Scripta manent

Caro Eddy

di Gian Paolo Porreca

Caro Eddy, 
ci sentiremo per gli auguri grandi per il tuo compleanno, in questo mese di giugno, certo più in là, ma consentimi oggi di dedicarti que­sta mia riflessione, in scia alla intervista apparsa qualche giorno fa su un autorevole quotidiano italiano.
E nella quale, nel contesto di un godibile domanda e ri­sposta con due egregi giornalisti, ben più giovani di noi, raccontavi senza veli an­cora la tua franca versione sulla storia mai sopita, e mai per vero dimenticata, della tua squalifica per doping, al Giro d’Italia del 1969. Via dal Giro in maglia rosa, mattina del 2 giugno, Festa della Repubblica, Hotel Excelsior di Albisola, e la notifica ufficiale a te recapitata nella stan­za di albergo, della “positività” al controllo antidoping eseguito sulle urine, al termine della tappa precedente, la Parma - Savona, vinta in contropiede - e chi se lo scorda - dal livornese Ro­berto Ballini. Secondo Basso terzo Reybrouck...
Caro Eddy, sono ancora pulsanti, in foto e nella memoria, tu con il calzoncino nero scritta FAEMA sulla brandina e quelle lacrime che oggi non si usano più di mortificazione e dolore, nello sport e altrove, quelle emozioni. Ed è intensa ancora quella perplessità, se non quello sconcerto, e quel tuo sentirsi allora ingannato e defraudato, il declamare al mondo la tua innocenza, non esisteva il clamore dei telefonini o dei social, c’era una sincerità tangibile, «non ho fatto niente»... E ribadire come quella fencamfamina o come si chiamava lei, quel Reactivan tanto in voga allora, un analettico del circolo prodotto da una industria curiosamente dal nome Merck, tu non la avessi mai assunta. Il direttore sportivo Giacotto, il team manager Van Buggenhout, Torriani, Zavoli, Raschi, Negri, Ormezzano... testimoni ormai muti di quella vi­cen­da, in quelle immagini e in quei video scarni.
Era il 1969, Merckx andava via, in rosa dal Giro. Senza perdonarsi e senza mai perdonare. È il 2025, di giugno.
Caro Eddy, rallento qui il na­stro e ti regalo invece ora, con l’affetto che mi riconosci un sorriso. 
Ti dono infatti le lacrime ver­sate quel giorno, nella campagna di un paesino - Rongolise di Sessa Aurunca, Caserta - dove eravamo in  famiglia a trascorrere un weekend di vacanza, così lontano almeno fisicamente da Albisola e dal Giro, da una ragazzina bruna di 13 anni, mia sorella Antonella, che era di te follemente invaghita come un acerbo amore. «Il mio Edduccio», diceva in un pianto dirotto, ed io - fratello maggiore che le avevo inculcato il vizio assurdo del ciclismo - non sapevo come consolarla.
«Il mio Edduccio via, ma quello è un ragazzino così buono, vedi come si dispera, lo avranno tradito certamente...». «Gli avranno messo il doping nella borraccia, sicuro, ma chi?, Paolo, Gimondi no, è un signore perbene, se­condo me è stato quel te­desco suo compagno di squa­dra, quello sì, non mi è piaciuto mai, quello, sì, Al­tig».
Sorrido, Eddy, forse sorride­rà anche mia sorella An­to­nella, nel tempo una manager di successo allora tredicenne innamorata di Eddy Merckx, e con il dubbio in­tatto di una congiura perpetrata... Con i nomi che tornano senza ragione, giugno 2025, ad abitare un dubbio. Ma invito a sorridere, con questa memoria ingenua di adolescenza anche te. Una ipotesi e il sospetto possiamo solo dividerli con noi stessi, non lanciarli alle stelle, ci tornano addosso come pietre: in specie se li riferiamo agli assenti, a chi non ha più diritto di replica. Non ne abbiamo più l’età. Siamo distanti dalla calunnia. Il tempo è grigio.
Io, ancora, Altig non lo co­noscevo, per illuminare Gi­mondi, e forse non c’è neanche bisogno di raccontartelo, perché tu sei campione di onore, ti affido il dolore infinito che mi confidò - era a Na­poli, quel giorno - per la morte amara di Victor Van Schil, un tuo fedelissimo. Non tratta un Giro, di sicuro, uno che si strugge per il suicidio di Van Schil, il gregario primo del suo avversario unico.
E ti dico ancora che in quel 1969 che fu il displuvio nel mondo della storia, con la conquista della luna, forse tu vincesti a luglio il Tour del  ’69 - ti fu ridotta la squalifica e la sospensione dall’attività per rispetto unanime, così da consentirti di correrlo - e in quale maniera strepitosa, il maggiore pure così giovane dei Merckx in assoluto, forse anche per la rivalsa intima di un Giro a giugno ingiustamente perduto.
E ti dico infine, poi basta, dobbiamo dircelo tutti e due, che di quel Giro 1969 possiamo ancora parlarne noi, come fosse una corsa di bicicletta perpetua. E c’è in­vece, sul bordo della storia, a restituire il valore giusto del­la memoria e della vittoria, la fotina di un ragazzino di no­ve anni allora - Giancarlo Manzi, il secondo dei tre figli di un agricoltore - morto nel crollo di una tribuna all’arrivo, nella frazione che da Viterbo portava a Terracina. Che una bici non l’ha vista mai più.
Primo ancora, e sempre, Ed­dy, ancora tu, non sembra ieri, sembra oggi, quel pomeriggio.
Con grande affetto.

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