LE STORIE DEL FIGIO. Meco, l'uomo di Passo Rolle

STORIA | 15/11/2015 | 08:24
Un salto all’indietro, fino al 1962, anno in cui passò professionista, per ricordare l’abruzzese Vincenzo Meco, nato il 1^ ottobre 1940 a Corcumello. È una frazione di Capistrello, in provincia dell’Aquila, al confine fra la valle di Roveto e la Marsica, a circa 750 metri d’altitudine, nei Monti Palentini.

È appunto nel 1962 che il giovane, rosso crinito, Vincenzo Meco approda al professionismo nella formazione della San Pellegrino, composta da giovani e che aveva in Gino Bartali quello che oggi si definirebbe “l’uomo immagine”. Un esordio con il botto poiché, alla sua prima partecipazione al Giro d’Italia, indossa la maglia rosa al termine della sesta tappa che si concludeva a Fiuggi, non lontano dal suo Abruzzo. La deve cedere il giorno seguente al coriaceo belga Armand Desmet, uno dei migliori esponenti della “guardia rossa” della Faema del grande Rik Van Looy, autore di un’impresa sulla salita di Montevergine, sopra Mercogliano, in provincia d’Avellino, al primo appuntamento della corsa rosa con quello che sarebbe poi diventato un traguardo frequente del Giro d’Italia.

La circostanza fece puntare i riflettori sul giovane abruzzese e sulla sua rivalità con il conterraneo Vito Taccone di Avezzano, capoluogo della Marsica e confinante con Capistrello, maggiore di due anni rispetto a Meco con il quale, in pratica ha sempre incrociato i pedali in duelli serrati, rusticani per rivendicare una sorta di primazia territoriale ciclistica e popolare in zona fin dalle categorie giovanili. Il compianto Vito Taccone, il “camoscio d’Abruzzo”, professionista dal 1961 al 1970, scomparso nel 2007, personaggio versatile, disincantato, polemista e con un’oratoria torrenziale, immaginifica, protagonista di un’eccellente carriera costellata da molteplici episodi, ha sempre interpretato il ciclismo con spirito picaresco, in costante lotta sportiva dove faceva valere il suo forte spirito combattivo che, peraltro, esprimeva pure nella vita.

È però il 2 giugno 1962, data significativa per altro motivo, che il “rosso d’Abruzzo” raggiunge il traguardo che lo consegnerà alla storia, storia minima ma storia, del Giro d’Italia. E’ in programma la Belluno-Moena, sulla distanza di km. 198, denominata la “cavalcata dei Monti Pallidi” e mai, con il senno del poi,  definizione fu altrettanto negativamente profetica. La neve cadde con intensità sempre maggiore tanto che, all’attacco del Passo Rolle, la direzione di corsa decise di determinare l’arrivo d’emergenza in cima al Rolle. Giovanni Michelotti, vice direttore di corsa, con l’aiuto del “maresciallo” Luigi Sardi di Monza, storico direttore sportivo del Pedale Monzese e della Philco che in corsa era una sorta di régulateur d’antan in moto, organizzarono, anzi improvvisarono, un punto d’assistenza negli alberghi in cima al passo, requisiti quasi “manu militari” conoscendo l’approccio deciso (e anche di più…) di Giovanni Michelotti ai problemi, per un primo soccorso ai corridori. Il “protocollo climatico” dei giorni nostri era di là da venire. Fu una decisione che salvò la corsa poiché la discesa del Rolle e i successivi passi del Valles e del San Pellegrino erano proprio impercorribili. Vincenzo Meco staccò i compagni della fuga iniziale e giunse solitario al traguardo d’emergenza, dopo 160 dei 198 chilometri previsti. Secondo, a 3’27”, si piazzò Ercole Baldini davanti a Imerio Massignan. Al sesto posto si classificò Vito Taccone.

La maglia rosa fu indossata dallo spezzino Graziano Battistini. Prima del Passo Rolle si registrarono nella giornata ben cinquantasei ritiri. Nelle immagini dell’arrivo girate dal notissimo operatore Rai Duilio Chiaradia, si possono vedere ancora oggi i corridori che arrancavano e scivolavano con la neve che rivestiva la montagna, la strada e le persone. I corridori, con i tratti del viso stravolti dalla fatica e dal freddo, coperti, quando andava bene, da una sottile giacca cerata che zizzagavano sulla poltiglia del fondo stradale e la difficoltà delle vetture del seguito, soprattutto le “seicento” Fiat, a procedere.

Una testimonianza d’eccezionale forza – fisica e di volontà – quella fornita dal giovane abruzzese. Curioso che l’anno successivo, nel Giro del 1963, la medesima tappa da Belluno a Moena, fu riproposta dall’organizzazione del Giro e fu primo, per distacco, il suo “amico” (virgolette d’obbligo) con 4’07” su Aldo Moser che – udite, udite – prevalse in volata su Franco Balmamion il quale indossò la maglia rosa definitiva del suo secondo Giro d’Italia conquistato.

Dopo i due anni alla San Pellegrino Vincenzo Meco gareggiò fra i professionisti con Cite, Vittadello, V.C. Pescara per concludere la carriera nel 1967 con la Max Meyer.
Lo sviluppo della carriera di Meco non fu all’altezza delle aspettative e delle attese suscitate dallo scoppiettante esordio.
Si trasferì con la famiglia in Canada, nei pressi di Montreal, dove continuò a gareggiare nelle categorie amatoriali e non ha mai abbandonato le due ruote unendo la bici alle passeggiate a piedi o con sci da fondo.
Nel 2012, per ricordare il cinquantenario della sua impresa sul Rolle, la municipalità di Capistrello, con l’appassionata organizzazione del prof. Mario Di Marco, ha celebrato Vincenzo Meco che con la moglie e i tre figli è ritornato nell’antico e sempre suggestivo borgo natio, come ricorda un altro nativo di Capistrello, Giuliano De Santis, appassionato di ciclismo e di sport,  anch’egli emigrato ma solo qua, a Cantù, sempre però legato a Capistrello e ai suoi ricordi anche ciclistici.

Giuseppe Figini

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