Combattiamo il mese del “tuttocalcio” di Gian Paolo Ormezzano
Ci sono quattro anni di tempo per mettere a punto una vitale, esistenziale, indifferibile azione pro-ciclismo, dopo avere trascurato clamorosamente, colpevolissimamente l’ultima occasione. L’appuntamento inderogabile è per il 2006, ovviamente sperando che per quell’epoca ci sia ancora il ciclismo.
Nel 2006 si disputerà nuovamente la Coppa del Mondo di calcio, e nella vicina Germania. Per la verità già nel 2004 si disputerà in Portogallo il campionato europeo, ma due anni di tempo per studiare e mettere a punto una strategia sono pochi, e allora facciamo finta che questa manifestazione non abbia l’importanza assorbente e devastante del torneo mondiale.
Dunque: è assolutamente impensabile, orrendamente masochistico, presumibilmente suicida pensare che si possa subire calcio per un altro mese del 2006 come lo abbiamo subìto nel 2002, a Giro d’Italia ormai finito (come programmazione di tappe ma anche come interesse popolare, dopo le sberle da doping) e a Tour de France non ancora cominciato. Abbiamo sentito alla radio, a un giorno dalla fine del torneo calcistico officiato in Corea del Sud e in Giappone, quattro presidenti di grosse federazioni (Ceruti per il ciclismo, Maifredi per il basket, Gola per l’atletica e Magri per la pallavolo) che hanno discusso, in una trasmissione si badi bene dedicata anch’essa alla Coppa del Mondo del calcio, di come i loro sport avevano patito la schiacciante dominazione del pallone da football. Tutti remissivi, tutti impegnati a fare comunque i tifosi del nostro sport attraverso la sua espressione massima, dunque a seguire la Nazionale azzurra di calcio e ovviamente a stare male quando arbitri brutti e guardialinee cattivi la vessano.
Pensare che fra quattro anni patiremo un altro mese «tuttocalcio» come il giugno ultimo scorso è per noi agghiacciante. Proviamo a fornire alcuni suggerimenti, magari con la speranza che siano sperimentati già per il campionato calcistico europeo dei 2004, sia pure a titolo blando di preparazione, di allenamento. Parliamo dal punto di vista del ciclismo che amiamo, evitando di ipotizzare un’unione di tutto il nostro sport per legittima difesa collettiva: perché mai sarà rintracciata una simile unità di intenti, lo sport italiano è Casa Borgia, dove ognuno studia come avvelenare gli altri, e pazienza se sa che intanto gli altri studiano come avvelenare lui.
Dunque: il ciclismo deve, quando il calcio prende possesso di cuori, animi, cervelli (per quel poco che ancora esiste) e muscoli assortiti, da quelli per comandare al corpo lo spostamento in poltrona a quelli per l’esercizio sportivo dello zapping, con forte impegno del dito, inventare qualcosa per far sapere che esiste. Riandando all’ultima Coppa pallonara del Mondo, il ciclismo avrebbe potuto scegliere fra questa gamma di comportamenti:
mandare una petizione di solidarietà all’arbitro ecuadoriano Moreno, che in qualche modo ha fornito spazi vitali al mondo della bicicletta spedendo i calciatori azzurri a casa;
À organizzare una manifestazione ciclistica italiana in Ecuador, per far sapere che il nostro sport non è soltanto quello di Vieri che sconfigge a pallonate la Nazionale calcistica ecuadoriana o di Totti che fa arrabbiare il massimo arbitro di quel paese;
à proporre, in tempo di nostri calciatori miliardari comunque deludenti, il caso umano di ciclisti italiani che presto saranno disoccupati e che in ogni caso, anche conservando uno straccio di contratto, guadagneranno in un anno quello che certi calciatori guadagnano in una settimana;
Õ inventare una decina di casi umani ciclistici il più possibile lancinanti e mandarli nelle trasmissioni televisive ad hoc, specie della Mediaset che la Rai ha colpito duro con le sue esclusive mondiali di calcio;
Œ occupare - usando un addestrato commando di ciclisti importanti - trasmissioni radiotelevisive, magari simulando di voler fare un ulteriore omaggio al calcio, al quale offrire la propria devozione, il proprio omaggio di pedalatore importante, e poi sbottare con la domanda se davvero gente pensante crede che alla Coppa del Mondo nessun calciatore si sia drogato o dopato;
œ approfittare di tutto, ma proprio tutto il palcoscenico immane che il calcio si prende e che ogni tanto è costretto a riempire anche di bipedi non suoi, per fare di tutto su quello stesso palcoscenico: dalla petizione ai propri bisogni, pur di notificare che si esiste;
– inventare una Luisa Corna della bicicletta e spedirla nuda e canterina all’assemblea della Confindustria come in piazza San Pietro: perché se il calcio si attribuisce anche le Luise Corne, siamo alla fine del resto del mondo;
— varie ed eventuali:
Tutto, purché nel 2006 non si viva un altro mese come il giugno del 2002. Siamo già sotto incubo prossimo venturo, in tanto che non riusciamo a scalciare lontano l’incubo appena vissuto. Aiuto.
Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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