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di Giampaolo Ormezzano

All’inizio di questo 2005 che chissà come sarà mi è accaduto un fatto singolare, ancorchè per me non inedito. Entrato nella redazione sportiva de La Stampa, da collaboratore amico come sono, ho incontrato subito sguardi strani, assolutamente non attribuibili al fatto che fosse quella la prima volta dell’anno in cui mi vedessero. Poi uno mi ha chiesto se sapevo qualcosa di Berruti. Sì, Livio Berruti, quello che vinse a Roma 1960 i 200 metri, il mio grande amico. Risposi che non lo vedevo né sentivo da qualche giorno, cioè dall’anno scorso. Uno azzardò: corre voce che sia morto, puoi controllare? Telefono di casa, a vuoto. Telefonino, subito lui. Come stai? Bene. Auguri, dove sei? In Francia ma sto per passare il confine, fra due minuti sono in Italia, richiamami. Due minuti dopo la spiegazione, mia a lui, di una telefonata un po’ strana. Stupore, felicissimo stupore mio, attonito stupore suo. Forza Livio, cose così allungano la vita. Sì, grazie, ma vorrei sapere come la notizia è venuta fuori. Ieri sera per la verità ho fatto una brutta spettacolare caduta, ma ho rassicurato chi mi stava intorno, neanche un graffio. Boh.

Mi era accaduto un fatto simile una ventina di anni fa. Al giornale sapevano della mia amicizia, tanto grande quanto priva di risvolti giornalistici, con Enzo Ferrari, del quale periodicamente ricorrevano notizie di morte. Un giorno mi dissero quasi perentori: tu hai il suo telefono di casa, chiamalo, ci sono voci davvero inquietanti. Feci il numero, rispose lui, disse “Ferari”, una erre sola e la molto sua cadenza emiliana. Sono Ormezzano. Cosa vuoi, vagabondo? Non avevo preparato nulla, inventai: domani passo da quelle parti, ci vediamo? Lui: e devi chiedermelo? L’indomani mi inventai una colica renale, abito a Torino, Maranello era ed è un viaggio.
L’episodio che riguarda Berruti mi ha però fatto venire alla mente soprattutto i tempi ed i modi con cui ho dovuto frequentare professionalmente morti importanti. L’ultima volta per Pantani, ormai fa un anno. Ero in una televisione privata per una trasmissione calcistica, in collegamento con Milano dove qualcuno lesse la notizia dell’Ansa. Staccai subito, andai a La Stampa, era ormai la notte. Devo dire che quella volta ero in un certo senso preparato: correvano voci terribili sull’isolamento di Marco, e pochi giorni prima, a pranzo con Moser per i vent’anni del suo record dell’ora, a vicenda ci eravamo sbattuti addosso dei timori forti.

Ecco, se ripenso al mio mezzo secolo più un anno e mezzo di giornalismo sportivo, e cerco i contatti che ho dovuto avere con la morte per ragioni di lavoro, scopro, ritrovo cose interessanti. Preciso subito che la fine a Superga del Grande Torino non mi riguardò giornalisticamente, era il 1949 e avevo 14 anni. Mentre la stage all’Heysel mi arrivò dalla televisione, stavo al seguito del Giro d’Italia, se ricordo bene ero a Vietri sul Mare. Tutto sommato, ho avuto poche morti davvero addosso, cioè con subito diramazioni negli impegni di lavoro. Però sono state morti importanti. Quella di Fausto Coppi, il 2 gennaio 1960, segnò fortemente la mia vicenda giornalistica. Avevo appena 25 anni, ero il più giovane della redazione di Tuttosport, l’1 gennaio arrivò la notizia da Tortona - Coppi in ospedale, febbre altissima - e spedirono l’ultimo arrivato: strade brutte e stanchezza dentro per la veglia di San Silvestro, roba da giovanotti con recupero. Scrissi praticamente tutto il giornale, quella sera, quella notte, e per me cominciò una vicenda che alcuni hanno persino chiamato carriera. L’anno dopo mi mandarono anche sulla Formula 1, ci fu una strage di spettatori a Monza, altro reportage caldo, forte.

Mi rendo conto che rischio di passare per menagramo, ma insisto a dire che tutto sommato gli episodi mortali, per quanto ho viaggiato e visto e riferito, sono stati pochissimi. Non avevo saputo nulla a Roma 1960 del ciclista dilettante danese ucciso da droghe e sole, non toccava a me il ciclismo olimpico. Ero al Tour 1967, quello della morte di Tom Simpson, uno strazio davvero, la voglia quasi disperata di rifiutare l’ipotesi della chimica assassina. Ero ai Giochi di Monaco 1972, quelli dell’eccidio degli atleti israeliani da parte dei feddayn al villaggio olimpico, del fuoco incrociato feddayn-polizia all’aeroporto della città bavarese. Un giorno a scrivere il reportage del terrore, nella notte l’annuncio “tutti salvi” e, a giornali già in macchina con titoli di sollievo, il contrannuncio “tutti morti”. Il senso di un evento cosmico, in fondo la stessa portata enorme del fatto servì per una sorta di anestesia personale. Mi buttai nel lavoro, insomma, senza sostare su pensieri particolari, personali.

Debbo dire che ritengo di essere sempre stato colpevole o comunque interprete di un certo cinismo professionale, perché in occasione di ogni morte “vissuta” ho pensato subito al risvolto di lavoro e ad esso mi sono dedicato: e ce l’avrei fatta anche per Livio Berruti, che pure per me, fra l’altro anche suo compagno di scuola, è quasi un fratello. Naturalmente il cinismo ha funzionato meglio in caso di morti senza la mia diciamo partecipazione diretta, morti repenti o annunciate però in un certo modo lontane: anche se era un quasi amico come il bobista Eugenio Monti, come il pilota Gilles Villeneuve. Come Ferrari e come Bartali, amici senza il “quasi”. O Panizza, per stare ad un ciclismo molto mio.

Nel calcio ho patito con mediazioni di informazioni varie la morte di Ferrini, ho vissuto intensissimamente la tragedia di Meroni, Due del mio Torino. Il giornale mi aveva mandato all’ospedale dove cercavano di salvare Meroni, stavo nella sala di attesa del pronto soccorso, c’era la compagna del giocatore, c’era il presidente del club granata. I medici, cercando di operare il miracolo su quel povero corpo distrutto dall’urto con un’auto, ci lasciarono in fondo un quarto d’ora per prepararci. Poi subito al lavoro, a scrivere, cercando di salvare qualcosa di quanto già scritto quando per una prima edizione si era buttato giù qualcosa parlando di prognosi gravissima, disperata.
Secondo me, non c’è nessuna morale da trarre da queste esperienze, nessuna conclusione speciale. Diciamo che ho scritto le righe qui sopra come voto, come fioretto per la fortuna di non aver dovuto scrivere di Berruti.
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