FONDRIEST. «NIBALI MI HA ENTUSIASMATO COME CHAVES. KRUI...»
INTERVISTA | 03/06/2016 | 14:32 «Mai. Mai nella mia carriera e nella mia vita avevo assistito a una scena simile. L'abbraccio dei genitori di Chaves a Nibali, all'arrivo della tappa di Vinadio, è già storia del ciclismo».
Maurizio Fondriest, un Mondiale e una Milano-Sanremo nel suo palmarès, parte da questo episodio di forte impatto emotivo per raccontare l'ultimo Giro d'Italia vinto da Vincenzo Nibali.
Maurizio, cominciamo con una domanda secca. Il Giro l'ha più vinto Nibali o perso Kruijswijk? «Se guardiamo dalla parte dell'olandese, quattro minuti di vantaggio a due tappe dalla fine erano un margine rassicurante. È chiaro che, senza la caduta nella discesa dell'Agnello, Kruijswijk non avrebbe perso più di due minuti e si sarebbe portato a casa il Giro. Però, analizzando quanto è successo dal punto di vista di Nibali, bisogna riconoscere che ha fatto il massimo, attaccando la discesa a tutta e costringendo l'olandese a forzare. Per vincere, nel ciclismo, bisogna essere bravi in ogni specialità: ci sono le discese, le salite, la tattica... Non ci sono dubbi: il Giro l'ha vinto Nibali».
Ti aspettavi un Kruijswijk in grado di lottare per la vittoria finale? «L'olandese è sempre andato forte. L'anno scorso al Giro, nella tappa del Mortirolo vinta da Landa, aveva dato filo da torcere a Contador. È un corridore completo che, nella sua carriera, non è mai salito sul podio di un grande giro per mancanza di continuità. Ma chi mi ha sorpreso veramente è stato Chaves, un ragazzo giovane di cui parlavano tutti. Nonostante un brutto incidente che ha avuto qualche anno fa, la ORICA-GreenEDGE ha puntato fortissimo su di lui. E ha fatto bene».
Ci ricorderemo a lungo l'abbraccio dei genitori di Chaves a Nibali... «Ero a Vinadio come testimonial della Mediolanum. Ho immortalato la scena con un video che ho subito postato su Facebook, scrivendo che quest'immagine andrebbe vista e rivista. Ricordiamoci che al momento dell'abbraccio, Chaves non era ancora arrivato e di fatto aveva già perso il Giro. Ma i genitori del colombiano, anziché aspettarlo al traguardo, sono corsi subito da Nibali. È stata una scena emozionante che fa capire la meraviglia del ciclismo: l'unico sport dove, tra avversari, ci si aiuta e ci si sostiene. Nella mia carriera, mai e sottolineo mai avevo assistito a qualcosa del genere».
Torniamo a Vincenzo Nibali. A un certo punto sembrava aver perso le speranze. Poi con un uno-due micidiale ha ribaltato le sorti del Giro. Cosa è cambiato in lui? «Partiamo dall'inizio. A Roccaraso aveva perso 20 secondi dopo essersi lasciato prendere dalla foga. Ma Nibali non è uno sprovveduto. A Corvara l'hanno staccato, ma è stato bravo a non sprofondare. Stessa cosa nella cronoscalata di Siusi dove ha pagato la fatica del giorno prima, oltre al salto di catena. L'unico grande errore l’ha commesso ad Andalo. Lì si sarebbe dovuto risparmiare. Ma Vincenzo è fatto così, tutto grinta e carattere. E infatti, tra Risoul e Vinadio, è stato eccezionale a recuperare le ultime energie e ritrovare la giusta pedalata, strameritando la vittoria finale».
A questo punto verrebbe da mettere Nibali sullo stesso piano di Pantani. È un paragone che regge? «I paragoni sono sempre difficili. È chiaro che il suo palmarès si sta arricchendo: vincere quattro Grandi Giri non è cosa da tutti. Al momento Vincenzo è tra i corridori più forti in circolazione. Forse solo Froome gli è superiore».
