Poesia

| 29/12/2009 | 10:54
Basta, mi voglio prendere un mese di ossigeno. So­spendo ogni riflessione, ogni discorso, ogni fatica su do­ping, Pro Tour, Uci, Giro d’Italia e compagnia cantante. Per una volta, almeno a dicembre, almeno a Natale, voglio dedicarmi a pensieri lievi e soavi, con il rimpianto di non poterlo fare sempre, tutti i mesi, perché in fondo così dovrebbe essere la normalità. Al macero i Misfatti, stavolta faccio il pieno di bicicletta.

Voglio rivolgermi a te direttamente, cara amica mia. Ti ho appena rimessa sul trespolo, in fondo al box di casa, per il meritato riposo. Ancora una volta, ti ripongo con un grande senso di colpa: ti meriteresti ogni cura e ogni confort, in­vece non sono ancora riuscito nemmeno a lavarti la catena con il gasolio. Mi vergogno, sono un farabutto: in questo nostro rapporto d’amo­re, chiedo soltanto e non do mai nulla. Tutto il contrario tuo, che dai senza chiedere mai nulla (oddio, il tuo carbonio m’è costato una cifra, però ho già dimenticato l’affronto).

Cara bicicletta mia, goditi questo periodo di ferie. Concediti il letargo di noi ciclisti dilettantissimi, che con l’arrivo del gelo devono fare i conti con la sinusite: più o meno, saranno i soliti due mesi di lontananza. A febbraio, giorno più giorno meno, ci si rimette in mo­vimento. Te lo giuro: prima di al­lora ti porterò dal Cesare, il tuo meccanico di fiducia, per la revisione stagionale e un poco di sa­na manutenzione. Nell’attesa, la­sciami il tempo di risarcirti almeno con un semplice grazie. Non è l’idillio che ti me­ri­te­resti, da par­te mia e da parte di tutti quei fa­natici praticanti che rendi felici in tutti gli an­goli del pianeta. Non è un idillio leopardiano, ma è un sentimento semplice e sincero.

Ti dico grazie perché anche quest’anno mi hai regalato i momenti più belli. Come al solito, abbiamo vissuto insieme il trascorrere delle stagioni. La fine dell’inverno con la brina sul tuo telaio e sulla punta del mio naso, unico residuo lasciato fuori dallo scafandro che mi mon­to addosso a simili temperature. Ci siamo inoltrati tre le brume delle pianure, perché all’inizio bisogna girare al largo dalle salite, ancora troppo ripide e trop­po gelide per il mio fisico ca­gionevole. Abbiamo fatto scappare passeri affamati dalla strada, abbiamo guardato i campi ancora ricoperti di neve, abbiamo visto piante scheletriche aspettare tem­pi migliori. Noi, ineffabili alle temperature e alla mia condizione disastrosa, ci siamo mossi con calma. Certi che col tempo, senza fretta, chilometro dopo chilometro, uscita dopo uscita, tutto si sa­rebbe rimesso a posto. Come sempre.

Poi abbiamo assistito alla meraviglia della primavera. Il primo sole tiepido, le prime gemme, il primo verde te­nue e il primo azzurro pastello. La natura ha ripreso a respirare, noi con lei. Piano piano sono ri­nato anch’io. Chilometraggi più lunghi, prime salitelle, primi rientri senza scimmia sulle spalle. Come dicono i professionisti, buone sensazioni. E quando ci sono le sensazioni, stiamo tutti più tranquilli.

Èseguita l’estate. Abbiamo visto la natura esplodere, siamo andati a cercarla las­sù in alto, dove è più pura e più vera, sopra i mille metri. Ab­bia­mo ritrovato, immutabili dietro ai loro banconi, tutte le sciure dei bar di montagna, prontissime con il loro caffè che sa di un sa­pore unico e inimitabile. Anche quando è brodaglia. Il caffè al sapore di conquista (non della sciura: della montagna). Il caffè all’aroma di libertà. Cara bicicletta mia, al solo ripensarci mi scendono le lacrime: come potrò mai ringraziarti e risarcirti di tut­to questo? E dire che ti ho concesso soltanto qualche goccia di vaselina, perché mi infastidiva pure il rumorino della catena asciutta. Sì, lo ammetto, sono un vero bastardo.

Infine è arrivato l’autunno. Abbiamo pedalato sui tappeti di foglie gialle, abbiamo zigzagato tra i primi cercatori di funghi, abbiamo innaffiato con la borraccia le signore a bordo strada coi mazzolini di ciclamini in mano (scherzoni da veri deficienti, ma libertà è anche liberare il deficiente che alberga nei nostri cuori). In questa fase le gambe gi­ravano da sole, la fatica era sparita, e sembrava quasi che tu andassi per conto tuo, con moto au­tonomo e perpetuo. Ottanta, no­vanta, cento chilometri con sa­lita annessa: senza esagerare, sen­za strafare, e al diavolo quei ma­niaci, bari, drogati delle gran fondo, che campano male inseguendo chissà quali patetiche performance. Noi abbiamo curato il mio benessere fisico, soprattutto il mio equilibrio mentale, gustando lungo le strade di estrema provincia, fuori dal mondo, fuori da tutto, un ritrovato senso di armonia

Cara bicicletta, adesso che tutto si è compiuto, ancora una volta, lasciati idealmente abbracciare con tutta la gratitudine umana di cui sono capace. A parte un paio di forature, non mi hai mai tradito. Nep­pure quest’anno, neppure stavolta. Fede­lis­sima come un’amica sincera, mi hai assecondato nelle mie velleità, nei miei momenti neri e nelle mie euforie infantili. Mi hai fatto giocare, mi hai fatto divertire, mi hai fatto sentire me­glio. Hai reso persino il sudore e le maledizioni della fatica un passatempo inimitabile. Vorrei spiegarlo a quelli del golf, ma temo parlino un’altra lingua. Loro, in questo preciso momento, ma­gari stanno elevando elegie a una maz­za: e già questo ti spiega una certa differenza poetica. Lasciati accarezzare sul manubrio, insostituibile compagna mia. Lo so, sono un compagno indegno: neppure stavolta ti ho passato lo sgrassatore. Però devi credermi: dopo tanti anni, ti amo ancora alla follia. Voglio dividere con te il resto dei miei giorni. Adesso riposa tranquilla, almeno fino a febbraio. Poi mi rifaccio vivo io. Vedrai che neppure stavolta mancherò all’appuntamento. Se ancora mi vorrai.

di Cristiano Gatti
da tuttoBICI di Dicembre 2009
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COMMENTI
complimenti
29 dicembre 2009 13:16 wanna
Bellissima! Bravo signor Gatti

grande Cristiano
29 dicembre 2009 18:26 drinn
Ho letto solo ora le tue parole dedicate a Lei !
Come sempre unico nell'esprimere emozioni personali e nello stesso tempo ad indicare come si dovrebbe fare il vero ciclismo amatoriale e cioè cominciando ad amare Lei.
Un consiglio a chi legge. regalatevi un libro di Cristano. Aiuterà a passare l'inverno e a sentirsi meglio.
Roberto Damiani

Splendido
29 dicembre 2009 21:16 castellano
È sempre una delizia leggerti e la leggerò anche alla mia bicicletta, purtroppo accantonata da qualche mese.
Castellano

29 dicembre 2009 21:48 ilpoeta
Bravo, mi ha fatto rivivere la poesia del ciclismo. La soddisfazione del panino con prosciutto dopo le salite in alta montagna, la sostanza del ciclismo.

Giovanni Ellena

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