».
Pronti via e la Dimension Data ha perso la sua star, Mark Cavendish. Colpa di quella rovinosa caduta al traguardo di Vittel, che è costata il Tour anche a Peter Sagan. «Non me la sento di giudicare quello che è successo, e mi chiedo come possano farlo altri. Ho letto sui social commenti dettati esclusivamente dal tifo: le valutazioni andrebbero fatte in base a quello che è successo, senza farsi trasportare dal cuore e delle emozioni. Quello che posso dire è che noi abbiamo perso Cavendish, la Bora ha perso Sagan, e il Tour ha perso due sicuri protagonisti». Esistono maestri che possono insegnarti il mestiere di allenatore? «Ci vuole una conoscenza teorica, unita a una certa pratica. Gli studi scientifici non bastano, bisogna ascoltare anche l’istinto, l’esperienza». Gli studi, allora. «Laurea in Scienze motorie a Padova, specialistica a Verona». La pratica, invece. «Sono sempre stato uno sportivo. Ho cominciato con il pattinaggio, poi ho fatto atletica, sempre specialità di resistenza. In bici andavo con mio padre, Michele. Io e mio fratello Nicolò abbiamo cominciato a correre con la squadra del paese, ho smesso quando ero Under 23». Teoria e pratica a un certo punto diventano un mestiere. «Il massimo è unire la tua passione e il tuo lavoro: io ci sono riuscito». Qualche sacrificio è compreso, «qui al Tour posso finalmente dormire la notte, ma quando vedo Emily al telefono mi viene un magone. Mi manca, vorrei abbracciarla». Emily adesso ha diciannove mesi, e anche per lei questo è il secondo Tour lontano da papà.
Si comincia collaborando con le squadre giovanili, seguendo qualche Under 23, frequentando i corsi della federazione. «Sono diventato docente ai corsi di Salsomaggiore. Ho iniziato a collaborare con il settore squadre nazionali, poi pian piano con i team». Dal 2011 al 2013 all’Androni, nel 2014 il passaggio alla Cannondale, e dall’anno scorso Michelusi è nello staff della Dimension Data. «Prima ho collaborato con il gruppo del centro studi della federazione al programma di Viviani e di Pinotti per l’Olimpiade di Londra 2012. Da quando sono alla Dimension Data invece ho l’esclusiva». L’unica che sfugge alla regola è Elisa Longo Borghini, che non è una diretta concorrente del team. «La seguo dall’anno scorso, Elisa ha molto talento, e sono contento che lo stia dimostrando. Il terzo posto a Rio era un obiettivo programmato da tempo, ma può sempre capitare qualcosa a rovinare i piani. Elisa però si conosce molto bene, e grazie a lei siamo riusciti a individuare la strada migliore». Ci spiega una cosa che potrebbe sfuggire ai dati? Perché nello sport italiano ci sono tante eccellenze in campo femminile? Che cos’hanno le donne di diverso? «Sono molto più metodiche, più precise. E si ricordano tutto. Con loro non puoi mai sbagliare». Mattia ne ha due anche a casa, per fare pratica. Alessandra Giardini
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