Io, se fossi Fabio Aru, ci proverei. A questo punto mi giocherei tutto, persino la piacevole prospettiva di un posto sul podio, per arrivare a Trieste da primo. Se fossi lui, mi guarderei allo specchio e mi rivolgerei questa semplice domanda: amico mio, quando mai ti ricapiterà una simile congiunzione astrale? Quando mai ricapiterà un simile Giro di mortaccioni, dove la maglia rosa Uran continua a perdere, eppure incredibilmente alla sera ti accorgi che si è avvantaggiato sui diretti rivali?
Fabio è il migliore del gruppo. Ormai mi sembra evidente e dimostrato. L’unico capace di piantare la compagnia, tanti saluti e buonasera. Gli altri sono anziani nell’autunno della carriera, oppure giovani in evidente difficoltà. Soprattutto Quintana, che per guai fisici o per scarsa forma comunque non è Quintana.
In ogni caso: Aru è forte e ha il diritto – io direi il dovere – di correre il finale del Giro da gran signore. Lo so che è giovane, che non gli si può chiedere la luna, che è sempre a rischio musata. So tutto. Di più: lo sa per primo lui, che tiene i piedi per terra e va avanti giorno per giorno. Ma io vorrei che questo giorno per giorno diventasse ogni giorno più convinto e più cattivo. La maglia rosa è lì, a portata di mano, contesa da rivali oggettivamente deboli (per mille motivi): certe occasioni vanno colte al volo, anche se capitano prestissimo, a 23 anni.
Sono sicuro che Beppe Martinelli, un tecnico vero, concreto, realista e anche molto scaltro, sottobanco gli ha trasmesso questo messaggio. Non lo riconoscerei più, se non fosse così. Sono sicuro che pure il padre putativo Tiralongo, un espertone dall’occhio lungo, in confessionale lo ha indottrinato. Ma soprattutto sono sicuro che proprio lui, Aru, ha ben presente l’opportunità irripetibile: se si nasce campioni, si fiuta subito l’aria che tira.
Poi vada come vada. Si può anche fare un botto atomico per eccesso di coraggio. Ma bisogna tentare, fino all’ultima possibilità. I campioni non si siedono sul primo gradino: hanno fretta di fare tutta la scala. Provaci ancora Fabio. Dal mio punto di vista, faccio un discorso molto interessato. Credo che un campione come Aru farebbe un gran bene al ciclismo moderno. L’ambiente è andato avanti per troppo tempo con il dogma dei purosangue maledetti. Per troppo tempo si è creduto che il ciclismo avesse bisogno del “personaggio”, questo malinteso “personaggio” che smuoverebbe le folle con una certa metratura di tatuaggi, con un certo quintalaggio di piercing, con un certo taglio tribale della capigliatura. Così, anche solo per scimmiottare altri sport.
Fortunatamente, Aru – e con lui gli Ulissi, i Battaglin, i Canola – è qui a dimostrare che si può essere giovani talenti, si può entusiasmare la gente, si può raggiungere le vette della popolarità anche con una faccia normale, con abitudini normali, con gusti e passioni normali, con amori normali. Mi piace molto questa idea che Aru sbuchi fuori con la sola forza delle sue gambe. Che riproponga senza clamori e schiamazzi un modello edificante di gioventù, basata su robusti studi classici, su molta umiltà, su una giusta e potente ambizione, sui valori intramontabili della famiglia, del lavoro, della saggezza.
Non sono qui a farlo santo, né eroe. Da questo punto di vista, copio e incollo la famosa idea di Brecht: poveraccio quel popolo che ha bisogno di eroi. Il ciclismo ha già dato, con la faccenda degli eroi: forti, bravi, super e dannati. E non sto parlando solo di doping: parlo anche di tipologia umana. Ma tu guarda il caso: questi ragazzi hanno ventitrè-ventiquattro anni, sarebbero dunque i giovani che tutti noi matusalemme definiamo sempre debosciati, vuoti e viziati, casualmente li scopriamo invece come generazione positiva, piena di qualità. Sia ben chiaro: non sto facendo l’apologia dell’anacoreta. Aru confessa tranquillamente di avere gusti in linea con la sua età: ascolta musica, sta con la fidanzata, naviga in Internet.
Non è un monaco trappista e non ha preso i voti. A modo suo, senza pose, ripropone però un modello eterno di giovinezza, messo in crisi da tante mode idiote, eppure sempre capace di riemergere. Un modello che non ha niente di speciale, ma che diventa eccezionale solo perché sa essere normale.
Vista come sta andando ora la carriera di Cunego (che resta un signor corridore con fior di classiche all'attivo e mi tolgo comunque il cappello, beninteso), non so se augurare ad Aru di vincere il giro a 23 anni. In ogni caso, a mio modestissimo avviso, è nella fortunata posizione di poter stare a ruota nella tappa di domani per vedere che verdetti emette poi la crono del Grappa (che a mio avviso lo vedrà grande protagonista) ed eventualmente tentare il colpaccio sullo Zoncolan.
Per favore
26 maggio 2014 17:05cimo
Lasciamolo tranquillo e non carichiamolo di troppe aspettative....il futuro è dalla sua parte, ma non guastiamolo.
aru
26 maggio 2014 18:45claudino
tranquillo cerca il podio il giro lo vincerai nei px anni e cerca come lo sei di essere modesto! sei in buone mani!
ascolta te stesso......
26 maggio 2014 20:00passion
..... giorno per giorno, saranno le tue gambe e la tua testa (di grande qualità) a dirti cosa, quando, come e dove fare il giusto..... il risultato finale sarà comunque UN GRANDE SUCCESSO !!!
Provarci
26 maggio 2014 20:39filos71
io dico che se ne ha, ci deve provaere, già da domani. Basta attendismo, sempre all'attacco come Pantani
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