Il prossimo Giro di Lombardia, edizione numero 120, propone la partenza da Bergamo con l’arrivo posto a Como. Continua così l’alternanza che caratterizza da quasi vent’anni quella che è la classicissima di chiusura, l’ultimo dei cinque “monumenti” che sono i capisaldi del ciclismo mondiale in tema di classiche, con due belle città che, a turno, propongono la partenza e/o l’arrivo, con percorsi comunque sempre selettivi e con valori paesaggistici di fama internazionale. Il Giro di Lombardia, l’ultima della serie “monumenti”, ultima per collocazione in calendario ma non per valenza specifica, è definita, quasi sempre dell’appellativo di “corsa delle foglie morte” anche se, da una trentina d’anni e forse più, lo svolgimento anticipato nel calendario di due/tre settimane (e forse anche per i cambiamenti climatica in atto nei nostri tempi), salvo eventi climatici eccezionali, le foglie, magari un po’ ingiallite, rimangono ancora appese agli alberi. Le etichette, i cliché’, anche nel ciclismo, sovente rimangono appiccicati anche se i cambiamenti, di varia e molteplice natura, hanno mutato l’attualità di certe definizioni d’effetto e affetto.
Nelle sue precedenti edizioni ha proposto e cambiato sovente partenza ed arrivo ma le caratteristiche di corsa dura sono sempre state rispettate, anche quando, in tempi relativamente recenti, fino al 1959, Milano era la sede d’arrivo e partenza, con il Ghisallo ultima asperità, assai distante però dall’arrivo.
La rottura della tradizione avviene nel 1960 quando il traguardo fu posto nella pista in cemento dello stadio Sinigaglia di Como con l’innovazione dell’allora sconosciuto “muro di Sormano” collocato al vicino, vicinissimo, all’arrivo. E per tre anni è stato il punto nevralgico della competizione che però offriva anche il destro, alla famigerata “compagnia della spinta” di lavorare, a pieno ritmo, per - colpevolmente - aiutare i corridori e falsare i valori del tremendo sforzo cui erano sottoposti anche per la mancanza, allora, di rapporti adeguati a superare le durissime pendenze. E il “muro di Sormano”, segnalato al patron dell’epoca, Vincenzo Torriani dal concittadino di Novate Milanese, Angelo Testori che era in carica allora quale sindaco del comune di Sormano, nel “Triangolo Lariano”. Il muro fu inserito per soli tre anni nella prima versione per poi essere riproposto talvolta vari anni dopo il 2010 con la pavimentazione sistemata ma sempre con pendenza di strada da capre.
Il Lario con il suo splendido territorio è stato e sempre continua ad essere zona d’elezione centrale del Giro di Lombardia con il Colle del Ghisallo, vera icona ciclistica, con l’antica chiesetta della Patrona dei Ciclisti e il recente Museo del Ciclismo che volle, fortissimamente volle, e realizzò Fiorenzo Magni, ora portato avanti da Antonio Molteni con i suoi volontari, che fu inaugurato giusto venti anni fa, nel 2006, con il passaggio del Giro di Lombardia. Festosa scampanata speciale quest’anno al passaggio della corsa per ricordare il ventennale.
E il lago di Como, o Lario che dir si voglia, è stato la scena centrale del Giro di Lombardia con il periplo esterno e per alcuni tratti anche interno, con varie incursioni verticali lungo le valli circostanti il bacino lacuale, per molteplici edizioni della classicissima di chiusura. Da Milano si puntava verso Canzo e la Valassina per raggiungere Magreglio, il versante più dolce del Ghisallo e scendere sulla punta di Bellagio e percorrere la parte interna del ramo di Lecco dove iniziava la salita verso la Valsassina con l’ascesa a Ballabio e superare il Colle di Balisio con le visioni spettacolari dei gruppi montuosi delle Grigne e del Resegone. Raggiunta Taceno, precisamente in località Tartavalle Terme, iniziava la discesa panoramica, con vari sinuosi tornanti verso Bellano, sulla sponda esterna del ramo di Lecco e, sempre costeggiando il lago, superata Colico, punta più a nord del lago, si virava a sinistra verso la costiera esterna comasca, in pianura, spesso ventosa, fino a Menaggio, nell’elegante quadro del centro Lario. Qui, svoltando a destra, si raggiungeva Porlezza per iniziare la salita verso il passo d’Intelvi, poi discesa e affrontare la salita di Schignano. Seguiva un notevole tratto ancora a bordo lago per raggiungere Como e affrontare l’ascesa a San Fermo della Battaglia e poi discesa verso Como. In località Camerlata, all’altezza della nota fontana con cerchi d’architettura razionalista, iniziava la velocissima discesa lungo la strada nota come la Napoleona. Il traguardo di Como è a un tiro di schioppo, fosse questo posto sulla pista del Sinigaglia o sul Lungolago di Piazza Cavour, salvo situazioni d’emergenza per tracimazioni del lago.
Dal 1975 l’arrivo si svolge sempre su strada dato che la pista dello stadio Sinigaglia, lunga 500 metri, in cemento, fu abbattuta per aumentare la capienza degli spettatori dopo la prima promozione del Calcio Como in serie A.
Molti pareri anche dei protagonisti di varie epoche del ciclismo ritengono questo percorso il più impegnativo, di gran lunga, delle varie edizioni articolate dell’ ultracentenario Giro di Lombardia, o Lombardia, così ribattezzato una ventina d’anni fa.
Gli spogliatoi del Sinigaglia erano sempre ad essere il riparo per corridori che si ritiravano e, soprattutto, nei giorni più freddi o piovosi, arrivavano al traguardo – quali ritirati – con largo anticipo. I motorhome erano di là da venire e all’arrivo, quando andava bene, c’era un furgone della squadra.
Cerchiamo di spiegare i perché. Molti partenti avevano già predisposto il piano di ritiro e così preferivano programmare l’arrivo a Como in battello, documentandosi in anticipo sugli orari, con biciletta al seguito, senza rischiare di non trovare posto nel mezzo di fine corsa che giungeva al traguardo dopo molto tempo dal primo classificato, visto il genere delle strade percorse, assai sinuoso, occupando spazi ristretti fra bici e colleghi che si erano tolti il dorsale.
Il primo imbarco su un battello del servizio di navigazione era previsto a Bellagio, dopo il Ghisallo, per altri maggiormente resistenti, era Bellano, sulla sponda lecchese oppure, più avanti, Colico. I maggiormente resistenti, quasi stoici, a Menaggio, giusto per evitare le ascese della Val d’Intelvi e del San Fermo della Battaglia, strappo che per la seconda volta in questo 2026 verrà affrontato dalla corsa due volte e, in mezzo, ci sarà l’impegnativa salita e discesa di Civiglio. E, molti nelle retrovie, nel passato non affrontavano il San Fermo e si fermavano subito agli spogliatoi del vicinissimo Sinigaglia.
L’approdo per lo sbarco dai battelli era sempre in Piazza Cavour, a Como, a poche centinaia di metri dallo Stadio Sinigaglia, sempre sul lungolago del capoluogo lariano.
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