Ganna: «Il podio poiùà bello dei mniei 28 anni»ı

di Giulia De Maio

Sono un po’ stanchino direbbe Forrest Gump, sono un po’ morto confida Filippo Ganna al termine del Deutsch­land Tour di cui è stato protagonista il compagno di quartetto Jonathan Milan. 
L’anno olimpico è particolarmente esigente, soprattutto per chi concilia una doppia attività come il campione italiano della cronometro che a Parigi 2024 ha conquistato la prima medaglia in assoluto dell’Italia Team. E lo ha fatto proprio nella prova contro le lancette, vinta da quel fenomeno di Remco Eve­nepoel che pochi giorni dopo avreb­be scritto la storia ripetendosi anche nella prova in linea. Due ori per il talento belga, come quelli per cui alla vigilia avrebbe firmato il 28enne verbanese che si è dovuto “accontentare” dell’argento meritato nella bagnata sfida d’apertura su strada e del bronzo nell’inseguimento a squadre su pista con Francesco Lamon, Simone Consonni e Jonathan Milan, gli stessi compagni con cui tre anni fa a Tokyo segnò il record del mondo e portò a casa l’oro.
Conclusa la rassegna a cinque cerchi le sensazioni sono dolci-amare per la locomotiva di Verbania: dolci perché salire sul podio olimpico è sempre “tan­ta roba”, amare perché uno come lui punta sempre al massimo risultato e ha abituato sé stesso e tutti noi molto bene. Ad accoglierlo e applaudirlo do­po l’arrivo della cronometro c’era an­che il Presidente Sergio Mattarella, che il 23 di questo mese al Quirinale riceverà tutti gli azzurri medagliati più coloro che si sono piazzati al quarto posto. 
«Mi spiace averlo fatto aspettare sotto la pioggia e di non essere riuscito a centrare l’oro, che era il mio obiettivo. L’argento non era la medaglia che volevo, ma mi ha battuto un fuoriclasse. È andata meglio rispetto alle ultime Olim­piadi (a Tokyo fu 5° ma su un tracciato decisamente meno adatto alle sue caratteristiche, ndr) quindi sì, alla fine sono contento del risultato - ha detto Pippo, prima della meritata festa a Casa Italia -. Tutti sanno quanto soffra un po’ la pioggia e le strade bagnate, ma ho cercato comunque di inseguire il mio sogno, di tenere il mio ritmo e fare il meglio che potevo. Devo ringraziare tutto lo staff, che mi ha seguito dall’inizio della stagione per ottenere questo risultato, e il mio allenatore Dario Cioni, il primo a credere in me». 
Una sbandata ha rischiato seriamente di compromettere la sua crono e la sua Olimpiade: «Ho rischiato davvero tan­to in quella circostanza, forse qualcuno da lassù ha voluto risparmiarmi una bruttissima caduta… Avevamo fatto la ricognizione con l’asciutto e col caldo, l’esatto opposto rispetto alle condizioni che abbiamo incontrato in gara. Sa­rebbe stato bello farne una la mattina stessa, ma alla fine dei conti eravamo tutti nella stessa situazione. Son mancati 14 secondi. Sono felice di aver portato la prima medaglia all’Italia» ha ripetuto alle tv di tutto il mondo prima di abbracciare le persone a lui più care che conoscono meglio di chiunque al­tro i tanti sacrifici che ha affrontato nei mesi scorsi. Dopo il Giro d’Italia ha trascorso un mese da eremita in altura tra Livigno e Macu­gnaga, scendendo sotto i 3.000 metri giusto per pedalare, di frequente al velodromo di Monti­chiari. Ha seguito una dieta ferrea, bandito l’alcool, “li­mato” su ogni aspetto possibile e non ha lasciato nul­la al caso. 
Con Evenepoel e Van Aert la sfida si riproporrà già agli imminenti Cam­pionati Europei in Limburgo (11-15 settembre) e Mondiali di Zurigo (22-29 settembre). 
«Sì, ma gli anni passano e a Los An­geles potrei avvertire i primi acciacchi dell’età mentre Remco è ancora super giovane come Joshua Tarling, che alle prossime Olimpiadi sarà ancora più maturo e pericoloso. Wout mi ha detto “so cosa vuol dire fare secondo, so quanto brucia” ma ci siamo fatti i complimenti a vicenda. Forse era una delle ultime Olimpiadi dove si poteva vincere, ad ogni modo io continuerò ad inseguire la perfezione, ma più che sui rivali sono concentrato su quello che posso fare io» ha ribadito Filippo, da medaglia anche nella caccia alle spillette olimpiche, sport a cui partecipano tutti gli accreditati ai Giochi che se le scambiano tra nazionalità e discipline diverse, ma anche con addetti ai lavori, come abbiamo visto fare proprio a Pip­po pure tra un’intervista e l’altra.
A incitarlo dal vivo sotto la pioggia e nella “sauna” del velodromo parigino ovviamente non sono mancati mamma Daniela, papà Marco (azzurro di canoa ai Giochi di Los Angeles 1984), la so­rella Carlotta, la fidanzata Rachele e parecchi amici che hanno scelto Parigi come meta delle loro vacanze estive. Non avranno potuto ascoltare l’inno di Mameli grazie al loro campione, ma non sono di certo tornati a casa senza emozioni. 
