BOTTA&RISPOSTA con Darwin Atapuma

| 05/06/2012 | 09:35
Da dove arrivi?
«Sono nato 24 anni fa a Tuquerres (lo chiamano El Puma de Tu­quer­res, ndr), una città di 60.000 abitanti al sud della Colombia, a 3500 mt di altezza».
Presentaci la tua famiglia.
«I miei sono contadini, allevano mucche e galline, e hanno avuto nove figli: oltre a me, che sono il più piccolo, ci sono Alirio, Car­men, Doris, Elsa, Damaris, Pablo, Alex e Remigio».
Al Giro del Trentino hai centrato la tua prima vittoria con la maglia della Coldeportes.
«Che gioia! Sono davvero stato contento di tagliare a braccia alzate il traguardo del Pordoi, centrando la prima vittoria personale e della squadra. Ci tengo a ringraziare lo staff tecnico e tutti quelli che mi hanno dato la fiducia e la forza di raggiungerla. In particolare, devo dire grazie a chi ha voluto questo progetto, vale a dire Clau­dio Corti e il presidente della Fe­derazione Colombiana».
Era la prima la volta che pedalavi con la neve?
«No, mi era già capitato l’anno scorso alla Vuelta a Burgos, in Spa­gna. Alla partenza avevo voglia di vincere ed è andata meglio di quanto sperassi. Agli ultimi 5 chilometri ho capito che potevo giocarmela, al triangolo rosso volevo attaccare ma ho aspettato, ripensando ai consigli del mio direttore sportivo Oscar Pellicioli, e ho az­zeccato il momento giusto partendo a 400 metri dall’arrivo».
A chi hai dedicato questo successo?
«A Tatiana Sofia, la mia bimba che compirà 3 anni a giugno. In corsa avevo una sua piccola foto nel ta­schino che mi ha dato la forza di non mollare, nonostante il freddo e la fatica. La mia prima vittoria in Europa non poteva che essere per lei».
Sai che su questa salita hanno vin­to campioni come Coppi e Bar­tali?
«Non li conosco, ma me l’hanno detto che è sta­ta domata da persone importanti e ho visto che in ci­ma c’è un monumento con tutte le firme dei vincitori del Pordoi».
Quando ha iniziato a correre?
«A 11 anni mi sono innamorato del ciclismo grazie alle imprese di Lucho Herrera al Tour e alla Vuel­ta, poi ci ha messo lo zampino mio fratello Remigio, che ha un negozio di bici, così finita la scuola a 17 anni ho iniziato a fare il corridore a tempo pieno. In maglia Colom­bia es Pasion - Cafè de Colombia ho vissuto le ul­time due stagiomi, le mie pri­me nella massima categoria».
Ricordi la tua prima vittoria?
«A dire la verità no. Da piccolo ho partecipato a tan­te corse in Ecuador, vi­sto che il mio pae­se si trova quasi sul confine e ne ho vinte davvero tante. Il successo più importante nelle categorie minori è stato l’oro vinto ai campionati panamericani da Under 23».
A parte andare in bici cosa ti piace?
«Ascolare musica, passeggiare, e chiaramente trascorrere il tempo con le persone a cui voglio bene, la mia famiglia su tutte: da quando vivo gran parte dell’anno in Italia, li vedo po­co».
Come ti trovi nel nostro paese?
«All’inizio è stato difficile abituarsi al clima (lui e gli altri ragazzi della Colombia Colde­portes sono arrivati in Italia intorno al 20 gennaio, ndr), ma ora mi trovo bene e stanno arrivando i risultati per raggiungere i quali sto facendo tanti sacrifici, tra cui quello di stare lontano da casa. Per ora quin­di è stata un’esperienza positiva».
Dove vivi per la precisione?
«A Villongo, in provincia di Ber­gamo, con i miei compagni Peña, Romero, Marentes. Oltre a condividere l’appartamento, a turno cu­ciniamo, laviamo i piatti e rimettiamo in ordine le nostre stanze e - come potete immaginare - ci alleniamo assieme».
Hai intenzione di imparare l’italiano?
«Certo! Dal 21 gennaio io e i miei compagni stiamo seguendo delle lezioni di italiano, che ci tiene la moglie del diesse Valerio Tebaldi. Co­sa so dire? Beh, le pa­rolacce sono le pri­me cose che si imparano (scherza, ndr). Diciamo che per ora capisco abbastanza, ma conosco poche parole».
Herrera ha detto che un ragazzo colombiano della vostra squadra nei prossimi anni vincerà il Tour de France: che ne pensi?
«È possibile. Per quanto riguarda la classifica generale è difficile, ma possibile. Per quanto riguarda le tappe invece è molto più probabile. Chi sarà a vestire la maglia gialla? Fabio Duarte tra di noi è decisamente il più forte, ma molto pro­mettenti sono Rodriguez, Cha­ves, Chalapud e mi ci metto anch’io».
Un tuo sogno?
«Vincere le grandi corse a tappe: il Tour de France, il Giro d’Italia, la Vuelta a España. Mi riferisco alla generale, non solo alle tappe. In salita vado bene, facendo tanti sa­crifici voglio migliorare a cronometro. Sono convinto che prima o poi ce la farò».

da tuttoBICI di maggio a firma di Giulia De Maio
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