Scripta manent

Luglio, le parole della madre e il nome di Voucher

di Gian Paolo Porreca

Luglio col bene che ti voglio è ancora qui. E io con fra le mani appena pubblicato l’ultimo libro mio - direi per sempre ultimo, «Le parole della madre» si chiama, ispirato alle frasi finali di mia madre -, io sono ancora qui, la casa di Carano, i giornali antichi che vorresti solo vecchi da rimettere in gioco come un 76 giri di stravinile...

Luglio col bene che ti vo­glio, e mica a caso, in attesa del Tour ennesimo, e lo vivo qui, giusto di 2 luglio sarà o sarebbe stata la sua festa gentile di onomastico, la Madonna delle Gra­zie, io sono qui, come quelle estati che ci precipitavano dopo la scuola di Napoli e della città sparviera in questo limbo di caldo che era Conca d’Oro, la campagna familiare di Carano...
Ed oggi, con questo libro di memorie che mi ha dettato lei senza saperlo af­fatto, luglio col bene che ti voglio, sono qui, con quanto pure di ciclismo - da lei, mia madre, sport mica tanto amato al paese, la concretezza intensa di una donna forte di provincia e di dopoguerra sulla pelle, più labora, che ora -, con quanto di ciclismo presente la sua assenza mi avrebbe donato di eredità.
Luglio col bene che ti vo­glio, ed io che in campagna venivo lasciato come un intruso biondo fra una fantesca di nome Gio­van­na e una nonna di nome Rosa, ma così minuta che tutti la chiamavano “Ro­si­na”, e il destino compagno di una biciclettina ros­sa su cui scorrazzare avanti e dietro, su e giù, fra i tratturi della campagna e il pollaio, e un pon­te di legno claudicante e il timore minaccioso di un serpentello scuro nero più veloce della luce chiara.... E quella rampa che portava alla masseria di sopra, do­ve abitavano i coloni Pep­pino e Maria, e un giorno la definisti quell’ascesa arcigna - ne avevi appena letto il nome, ma a quanti anni hai imparato a leggere il ciclismo?, a 6 anni? - il tuo il tuo Tour­ma­let...

Luglio col bene che ti vo­glio e la solitudine di quei pomeriggi che al cuore si sono ab­bron­zati come me­riggi di so­le, al mare ci an­dava un altro mondo e le pagine de Lo Sport Illu­stra­to che ti fa­cevano arrivare in campagna il martedì e ti inondava di nuovi nomi con cui raccontare meglio le tue ore e condividere la solitudine, sui pedali. Ti ricordavi an­cora Le Dis­sez e Vermeu­lin, una ma­glia gialla in la­crime perpetue, chissà mai perché, e un belga che arriva distaccato nelle tue cronache, esausto anche del suo cognome arduo, Van Aerde.

Luglio col bene che ti vo­glio vedrai non finirà mai, la sua memoria, luglio e le pagine oggi di un mio ultimo libro sulle stagioni vissute o insieme vissute con una madre. E la sigla o il codice Vaucher, di nome proprio Alcide, un modesto pistard elvetico, l’ho scritto già altrove, ma in coda alle righe finali di un libro e di un luglio lo ri­scriveresti per sempre. Con la grafia perfetta che non hai mai avuto. Perchè era il nome che sillabavi bambino, senza sa­perne affatto ragione o cuo­re, le sere di campagna buie senza magia se non le lucciole, quando tua madre ap­punto era lontana da voi. Era protetto da Vau­cher, il tuo sogno, la tua veglia. 
Luglio per il bene che vi ho voluto, il tuo incanto, pure senza più un Tour che sia tale e nessuno che abbia risposte altre per te, fosse solo per questa gratitudine, vedrai non finirai mai.

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