Rapporti&Relazioni
Gli scout al Tour
di Gian Paolo Ormezzano

L’altro giorno ho visto (riconoscendolo per la divisa, si capisce) un boyscout niente boy, grosso modo con la mia età, sessanta e dintorni, e mi è venuta voglia di seguire il Tour de France. Perché quello è rimasto l’ultimo modo di fare dello scoutismo giornalistico, con diramazione in una meritocrazia fisica che non mi dispiace mica troppo, visto che ad essa non solo mi sono dedicato, scrivendo di sport dopo aver fatto sport, ma da essa sono stato gratificato, prima appunto da sportivo modesto, poi da giornalista iperattivo, adesso da adulto in - sia lodato Iddio - buona salute: come dimostra la coltivazione del mio desiderio «touristico», che è sano e insano nello stesso tempo.

Perché il Tour de France come scoutismo giornalistico? Perché ormai noi giornalisti sportivi viviamo in maniera troppo comoda.L’ho sperimentato anche in occasione del Giro d’Italia ultimo. Si arriva in una qualunque sede di tappa, si è subito accreditati, si cerca una stanza d’albergo e un’apposita organizzazione la trova in due minuti, del genere richiesto si capisce, si accede alla sala-stampa che è appena lì dopo il traguardo e si sbatte subito contro uno splendido buffet.
Ma non è soltanto cosa del ciclismo.Una qualsiasi trasferta di calcio, mettiamo per una coppa, offre tutte ma proprio tutte le comodità: all’aereoporto ti coccolano dandoti ogni cosa, dal buono per la prima colazione al voucher per andare in pullmann dall’hotel al posto di allenamento, al dépliant turistico della città per una visita sommaria ma valida, alla maglietta ricordo.
E l’Olimpiade? Ti offre una pace, un’atarassia di secondo tipo, e ad alcuni sgradevoluccia. Per la semplice ragione che o ti impedisce di vedere le gare, consegnandoti così alle comodità della sala-stampa, dove hai tutte le televisioni da tutti i campi di gara, oppure ti sigilla dentro un impianto, mettiamo lo stadio di atletica, dove vedi bene tutto dello sport che ti interessa e vivi blindato come vivresti in un villaggio di vacanza, con la differenza che gli animatori sono gli atleti. Forse lì nello stadio non ci sono buoni ristoranti, ma puoi mangiare con pochi soldi e rubare ricevute in bianco da riempire poi per apocalittiche note spese. Un briciolino più dura e complicata è l’Olimpiade invernale, se non altro per il problema delle levatacce. Ma respiri aria buona, di quella che gli altri respirano solo pagando milioni.
Al Tour ti trattano ancora male, i buffet sono rari, e in sale-stampa spesso lontane dagli arrivi, e comode mai.Gli alberghi non sono facili da conseguire come in Italia.La masnada dei giornalisti concorrenti è molto attiva, molto feroce.Ci sono persino giornalisti che seguono la corsa in motocicletta e che davvero hanno delle esclusive che tu manco ti sogni (al Giro d’Italia l’omologazione dell’informazione è insieme comodissima e avvilente).

Ecco, siamo arrivati alla scoperta dello scoutismo più profondo, ed è quello con risvolto deontologico.Al Tour de France il giornalista che ancora si diverte a lavorare, e che vuole lavorare proprio da giornalista, trova pane per i suoi denti, materia per le sue meningi, acido lattico per le sue gambe. Vestirsi idealmente da boyscout al Tour, per andare da meraviglia a ameraviglia nella giungla ciclistica che c’è ancora, è facile, è quasi automatico. Fra l’altro vestirsi da boyscout serve anche per ragioni di comodità fisica: a luglio fa di regola caldo, e in Francia non è come in Italia, dove quando si scoppia per i trenta gradi si passa all’abito in fresco lana e ci si allenta la cravatta (il primo collega incontrato dal sottoscritto ripiombato al Giro è stato un vecchio amico, un vecchio compagno di giubbotti e jeans: portava pantaloni scuri, camicia bianca con cravatta, e mi ha subito detto che lasciare la giacca su una sedia era un forte atto di libertà, tenuto anche conto del fatto che quel giorno proprio si asfissiava).

Prendete dieci ex ciclisti medi che hanno dai cinquanta ai settant’anni: sicuramente nove di loro mostrano assai meno degli anni dell’anagrafe.Prendete dieci calciatori, di notorietà grosso modo pari, in rapporto al loro mondo, con quella dei ciclisti nel mondo della bici: almeno cinque denunciano, e vistosamente, più degli anni che hanno sin lì messo insieme.
La longevità e la buona salute del ciclista medio sono eccezionali.Così come eccezionale è il suo dinamismo di vita, spesso accompagnato dal successo economico, che a suo tempo non ebbe certamente fondamenta di contratti miliardari.Un particolare significativo: messi al volante di un’auto, gli ex ciclisti sono di solito piloti eccezionali per resistenza, riflessi, sicurezza.

Non ho nessuna ricerca, nessuna statistica a supportare queste mie osservazioni.Chiedo credito alla sensibilità, alla mia esperienza di personaggi sportivi.Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano gli ex calciatori, ma non leggono questo giornale.E quanto a cosa pensano gli ex ciclisti, hanno troppe belle cose da fare per soffermarsi da narcisi su queste righe.

Gian Paolo Ormezzano, 61 anni, torinese-torinista, articolista di “Tuttosport”
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