GIRO. Francesco Facchinetti, il ciclismo e la prevenzione

| 09/05/2012 | 15:49
Francesco Facchinetti ha portato al Giro d’Italia la sua allegria e la sua voglia di vivere, ma soprattutto un importante messaggio sociale: «Io sostengo la Fondazione Umberto Veronesi - Correre con la Scienza» recita la maglietta indossata dal popolare showman.
«Il progetto - spiega Facchinetti - è quello di assegnare borse di studio ai giovani scienziati italiani. La Fondazione Veronesi cerca infatti di contrastare la fuga dei cervelli, cercando di tenersi stretti i giovani scienziati bravi e capaci».
L’altro obiettivo è la prevenzione.
«È un messaggio diretto alle famiglie e ai giovani affinché guardino alla prevenzione con fiducia e capiscano che non bisogna aspettare di ammalarsi per capire che si può fare qualcosa. E soprattutto tutti devono capire che lo sport è la migliore prevenzione».
Quale il tuo rapporto con lo sport e con il ciclismo in particolare?
«Sono cresciuto a pane e ciclismo. Mio nonno Gino Longoni è stato lo storico presidente del GS Madonna del Ghisallo e di altre società, mi ha portato a vedere le corse sin da quando avevo un anno e mamma Rosaria lo aiutava nella gestione delle sue squadre. E se non corro, lo devo proprio a nonno Gino: portandomi con sè mi ha fatto capire subito che il ciclismo richiede tanta, troppa fatica. Anche papà Roby è un grande appassionato, ma il vero malato di ciclismo tra i Pooh è Red Canzian, praticante della prima ora».
I tuoi campioni preferiti?
«Io sono cresciuto nel mito di Coppi e Bartali, conosciuti attraverso le storie di nonno Gino. Ho anche tante foto storiche a casa, ma in realtà da piccolo pensavo fossero quasi dei super eroi. Pensate la mia emozione quando, proprio al Giro d’Italia, ho conosciuto Gino Bartali...».
E tra i campioni di oggi?
«Per la mia generazione, c’è solo Marco Pantani!. L’ho conosciuto a Rimini, per me erano gli anni del Capitan Uncino e lui era un mito. Non entro nel merito del discorso tecnico, ma secondo me quello che faceva lui non lo ha fatto più nessuno».

dal nostro inviato Pier Augusto Stagi
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