A DOMENICO DE LILLO L'AMBROGINO D'ORO

PROFESSIONISTI | 07/12/2015 | 13:21
E' arrivato il giorno degli Ambrogini d’Oro. Oggi alle 10.30 sono state assegnare le 37 Civiche benemerenze edizione 2015. Si tratta del massimo riconoscimento cittadino assegnato dal Comune. A consegnare le due medaglie d’oro alla memoria, le 15 medaglie d’oro e i 20 attestati, non a caso, sono stati il sindaco Giuliano Pisapia, che prima rivolgerà il tradizionale discorso alla città, e il presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo.

I premiati? Mina, l’étoile della Scala Roberto Bolle, il giornalista e scrittore Massimo Fini, l’avvocatessa Annamaria Bernardini de Pace, il capo della Squadra Mobile Alessandro Giuliano, il ristoratore Giacomo Bulleri, l’ideatrice del ristorante «InGalera» all’interno del carcere di Bollate Silvia Polleri, l’ematologo Giorgio Lambertenghi Deliliers, la docente di Microbiologia agraria Claudia Sorlini,  il medico Giancarlo Comi e il capo del cantiere Expo Romano Bignozzi (entrambi proposti da Pisapia) e il nostro Domenico De Lillo (nella foto di Giovanni Pirajno con il sindaco Pisapia e Basilio Rizzo, presidente del consiglio comunale, ndr), per tutto il mondo del ciclismo Niko. A festesteggiare uno dei massimi esponenti della pista italiana, Milena, Alcide e Antonella Cerato, il presidente degli Azzurri d'Italia Baraldi con il vice presidente Marino Vigna, oltre all'avvocato Rabaini segretario dell'associazione corridori ex professionisti, e a tanti amici del ciclismo come Fausto Ferrario e il nostro Giuseppe Figini.

Ma chi è Domenico De Lillo? «Con la macchina del tempo voliamo fino al 30 Agosto 1937 nel quartiere Isola di Milano, dove sono nato - racconta lui nella sua pagina internet -. Papà Pasquale era un grande appassionato di ciclismo, un tifoso come tanti che non poté nemmeno pensare di diventare praticante, viste le difficoltà economiche. A quei tempi era un lusso persino possedere una bicicletta...

Credo di essere stato il più giovane frequentatore di velodromi del mondo: papà mi ci portava che ero ancora in fasce. Lui oggi, purtroppo, non è qui con me a ricordare tutte le gare viste insieme al Vigorelli, vissuto in ogni angolo sia prima che dopo l’avvento della guerra. Ogni volta che vedevo le gare di mezzofondo mi appoggiavo alla balaustra della curva d’arrivo e iniziavo ad urlare a squarciagola. Quello divenne il mio posto fisso per molto tempo: mia madre Emma rimproverava il povero babbo perché tornavo a casa sempre senza voce, io invece ero talmente eccitato che non sentivo nulla e continuavo a sognare ad occhi aperti. Sognavo di essere già adulto e di poterci essere io a pedalare dietro a quelle moto che mi inebriavano…

A due anni avevo già una bicicletta con il manubrio da corsa, perchè tutto quello che mio padre non aveva potuto avere da ragazzo lo ha voluto dare a me, facendo grossi sacrifici. A quindici anni, iniziai a correre, su strada ma soprattutto su pista, anche se il regolamento dell’Unione Velocipedistica Italiana mi impediva di correre dietro motori fino al compimento del diciottesimo anno di età. Erano i diciotto anni che non arrivavano mai e facevano sembrare sempre più lontana la realizzazione del mio sogno. La mia realtà era quella di un ragazzo che si allenava su strada: ogni moto, ogni camion erano il pretesto per una nuova sfida, li rincorrevo tutti!

Nel rione di Milano in cui sono nato e cresciuto, tanti miei amici scorazzavano su moto di ogni tipo: Rumi, Cucciolo, Motom, Vespa e Lambretta. Tra questi c’era anche Alberto Milani, un grande del motociclismo e tante volte è capitato che, lui in moto e io in bici, si precorressero dei tratti insieme (dietro motori, naturalmente). Capitava talvolta che i miei amici mi deridessero perché pretendevo di star loro dietro, ma quello per me era l’unico modo di continuare a credere nel mio grande sogno.
Fu così che, dopo aver raggiunto la maggiore età, negli anni a seguire ottenni grandi soddisfazioni da questo sport, prima come ciclista e poi come allenatore.

Ora che questo sport sembra aver perso il fascino e l'attrazione di una volta mi restano solo i ricordi per rivivere le forti emozioni di un tempo... sensazioni che, devo ammetterlo, ancora oggi mi danno qualche brivido».

Cosa ha vinto in carriera Domenico De Lillo? Questo ve lo diciamo noi...

Dal punto di vista sportivo Niko può dire di avere ottenuto tante soddisfazioni e gioie. Per dieci anni si è battuto con i più grandi interpreti del mezzofondo: Timoner, Kock, De Paepe, Prost, Marsell, Ouderk, Vershuren, tutti nomi che hanno fatto la storia di questa specialità dagli anni '50 ai '70.

In questa disciplina ha ottenuto diverse vittorie, tra cui le più importanti:

- 1959, 1960, 1961: 1° classificato, Campionato italiano dilettanti;
- 1962, 1963, 1964: 2° classificato, Campionato italiano professionisti;
- 1965, 1966, 1967: 1° classificato, Campionato italiano professionisti;
- 1967: 1° classificato, Campionato italiano professionisti e 3° classificato ai Campionati del Mondo ad Amsterdam;
- 1968: 1° classificato, Campionato d'Europa dietro Vespa a Madrid;
- 1969: 1° classificato, Campionato italiano professionisti e 3° classificato ai Campionati del Mondo ad Anversa;
- 1970: 1° classificato, Campionato italiano professionisti;
- 1971: 1° classificato, Campionato italiano professionisti e 3° classificato ai Campionati del Mondo a Varese.

Dal 1976 al 1979, finita la carriera dietro motori Niko è salito in sella alle moto facendo l'allenatore per Pietro Algeri, Roberto Dotti e Bruno Vicino dove ho conquistato 4 Titoli Mondiali, due volte classificato 2° e quattro volte classificato 3°.

Dal 1986 al 1989 è stato tra l'altro anche direttore sportivo della Gewiss-Bianchi dove ha diretto corridori come  Moreno Argentin, Emalnuele Bombini, Davide Cassani e Paolo Rosola.

Dal 1994 alla fine di questa stagione ha fatto parte della Commissione Tecnica Professionisti della Federazione Italiana Ciclistica.
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COMMENTI
il premio va anche
8 dicembre 2015 13:10 canepari
ideamente ad altri. E mi vengono in mente Bordoni, Giorgetti, Elia Frosio, Dagnoni, Pizzali.... la scuola degli stayer milanesi. E da tutti questi Nico ha imparato qualcosa. Ma anche noi abbiamo imparato qualcosa: che l'epopea degli stayer è purtroppo finita, per sempre.

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