Vingegaard: «Per due settimane ho lottato, poi ho ceduto: ma il prossimo anno...»

di Francesca Monzone

L’immagine che resterà di Jonas Vingegaard e del suo Tour de France 2024, non sarà senza dubbio quella del miglior perdente contro un inarrivabile Tadej Po­gacar, ma quella di un campione esausto che nonostante le ferite appena ri­marginate, ha cercato di battere fino alla fine chi in quel momento era più forte di lui. Le foto scattate in questo Tour de France, raccontano la storia di un uo­mo esile con al fianco la sua amata Trine, la moglie che ha voluto dare al suo Jonas anche il suo cognome. C’è l’uomo stanco e vinto, che cerca rifugio tra le braccia di chi sa consolarlo e poi c’è la piccola Frida, che tra poco avrà un fratellino. Vin­ge­gaard è stato l’autentico simbolo dell’uomo che non si è mai arreso, che ha chiuso la testa tra le braccia per na­scondere le lacrime e che si è attaccato agli affetti più cari per cercare di non scivolare troppo lontano da colui che questo Tour lo ha dominato. 
Al termine della Grande Boucle il danese, che la corsa gialla l’ha già vinta due volte, nel 2022 e 2023, ha detto di essere completamente svuotato, ma che il prossimo anno sarà a Lille, quando il 5 luglio il Tour prenderà il via per la sua edizione numero 112, con una determinazione ancora maggiore. 
«Non sono mai stato così stanco in vita mia - ha detto Jonas al termine della cronometro di Nizza -: mi sento completamente finito».
Anche sei vittorie di tappa conquistate da Pogacar parlano da sole, lo sloveno è stato semplicemente il migliore, ma Jonas Vingegaard può invece aggiudicarsi il titolo dell’uomo che non ha ri­nunciato a battersi. Non c’è stato risentimento o uno sguardo cattivo nei confronti di Tadej Pogacar, ma ci sono sempre stati pensieri positivi nella testa del danese subito dopo essere salito sul podio di Nizza con un secondo posto.
«Probabilmente quello che provo è so­prattutto orgoglio, in relazione alle mie origini, a quello che ho passato e al modo in cui tornerò. Non avevo mai nemmeno osato sperare in questo se­condo posto, alla luce della preparazione che ho avuto».
Lo scorso aprile l’esile danese era finito a terra nella quarrta tappa dell’It­zu­lia Basque Country, quando in discesa aveva perso il controllo della sua bici a causa della velocità e di una curva troppo pericolosa e aveva riportato fratture alle costole, ad una clavicola e un pneumatorace, che lo hanno costretto ad un ricovero in terapia intensiva. Dopo l’incidente, il recupero è stato difficile e le incertezze sulla sua partecipazione o meno al Tour si sono inseguite per settimane. Alla fine Vingegaard è partito e a Firenze ha indossato la maglia che la sua Visma-Lease a Bike ha dedicato al Rinascimento italiano. Na­tu­ral­mente nessuno sapeva quale fosse la sua reale condizione, ma lui ripeteva di star bene e di essere venuto per vincere. Per capire quale fosse la verità vera è bastato poco, perché già in Italia, Po­gacar ha fatto capire le sue intenzioni e poi alla quarta tappa sul Galibier ha sferrato il suo primo attacco. Il danese ha finito il Tour con il secondo posto a 6 minuti e 17 secondi dallo sloveno e con il successo di tappa a Le Lioran. Certamente Vingegaard ha lottato e sperato sempre, ma i conti con la crudele realtà per lui sono iniziati poco prima dell’ultima settimana di corsa, quando a Plateau de Beille il dominio di Tadej è diventato incontrastabile. Eravamo solo all’inizio e il danese ha dovuto assistere ad altre tre vittorie consecutive dello sloveno: a Isola 2000, al Col de La Couillole e per finire  anche nella cronometro di Nizza. 
«Ovviamente ero venuto qui con l’intento di lottare per la vittoria e penso di averlo fatto per due intere settimane. Poi è stato come se la pellicola si fosse rotta in modo definitivo nella terza settimana. Non ho rimpianti, perché so di aver dato il massimo e so di essere stato bravo, ma c’è stato qualcuno più bravo di me».
Quando la corsa ciclistica più dura del mondo aveva completato metà del suo percorso, Jonas Vingegaard aveva un ritardo di 1 minuto e 14 secondi da Po­gacar, che aveva indossato la maglia gialla fin dalla quarta tappa. In quel mo­mento, era pieno di fiducia e convinto di poter ancora vincere, poiché non si sentiva troppo lontano dal suo rivale più pericoloso.
«In realtà penso che forse avrei potuto combatterlo con ancora maggior determinazione nelle prime due settimane. Ma nella terza settimana non sono più riuscito ad avvicinarmi a lui». 
Al momento Vingegaard è tranquillo con la sua famiglia, in attesa della na­scita del suo secondo bambino e ri­prenderà a correre alla Clásica de San Sebastián il 10 agosto e poi sarà di nuovo al Giro di Polonia dal 12 al 18 agosto. Nella sua nuova casa a Glyn­gøre, il campione si sente al sicuro. È lontano dalle attenzioni mediatiche ed è sereno con la sua famiglia, il suo bene più prezioso e la sua ancora di salvezza quando tutto sembra andare storto. 
«Per il momento voglio andare a casa e rilassarmi. Non credo di essermi mai sentito sfinito come in questo momento. Poi penso che tra una settimana i miei pensieri potrebbero iniziare a guardare al futuro e potrei iniziare a pensare al Tour de France del prossimo anno, dove tornerò sicuramente».
Ci tornerà per ricominciare a volare leggero in salita, con lo sguardo fisso davanti, senza mai voltarsi indietro a vedere gli avversari. Ci tornerà per scrivere una nuova pagina di storia di un ragazzo che è stato esile e che proprio per questo non aveva mai ispirato le squadre a puntare sul suo futuro. Una scelta che lo aveva costretto a lavorare in uno stabilimento che inscatolava pesce e ad allenarsi in bici all’alba, quando in Danimarca è notte e fa freddo. 
La svolta è arrivata nel 2019 con la Jumbo-Vi­sma che decise di assumerlo come gregario di Primoz Roglic al Tour de France. Il destino per lui cambierà per sempre nel Tour del 2021, ancora offuscato dal Covid, quando Roglic si ritirò per una caduta e Jonas prese i gradi da capitano arrivando se­condo alle spalle di Pogacar. Nei due anni successivi ci sarebbe stata un’altra storia da raccontare, quella del piccolo danese che a Parigi indossava la maglia gialla del vincitore. Il 2024 è ormai archiviato, per l’eroe sconfitto è arrivato il tempo di mettere a terra le armi e di riposare e iniziare a immaginare la sua rinvincita che arriverà il prossimo anno. Perché la storia di questo ragazzo venuto dal mare del Nord è legata a filo doppio a quella del Tour de France. E di pagine da scrivere ce ne sono ancora molte.

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