LUTTO | 13/10/2016 | 09:52 “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta / Gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica / Era in salita ma pedalava in fretta / Poi l’han beccato e andava con fatica / L’hanno beccato preciso sul cervello / Ma ha fatto ancora qualche pedalata / Poi è crollato come fa il vitello / Quando gli danno l’ultima mazzata”. Dario Fo: novant’anni (compiuti lo scorso 24 marzo) di vita e arte, di teatro e letteratura, di tv e Nobel, di canzoni e libri, di misteri buffi e risate amare, novant’anni anche a pedali. “Quando avevo 14 anni – aveva scritto per La Gazzetta dello Sport -, possedere una bicicletta era un balzo in avanti, l’apertura di un orizzonte, la possibilità di dire ‘salto in sella e me ne vado’. La bicicletta, oggi è più difficile da capire, era l’opportunità per affrontare veri e propri viaggi e spezzare un blocco mentale: io sono originario di un paesino del Lago Maggiore, non lontano da dove è nato il grande campione Alfredo Binda e, con gli amici, non avevo paura di pedalare anche per 100 km, di arrivare ai piedi delle grande montagne”.
“Fin da ragazzo correva in bicicletta / Per la Amatori di Gallaratese / Con una Maino rubata con destrezza / A un corridore della Pedal Montese / Non l’ho mai visto neppure al circo in pista / Qualcuno che facesse il furto al volo / Faceva il salto a pesce sul ciclista / Lui era in sella e l’altro steso al suolo”. Dario Fo,milanese e mondiale, provocatore e saltimbanco, geniale e rivoluzionario: “Il mio primo ricordo quando avevo tre anni. Vidi un ragazzo che attraversava in bicicletta la ferrovia. Cadde e si ferì profondamente una mano, in verticale. Gli andai vicino, la mano era tutta rossa di sangue. Era la prima volta che lo vedevo e ho scoperto che l'uomo è pieno di sangue. Poi è arrivato un signore che l'ha soccorso e gli ha stretto una sciarpa attorno alla ferita. E gli ha detto: 'Andiamo in ospedale perché dovrai mettere dei punti'. Un'altra cosa che mi colpì moltissimo: non sapevo che le persone si potevano rammendare come faceva la mamma con i pantaloni sdruciti. La mia prima bici da corsa era una Bianchi, e la pagai in parte dipingendo. Avrei avuto un bel cognome da corridore, anzi, da velocista, ’Fo!’, neanche il tempo di essere visto ed ero già passato. E pensare che ero così pelle e ossa che il mio primo lavoro teatrale è stato fare la controfigura di Fausto Coppi. E poi, da allora, ho sempre pensato che, un giorno o l’altro, avrei scritto una commedia sul ciclismo".
“Hanno ammazzato il Mario in bicicletta / In una sera che il cielo era arancione / Lui stava andando da Lina che l’aspetta / Ma ha trovato un tale sul portone / Era il questore che gliel’avea giurata / Per colpa sua non ha l’avanzamento / Ha pedinato la sua fidanzata / Per poi beccarlo sull’appuntamento”. Dario Fo: sempre pronto a difendere attaccando. Così che alla bici è tornato scoprendo che il comitato norvegese per il Nobel per la Pace aveva accettato quella della squadra femminile di ciclismo in Afghanistan. “Parliamo di un Paese in cui, secondo Human Rights Watch, l’85 per cento delle donne non studia e la metà si sposa quando non ha ancora 16 anni: bastano queste cifre per capire quanto rivoluzionario sia, per loro, gareggiare in bicicletta. Il Nobel, la bici, lo meriterebbe comunque come simbolo popolare, elementare, di libertà, che i giovani stanno riscoprendo, dandole una nuova gloria: quella di offrire un’alternativa all’idea dell’uso dell’auto a ogni costo, di immaginare città diverse, come capisce chi visita Ferrara. Ma se parliamo delle cicliste dell’Afghanistan diventa ben di più: il simbolo di una rivolta contro il luogo comune, la banalità, l’ottusa sudditanza al maschio e alle regole religiose”. E già prima si era schierato sostenendo la campagna per chi subiva infortuni in bici nel tragitto casa-lavoro.
“Ah se ti muovi tu sei bell’e spacciato / La faccia al muro, mettiti in ginocchio / Il Mario sembra davvero rassegnato / Ma fa una mossa e parte un grande scoppio / Era lo scoppio di una bomba Breda / Che ha fatto fuori l’ignaro questurino / Poi con un salto è già sulla sua preda / La bicicletta da donna di un bambino”. Dario Fo, che in un quadro aveva ritratto Franca Rame su una bicicletta con mazzi di fiori sul portapacchi e nel cestino. Ei Fo, anzi, Dario Fu.
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