LA FILOSOFIA DELLO SCHERZO

STORIA | 30/03/2016 | 08:06
Una lunga pratica dello sport, cose e cosine e co­sacce, come è stata la mia, concede anche di vivere e catalogare una faccenda che si chiama scherzo, e che nel ciclismo ha va­lenza particolare. Lo scherzo, sì, la burla, la recita, la finzione. Qual­cosa di comunque sempre allegro, almeno un poco. E non mai il bieco raggiro, la truffa, la cattiveria travestita o no.

Il primo scherzo accertato per me risale ai Giochi di Roma 1960, e viene dall’ambiente della pallanuoto. Non ne presi parte ma ne fui edotto, essendo io arrivato al giornalismo sportivo proprio dal mon­do - praticato agonisticamente - delle piscine. Il giocatore più giovane della squadra azzurra (che avrebbe conquistato la medaglia d’oro), la matricola in­somma, venne convinto che quella pianticella messa in un vaso sul davanzale della sua cameretta al villaggio olimpico era un esemplare nuovo di innesto: un peresco, mezzo pesco mezzo pero, e il r­agazzo fu invitato a descrivere sul suo diario i progressi della crescita. Una cosa quasi tenera, però il diario faceva davvero ridere. Re­stando nel mondo olimpico, non so se sia attribuibile alla categoria dello scherzo la vicenda seriale dei gavettoni: tremendi quelli al villaggio degli atleti a Città del Messico 1968, bombe d’acqua giù dal terrazzo della palazzina dell’Italia, e soprattutto ricordo una spaurita ce­lebre cantante in visita, Rita Pa­vone.

Ma passo al ciclismo. Uno dei miei primissimi Giri d’Italia spostava in nave la carovana da Genova alla Sar­de­gna. Le scarpe venivano lasciate, come allora negli alberghi di un certo livello, fuori dalle stanze da letto, in quel caso delle cabine, perché fossero lucidate. Nella not­te tante scarpe vennero cambiate di posto, al mattino fu il caos. Niente caos invece, ma solo rabbia, quella mattina in cui, nel lussuoso Grand Hotel delle Terme di San Pellegrino, gli ospiti di un’ala dell’albergo trovarono appena una scarpa per ogni paio di quelle allineate fuori dalla porta di ogni stanza. L’altra era finita nel fiume che mugghiava sotto la finestra che concludeva appunto quell’ala, e che era aperta, invitante, provocante. Ricordo quello scherzo da testimone e non solo.
 
Scherzo fu, in un Tour de France, l’impiego di un immenso cane nero “rapito” sotto la pioggia battente, in quella località sulla Manica, e im­messo nella stanza di un celebre giornalista che era andato a dormire senza chiudersi a chiave. Era una notte buia e tempestosa, il giornalista venne svegliato dal ca­ne che gli apparve come un diavolo nero brutto e cattivo, e furono urla e paura.

Potrei andare avanti, ma non è la rassegna il più possibile vasta la cosa a a cui tengo, Voglio invece dire come e quanto una volta lo scherzo quasi quasi faceva parte integrante del “servizio” giornalistico. Si cercava di combinarne uno almeno per ogni trasferta, si era un bel gruppo di scherzomani itineranti, e la gamma degli scherzi era vastissima, da quelli innocenti a quelli contorti. Non mai per fare del male, ma neanche pe fare del bene. Lo scherzo era la spezia dei viaggi noiosi, dei servizi monotoni. Era anche la prova del fuoco, il vero e proprio collaudo dei giornalisti giovani: da come reagivano, o non reagivano, molto si argomentava la loro capacità di tenuta an­che sotto le ondate di tsunami furiosi.
 
Il fatto che il ciclismo propiziasse lo scherzo per ragioni diciamo logistiche non esclude che secondo me lo scherzo ottimo massimo sia stato quello perpetrato verso un giornalista alle pri­me armi che però voleva sapere tutto di tutto e di tutti.
Lessi - stavolta la prima persona è doverosa - dell’arrivo a Torino di Giuseppe Di Stefano il celeberrimo tenore siciliano, dissi a lui che si trattava di Alfredo Di Stefano il celeberrimo calciatore argentino del Real Madrid, lui si proclamò al corrente da tempo della venuta e si propose per andarlo ad intervistare. Lo spe­dii dunque nell’albergo dove avvenne il contatto: poche battute riferite poi faticosamente dallo stesso giornalista, secondo un co­pione con prima domanda ispirata da me (giornalista: mi hanno detto che lei parla bene italiano; cantante: e perché non dovrei? giornalista: eggià, lei è un oriundo…; cantante: lo so che al Nord chiamate così noi del Sud), poche battute e l’equivoco che venne alla luce e l’ira del tenore.

Ma perché scrivo sempre al passato? Perché lo scherzo di questo tipo non trova posto nel presente del nostro mestiere, del nostro lavoro. Dove fra l’altro c’è una tale aria di crisi da far ritenere qualsiasi scherzo inopportuno e persino sacrilego. E dove temo che il grande scherzo sia già stato messo in atto, nel senso che è stato fatto sparire il vero giornalismo. Ma questa è un’altra storia, anzi è una storia “altra”, che direttamente non mi riguarda più: mi sono regalato l’indifferenza, o qualcosa di simile, in occasione del mio ottantesimo compleanno. Quando ho anche deciso di rimuovere tutti i sospetti di essere stato io pure vittima, in­consapevole, di scherzi.

Gian Paolo Ormezzano, da tuttoBICI di marzo
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