Eppure i denigratori di Nibali lo etichettano come un corridore molto fortunato... «La fortuna da sola non esiste. Il siciliano sarà pure stato un po' aiutato dalla buona sorte, ma la fortuna devi sapertela cercare. Per vincere il Giro, quest'anno, Nibali doveva crederci. E ci ha creduto fino in fondo, costringendo Kruijswijk a forzare e battendo in salita Chaves. L'unica fortuna che ha avuto Vincenzo , se così si può dire, è stata la squadra che aveva a disposizione. Kangert gli ha dato una grandissima mano, per non parlare di Scarponi a cui andrebbe fatto un monumento».
Restando al Giro, ti aspettavi qualcosa di più da Pozzovivo? E Ulissi? «Pozzovivo mi ha deluso. Le cadute che ha avuto di recente devono averlo condizionato. Non mi è piaciuto il suo modo di pedalare, era scoordinato e questo ha diminuito l'efficienza della sua pedalata. Mentre Ulissi è migliorato molto anche in salita: ciò che ha fatto è alla sua portata».
Ha fatto molto discutere il caso di Greipel che ha lasciato prima delle grandi salite... «Non è la prima volta che succede. Andrò controcorrente, ma se mi metto nei panni della Lotto-Soudal è un gesto comprensibile. Non hanno in squadra molti velocisti e il Tour si avvicina. Davanti a Greipel ci sarebbero stati 8 giornate di salite con soli due arrivi in volata. Sarebbe stato un consumo eccessivo. Una squadra che punta molto sul Tour deve guardare soprattutto ai risultati».
A proposito del Tour, nel team Astana possono convivere due capitani come Aru e Nibali? «Posso dire cosa farei al posto di Vincenzo. Fossi in lui andrei in Francia per correre e tenermi allenato in vista delle Olimpiadi, con la possibilità di giocarmi la vittoria. L'Astana è fortunata ad avere due corridori così: può e deve vincere questo Tour. Froome e Quintana permettendo».
Ma chi sarà il capitano dell'Astana, Nibali o Aru? «Uno dei due dovrà mettersi a disposizione. Sarà la strada a dare la sentenza definitiva, anche se Vincenzo dovrebbe avere una marcia in più del giovane sardo grazie alla maggiore esperienza. Comunque il favorito numero uno rimane Froome, senza dimenticare un certo Contador».
E i francesi, a cui la vittoria del Tour manca da ormai tanti anni... «Bardet e Pinot sono due ottimi corridori, ma la Francia ha a disposizione più che altro dei fortissimi velocisti. Vedi Demare e Bouhanni. Pinot è molto bravo, ma deve ancora migliorare in discesa».
E l'Italia: vedi in giro un nuovo Fondriest? «Tra i giovani mi piace molto Gianni Moscon. Ha caratteristiche molto simili alle mie, è un ragazzo caparbio che non molla mai. Magari meno veloce di me, ma più forte in salita».
Negli ultimi anni il ciclismo italiano fatica molto nelle classiche... «È solo questione di talenti. Nei Grandi Giri stiamo andando benissimo, Aru e Nibali lo dimostrano, mentre facciamo più fatica a far emergere bravi velocisti. Volendo fare un paragone, in Francia sta succedendo esattamente il contrario. Non vincono un Tour da 30 anni ma hanno ottimi sprinter».
Per i pochi che non lo sapessero, cosa fa oggi Maurizio Fondriest? «Mi occupo della gestione del mio marchio di biciclette, che rappresenta la mia attività principale. Allo stesso tempo però sono testimonial di alcune aziende come la Alpecin».
La prima occasione in cui gli appassionati di ciclismo ti possono incontrare? «Ovviamente al Tour de France, che seguirò insieme alla Tissot: vi aspettiamo!»
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