La bicicletta è un incontro di anime. Nel gruppo puoi trovare i famelici della vittoria, quelli che lavorano per il capitano senza chiedere nulla, i gregari che consumano gambe e sogni per un «bravo» detto alla fine. E poi ci sono i poeti della fatica, quelli che riescono a trasformare una salita in una storia da raccontare per tutta la vita.
Sono tutti diversi, eppure appartengono alla stessa famiglia. Perché nel ciclismo c’è una solidarietà capace di cancellare le distanze. Chi ha corso resta ragazzo dentro la propria passione, anche quando la bicicletta diventa un ricordo.
Nel gruppo i ciclisti non hanno età. Gigi aveva 25 anni quando, il 31 maggio 1963, affrontò il Gran San Bernardo al Giro d’Italia con il numero 36 della Gazzola. Quel giorno partì all’attacco. I quaranta chilometri di salita voleva guardarli in faccia, prima degli altri.
Nino Rota, sulla Gazzetta dello Sport del giorno dopo, raccontò così quel tappone tremendo: «A Sierre il raduno non era risultato festoso come il solito. Nonostante il sole, i colori del cielo e dei monti e l’allegria diffusa a suon di pifferi e tamburi dall’austera banda del Vallese. Tutti pensavano alla grande montagna; i corridori alla sua spietata durezza, il seguito alle valanghe ed alle slavine…»
E poi Gigi davanti: «Ad ogni buon conto, Gigi Mele se la squagliò immantinente con Ranucci, Galdeano, Fornoni e Conterno.»
La fotografia che vedete racconta esattamente quel momento. Gigi è a quattro chilometri dalla vetta del Gran San Bernardo, ripreso da Diego Ronchini, che la maglia rosa l'aveva persa il giorno prima, mentre pedala dentro un corridoio scavato nella neve, stretto tra due immense colonne bianche. È una fotografia che sembra quasi impossibile. Ma è vera. E basta guardarla per capire il ciclismo di quegli anni.
Rota raccontava di corridori che arrancavano nella neve, di mani violacee, di fogli di giornale distribuiti per proteggere il petto e di uomini che, prima di riafferrare il manubrio nella discesa, si facevano il segno della croce.
Poi quella discesa folle: «Ricordate di Stukas in picchiata? Il tachimetro poteva anche esagerare ma si camminava senza ombra di dubbio tra i settantacinque e gli ottanta. Erano tutte palle di schioppo! Si vedevano benissimo dalle balconate ormai sgombre di neve. E laggiù, annunciata dal fumo delle ciminiere, la bella Aosta. Ventotto chilometri all’arrivo».
Gigi arrivò a Saint Vincent diciassettesimo, nel gruppo di Italo Zilioli, a quattro minuti dal vincitore Taccone. Ma quel giorno fu il coraggio a consegnarlo alla memoria. Anni dopo mi avrebbe raccontato che quando lo passarono Taccone, Balmamion e Adorni, quella ventata di campioni fu così violenta che per poco non finì giù per il dirupo.
Questa è la bicicletta. Ti mette davanti alla paura e ti chiede comunque di continuare a pedalare. Perché chi impara a stare in sella porta quella lezione anche fuori dalle corse: affrontare le salite, rispettare chi ti precede, non dimenticare chi arriva dietro.
Sessantatré anni dopo, un altro ragazzo, Michele Pascarella, classe 2007, si è presentato alla partenza del rinato Giro di Campania. Maddalonese, come Alberto Marzaioli, che di Gigi fu collega in gruppo e prima ancora amico. E sulle spalle aveva il numero 36. Lo stesso numero di Gigi.
Settanta anni dividono quei due ragazzi. La bicicletta, invece, li rende coetanei. Hanno avuto la stessa idea folle: diventare corridori. La stessa voglia di misurarsi con la strada. Lo stesso fuoco davanti a una partenza.
Poi è arrivata la sorpresa. Una domenica, mentre su quelle strade correvano esordienti, allievi e giovanissimi, Michele è arrivato in allenamento insieme a Ivan Toselli. Biagio e Carla, i suoi genitori, me lo avevano anticipato senza dirmi tutto. Michele mi ha raggiunto.
E mi ha consegnato la sua maglia del Giro di Campania. Quella con il 36. Michele ha la fame di chi vuole correre, ma anche una sensibilità rara per la sua età: ha capito che quel numero non era soltanto il suo numero di gara. Era una storia di famiglia, un pezzo della strada percorsa da Gigi, e ha scelto di consegnarmela perché quella storia potesse continuare.
L'ho presa tra le mani e ho pensato che certi numeri non appartengono soltanto a chi li ha indossati. Diventano un filo. Una storia che passa da una schiena all'altra.
E sono quasi certo che Gigi, riprendendo a pedalare con Michele, abbia già cominciato a fare quello che fanno i vecchi corridori quando riconoscono negli occhi di un ragazzo la propria storia. Gli avrà detto di provarci.
Di non avere paura.
Di attaccare quando sente che è il momento.
E soprattutto di non voltarsi quando scatta.
Io, invece, penso al ragazzo del 1963 che correva verso Saint Vincent con il 36 sulle spalle. E al ragazzo del 2007 che oggi porta lo stesso numero. Il 36 di Gigi oggi è sulle spalle di Michele. E la corsa, finalmente, può continuare.
Se sei giá nostro utente esegui il login altrimenti registrati.