TUTTOBICI | 27/07/2016 | 07:21 Questo genere di faccende è sempre noioso e seccante, perché per loro natura le guerre - sotterranee e di superficie - della politica si portano sempre dietro molta nebbia, molto fumo, molto grigio. È fatica, stare dietro alle singole mosse e ai giochi acrobatici delle parti in causa. Si perde il filo, qualcuno ci perde il sonno, ma sostanzialmente si vive l’evoluzione della storia con fastidio e distacco. Ne faremmo volentieri a meno. Salvo però scoprire che anche buttandole fuori dalla porta, le vicende politiche ci rientrano puntualmente dalla finestra. Perché senza accorgerci finiscono per cambiare - anche radicalmente - la nostra tranquilla vita quotidiana. Le nostre stesse certezze.
È per questo che il direttore Stagi, ben sapendo di rifilare martellate sugli alluci ai suoi lettori, non molla comunque un millimetro sulla famosa questione della Grande Riforma. Lui è sicuramente il numero uno in questo genere di faccende: non conosco altri, nel mondo giornalistico, dotati di pari pazienza e di uguale sopportazione. Certe volte gli do del Tafazzi, tanto ama sobbarcarsi certe prove di fatica, che stroncherebbero non soltanto le persone normali, ma anche dei robusti tori andalusi. Ognuno però ha le sue virtù, e Stagi - posso assicurarlo - ha quella di studiare fino all’esaurimento anche le materie e le documentazioni più disumane. Dev’essere che ha pure un fondo di inguaribile autolesionismo…
E comunque, dato a Cesare quel che è di Cesare e al direttore quel che gli spetta, consapevole che posso fare il lecchino fino all’esaurimento senza ottenere un euro d’aumento, vengo al sodo. Della Grande Riforma ho ben chiara soltanto una cosa (forse questa l’ho compresa come e magari più dello stesso Stagi): non è il normale studio di un settore per crescere e migliorare, ma un brutale braccio di ferro tra Uci e Aso (cioè Tour) al fine di stabilire una volta per tutte chi comanda di più. Ebbene, da come s’è messa la questione, credo che chiunque possa arrivare alla medesima conclusione: comanda più la società privata (Aso-Tour) dell’istituzione politica (Uci). Che poi sia la stessa Federazione mondiale ad annunciare il Grande Accordo e la Grande Pace, conferma ancora di più questa verità: chi ha vinto davvero (Tour) è ben felice di lasciare a chi ha piegato il capino almeno l’onore di uscirne bene, come se fosse una conquista sua. Nessun teatrino e nessuna cerimonia ipocrita possono nascondere però la cruda realtà dei fatti: per non mandare a monte tutto quanto, per tenere l’Aso e il suo impero dentro il World Tour, l’Uci ha dovuto portare il World Tour dentro l’Aso. Una resa senza condizioni. Altrimenti a livello ciclistico la Francia avrebbe fatto come il Regno Unito con l’Europa. Una Francexit.
Devo dire che un aspetto positivo c’è: con la galassia Tour dentro, il World Tour (l’umorismo involontario sta anche nella definizione) resta una cosa seria. In caso contrario, avremmo una farsetta. Lascio poi al sommo Stagi seguire passo passo le prossime tappe della confusa evoluzione, ancora tutta da definire. Io aggiungo soltanto un enorme timore, molto solidale: per il destino delle squadre medio-piccole (non parlo delle cialtrone). Mi sembra che non si prepari un grande futuro, per loro. Le vedo come vasi di coccio sotto la pressa, con pochissime possibilità di uscirne integre. Penso più che altro al problema - già di suo da mal di testa - del reperimento sponsor. Dove li trovi imprenditori pronti a scucire denaro per squadre che corrono poco e fuori dal mondo, male e lontane dai riflettori? Forse i team manager di queste realtà hanno già le contromisure in tasca. Glielo auguro di vero cuore. Sul serio. Perché hanno un ruolo e una funzione fondamentali, di reclutamento e di svezzamento dei futuri professionisti. Io al posto loro sarei però piuttosto pessimista. Sotto Natale, convincilo tu il cappone a non fare il catastrofista. Cristiano Gatti, da tuttoBICI di luglio
A leggere la perfetta analisi di Gatti, mi viene da pensare a quanto accaduto con la Formula Indy negli USA. Il campionato esiste ancora ma, una sola gara (quella di Indianapolis), catalizza più volume di affari e premi, di tutto il campionato.
