IL MATTINO. Il ritorno a Napoli di Gianni Bugno

| 15/02/2012 | 15:20
La 'specialissima' è lì, sontuosa, sul prato del 'Cardarelli'. No, non c'è bisogno di un trespolo per sostenerlo, come per la celeberrima bici 'Moser' del passato di Bugno, l' 'A 109 E-power', l' ultimo modello di elicottero prodotto dall' Agusta. Sotto le luci alogene del parco, i colori giallo e rosso della carenatura sono ancora più fiammanti. Gianni Bugno è lì, divisa da pilota, per il suo nuovo turno di notte.
«Sono tornato a Napoli, a lavorare nuovamente per l'EliLombardia', il soccorso aereo convenzionato con la vostra Regione...».
Ed i suoi nuovi compagni di avventura non sono più Fondriest, Argentin, Indurain, Rominger, Kelly e non tracciano scie di gloria su strada. Ma dettano traiettorie di speranza sui cieli della Campania, e si chiamano Arpaia, 'tifoso del Napoli', Verani, Benvenuti, Coerezza, Peroni... «Peroni, giusto, perchè per avere in squadra un Perini, come quello che mi tirò la volata del '92, a Benidorm, non ci siamo ancora attrezzati...», con un sorriso.
48 anni compiuti ieri, il giorno di San Valentino, Bugno ha il fisico asciutto ancora, e la discrezione ombrosa che ne ha delineato una figura atipica di ciclista.
Con due Mondiali consecutivi, '91 e '92, la Milano-Sanremo '90, il 'Fiandre' '94, i titoli
nazionali nel '91 e nel '95, professionista dal '85 al 1998, con 72 vittorie in totale, Gianni Bugno resta ancora di più l'ultimo campione che ha vinto un Giro d'Italia,  indossando la maglia rosa dal primo all'ultimo giorno, nel 1990.
«E ci ripenso in questi giorni, certo, con il Vesuvio innevato, non l'avevo visto mai così, io che quell' anno, nella seconda tappa, sul Vesuvio appunto, non riuscii ad agguantare Chozas in fuga... Ma per fortuna, conservai il primato....».
Nello spartano casotto dei piloti, un gruppo hemingwaiano di amicizie virili, le mappe geografiche sulle pareti, i toni bassi, il ciclismo sembra vagamente estraneo. Eppure, nel viso di Bugno, oggi presidente del CPA, il Consiglio internazionale dei Ciclisti Professionisti, è ancora una sobria, non superflua, emozione. «Sai, non c'è uno di noi che non ricordo con piacere, da Indurain a Chiappucci, e questo più di tutti, sai, anche perchè vive a Monza, di fronte a casa mia... Un nemico ?, ma daiii, nemici non ne esistono, in questo sport che si fa con la pioggia e con la fatica. Si è talmente soli, che non puoi essere nemico...».
«Un successo particolare? Dico tutti eguali, la vittoria è sempre prima, anche se la Sanremo vinta per una manciata di secondi su Golz, ed il Giro, ma certo anche il primo Mondiale, a Stoccarda, fanno una bella volata...».
Quello che è più fondamentale, intanto, è questa nuova vita, però.
«Ci chiamano spesso da Ischia, per urgenze, siamo una specie di Ischia Express, ed ho negli occhi ancora il bambino che abbiamo accompagnato stanotte, da  Lacco meno, Salvatore, sei anni, chissà come sta...». E' un lavoro ed una passione civile.
«Mi chiedi se il ciclismo avrà futuro... Il ciclismo è naturalmente futuro, la bici è il primo regalo per un bambino, è importante che non sia l'ultimo...E che la bicicletta cresca con la fantasia del ragazzino....Fino all'uomo...».
«Voi, poi, avete qui un territorio ideale per il ciclismo. Penso al Vesuvio, ma ancora di più a Piazza Plebiscito, a Napoli, te lo immagini un raduno ciclistico davanti al Palazzo Reale ? Ed a via Caracciolo e Posillipo...».
«Sai, io in bici non ci vado più. Preferisco correre a piedi. E la mattina, quando sto a Napoli, mi faccio jogging a via Caracciolo. E penso, in silenzio. Ma chi ce l'ha, al mondo, via Caracciolo ? Io mi sento un Bugno napoletano. Te lo ricordi l'arrivo del Giro '96, con Mario Cipollini primo, che spettacolo...».    .
E questo ciclismo a Napoli visto dall' alto, da Gianni Bugno pilota di pronto soccorso, appare una filosofia di vita due volte solare. Mentre mi accompagna fuori, due passi a piedi, il parco del 'Cardarelli', il freddo nelle ossa, un cielo stellato da 'Casablanca'.
«Che bella  serata, Gianni». Ma lo scettico che era in lui, come diceva Alfredo Martini, tornava pronto al comando dello sguardo. «Che umidità, direi», per i cuori di inverno.

Gian Paolo Porreca
da 'Il Mattino', 15 febbraio 2012

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