Il quartetto azzurro ha dovuto abdicare, ma con una finale al cardiopalma che ha ricordato quella giapponese di tre anni fa, pedalando in 3’44”197 ha battuto la Danimarca che è partita fortissimo ma si è sfaldata dopo il terzo chilometro con i corridori che non so­no riusciti a mantenere l’ordine e han­no chiuso in 3’46”138. Come da tradizione, azzurri a rincorrere con un ritardo che è arrivato ad essere superiore ad un secondo, poi l’inizio del recupero, con la scelta di far tirare un solo gi­ro a Consonni all’inizio del terzo chilometro, per lanciare poi Milan e quindi far finire un Ganna che ancora una volta è stato fantastico. I nuovi campioni olimpici sono gli australiani Oliver Bleddyn, Sam Welsford, Conor Leahy e Kelland o’Brien (3’42”067 il loro tempo, ma il giorno precedente avevano fermato il cronometro a 3’40”730, migliorando di oltre un secondo il precedente primato del mondo che apparteneva all’Italia!) che in una finale bellissima hanno superato la Gran Bre­tagna, vittima di un incidente e costretta ad accontentarsi dell’argento. 
«Questo è il podio più bello dei miei 28 anni. Difficile dire se questo quartetto sarà ancora insieme a Los An­geles nel 2028, ma ciò non toglie che il cammino che abbiamo fatto è stato straordinario. È partito tutto da Rio 2016, ma forse direi addirittura da Lon­dra 2012, siamo cresciuti anno do­po anno, togliendoci prima piccole soddisfazioni fino ad arrivare al trionfo di To­kyo - ha dichiarato a caldo Pippo, ca­pitano indiscusso del trenino -. A Parigi partivamo da favoriti ma non si può fare copia-incolla, volevamo arrivare in finale ma non ce l’abbiamo fatta, complimenti all’Australia, squadra che non conoscevamo, e alla Gran Breta­gna. Abbiamo dato tutto in ogni singola prova, fin dalle qualifiche. Se a To­kyo ero stato io a dare una spinta in più, questa volta c’è stato San Jonny Milan, che nella finale è stato decisivo». 
Senza cercare scuse, Filippo si è tolto il cappello davanti ad avversari che (questa volta) si sono rivelati più forti meritando il successo. 
«Noi abbiamo dato il nostro 100%, per in­­tenderci nella semifinale io ho espresso 100 watt in più di Tokyo ed è stato uno dei primi quartetti nel quale anch’io sono arrivato veramente provato - ha rivelato durate i giorni clou dei Giochi Olimpici. - Esprimerci al me­glio non è bastato per battere gli au­straliani, ma loro sono arrivati veramente vicino ai 3’39”, quindi c’era po­co da inventarsi. Ciò che conta è che ab­biamo dato il massimo come ogni singolo giorno da quando pedaliamo insieme a questi livelli. Con gli altri ragazzi ci siamo parlati, ripeterci era il nostro sogno e abbiamo lavorato sodo per riuscirci. Non dobbiamo essere de­lusi o, meglio, non possiamo rimproverarci nulla». 
Dopo le fatiche olimpiche Top Ganna si è rilassato qualche giorno a Seni­gallia con la fidanzata Rachele e gli amici di sempre, il deejay che lo carica con la sua musica, il cuoco che delizia il suo palato e Michele Scartezzini, uno degli azzurri della pista che, seppur sia rimasto fuori dalle convocazioni del ct Villa era a Saint-Quentin-en-Yvelines per sostenere i fratelli in maglia azzurra. 
«Ora ho tutti i colori delle medaglie olimpiche, qualcuno potrebbe dirmi che se mi fossi concentrato solo su una disciplina magari ora avrei un oro in più… Le critiche le apprezzo, ma pos­so anche non ascoltarle, visto che in bici ci sono io. Dedico queste medaglie a chi non è mai sceso dal carro» ha ag­giunto Super Pippo, pronto ad un finale di stagione che lo chiama a essere nuovamente protagonista sia con il club di appartenenza che con la Na­zio­nale. È tornato in corsa con la Ineos Gre­nadiers in Germania e poi nel Be­ne­lux per il Re­newi Tour (dove si è fermato dopo la prima tappa, vittima di un affaticamento), prima della Classica di Am­burgo. Con la maglia della Na­zionale dovrebbe disputare Europei e Mon­diali: in quali gare verrà schierato tra crono, strada e pista c’è una traccia che verrà svelata solo nel corso di questo mese e molto dipenderà dalle forze rimaste a Top Ganna. 
«Sono un po’ morto, ma per le vacanze dovrò aspettare ancora un po’ - riconosce Filippo, che dopo lo stop disegnerà il suo nuovo calendario - perché ci so­no ancora appuntamenti importanti. I Giochi Olimpici erano l’obiettivo principale di questa stagione, ma non l’unico. Voglio ripagare la squadra del tem­po che mi ha concesso per inseguire i miei sogni a cinque cerchi e onorare come ho sempre fatto la maglia azzurra. Come ha ben detto il portabandiera dell’Italia Team Gianmarco Tamberi, sfortunatissimo a Parigi, quan­do si in­dossa la maglia della Nazionale è come avere i superpoteri. L’orgoglio italiano ti spinge a superare i tuoi limiti e a da­re di più di quello che hai, anche quando sei un po’ cotto, come mi sento io a fine estate. Quando sai che hai l’opportunità di rappresentare il tuo Pae­se cerchi di arrivare preparato, avendo fatto il meglio per essere al top. Però, allo stesso tempo, questo non deve rappresentare un fattore “condizionante”. Ad ogni gara, che sia in maglia di club o con la Nazionale, devi mostrarti all’altezza. In tutte le occasioni. Bisogna dare il cento per cento, a prescindere».
E così farà Pippo, che a differenza di Forrest Gump deve continuare a correre per un paio di mesi ancora. Corri Pippo, corri!

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