Il ciclismo con il Tour rischia di fare la stessa fine e la colpa non è del Tour che sa gestire al meglio il suo prodotto ma, del ciclismo che gestisce nel peggior modo possibile il suo.
Se non debelliamo il doping dal ciclismo, ci troveremo ad avere solo Team sponsorizzati da nazioni che nulla hanno a che vedere con questo sport, tenendo lontani gli sponsor veri che hanno paura di spendere soldi per far del male alla propria immagine. Non dobbiamo aver paura a rifare tutti i controlli ai campioni degli anni passati, faremo un po di scandalo oggi ma, toglieremo a tutti i bari, la certezza che con un ottimo apparato medico alle spalle, magari gestito da team ricchissimi, la si possa fare franca e buttare in pasto all'opinione pubblica, qualche pesce piccolo per tenerla buona e far credere che ci sono controlli che funzionano.
X Bastiano
27 luglio 2016 15:23maicol
Non condivido un granche il tuo commento.. Perché sempre mettere il doping al centro di tutto.. Penso che negli ultimi 7/8 anni sia cambiato molto il discorso doping.( smettiamola di pensare a Doping Futuristico ) poi da sempre si sa che è il Tour che fa grande i corridori e non il contrario..e smattiamola anche di dire che le altre nazioni non hanno nulla a che vedere con questo sport.. Il ciclismo ora è globale ossia non esiste solo Italia/Belgio/Spagna solo perche nel dopo guerra avevano i campioni.. Sono cicli e prima o poi ritoccherà anche a noi.. ( anche perche negli anni passati tutti i piu grandi casi di Doping uscivano da Medici-Preparatori di questi paesi ) quindi smettiamo di considerarci i portabandiera del ciclismo..
Maicol.
28 luglio 2016 00:48Bastiano
Non si tratta di essere d\'ascolto o meno, i fatti sono fatti e se leggi cosa dicono le grandi aziende addii Team Managers che chiedono sponsorizzazioni, capirai che non è questione di essere d\'accordo o meno, i grandi sponsor hanno paura del ciclismo perché troppo rischi con il doping. Se dal 2017 non avremo più team World Tour, non sarà per mancanza di ciclisti, ne di direttori sportivi e ne di Team manager capaci, le nostre aziende non vogliono rogne con il doping, tutto il resto sono chiacchiere.
Sponsor..
28 luglio 2016 09:42maicol
Secondo me non è un problema di doping se non abbiamo sponsor..tu mettiti nei panni di un azienda ( in italia esempio ) che ha costi e tasse di gestione altissime e in piu in un periodo dove causa crisi devi ridurre personale; arriva un Team Manager che ti chiede una sponsorizzazione per il ciclismo dove tu imprenditore sai già che dei soldi che darai saranno a fondo perduto.. Pensi al Doping o alla tua azienda.. Questo secondo me è il problema e per questo motivo che le grandi squadre di adesso hanno sponsorizzazioni di multinazionali estere o stati interi ( vedi Astana ) e per loro 30 milioni di euro non hanno influenza sul loro fatturato.. Tutto qui.. Se no bisognerebbe mettere un tetto massimo di budget per uniformare i team anche se non sarebbe giusto.. Come dire abbassiamo il Budget del Barcellona calcio al livello di quello dell Atalanta..
SOLO ASO
28 luglio 2016 10:43Andrea'69
Per me,la riforma è fatta da persone che hanno in mente solo i soldi,dimentichi della storia e dei corridori e delle corse. Gli unici che hanno voglia/forza di dire (e fare) quello che pensano solo quelli del tour. L\'UCI è solo politica senza passione. Spero ,per il bene del ciclismo, che abbiano il coraggio (non credo) di dimettersi, per lasciare che a dirigere il tutto si mettano i francesi per cinque anni. E poi con una nuova classe dirigente si rincomincia .
Andrea.
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