MONTREAL 2026. LEONARDI, SPECIALIZED E UNA NUOVA ESPERIENZA IN MAGLIA AZZURRA

INTERVISTA | 27/09/2026 | 08:20
di Francesca Cazzaniga

Ci sono storie professionali che finiscono sulla carta di un contratto e altre che, invece, diventano parte della storia stessa di un'azienda. Quella di Ermanno Leonardi appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Per 36 anni è stato il perno centrale di Specialized Italia, contribuendo alla crescita e all'affermazione del marchio americano nel nostro Paese, dal 1989 come responsabile dei mercati del sud Europa, alla nascita della filiale italiana nel 1993 fino al 30 settembre 2025, quando ha lasciato il ruolo di CEO per dedicarsi alla meritata pensione dopo anni di straordinario servizio. 


Ma quando il ciclismo entra davvero nella vita, difficilmente si riesce a metterlo da parte. E così, anche dopo aver salutato ufficialmente Specialized, Leonardi ha continuato a essere una presenza e un punto di riferimento per il movimento italiano. Del resto, la sua storia è profondamente intrecciata con quella del marchio fondato da Mike Sinyard nel 1974, un'azienda nata da un copertoncino e diventata negli anni uno dei nomi più importanti del ciclismo mondiale. Con Sinyard Leonardi ha condiviso una parte significativa di questo percorso, accompagnando Specialized nella sua evoluzione tra prodotto, innovazione, marketing e competizioni.


Oggi, a Montrèal, a poche ore dalla prova maschile dei Campionati del Mondo su strada, lo ritroviamo con una nuova veste: quella azzurra, al seguito della Nazionale italiana guidata dal presidente Cordiano Dagnoni. Una maglia diversa, ma con la stessa passione per un mondo che ha rappresentato per gran parte della sua vita professionale. Dalla storia di Specialized al ciclismo di oggi, dalle esperienze vissute al fianco di Mike Sinyard fino al rapporto con le competizioni e con il movimento italiano: alla vigilia del Mondiale di Montreal abbiamo parlato in esclusiva per Tuttobiciweb con Ermanno Leonardi per ripercorrere alcune pagine di una storia che, nonostante l’aver lasciato il ruolo di CEO, è tutt'altro che arrivata all'ultima pagina.

Ermanno, hai dedicato 36 anni della tua vita a Specialized, accompagnandone la crescita in Italia fin dalla nascita della filiale nel 1993. Qual è il ricordo, il momento o l'insegnamento che più di ogni altro ti porti dietro di questo lungo percorso?
«Sicuramente ho imparato la cultura della disciplina, perché senza passione non si va da nessuna parte. Soprattutto in un lavoro come il nostro, ma vale un po' per tutti i lavori. Ho imparato anche a circondarmi di collaboratori che avessero la mia stessa mentalità. È una cosa che ho imparato da Mike Sinyard e che poi ho cercato di portare dentro Specialized Italia. Per me è sempre stato fondamentale lavorare in team, lavorare in squadra e non come singoli individui. Le decisioni di marketing, gli investimenti, le decisioni commerciali, secondo me, devono essere prese insieme. È un po' quella che gli americani chiamano "line of one": una volta presa una decisione, la si porta avanti tutti insieme, fino in fondo, almeno fino a quando funziona bene. E poi c'è la passione. Se piace il ciclismo, non è detto che bisogna essere stati grandi campioni per emergere o per eccellere in questo settore. La passione è fondamentale. E nel nostro lavoro non esistono orari, così come spesso non esistono i weekend».

Hai condiviso una parte importante di questa storia con Mike Sinyard. Che rapporto avete costruito negli anni e che cosa hai imparato da lui e dalla sua visione del ciclismo e dell'innovazione?
«Da Mike ho imparato soprattutto a pensare a 360 gradi. Lui ha sempre avuto una grandissima visione del business della bicicletta. Il suo obiettivo è sempre stato quello di fare i migliori prodotti per mettere tutti, dall'amatore al professionista, nelle condizioni di andare meglio in bicicletta. Che fosse un casco più aerodinamico, una scarpa più comoda, un abbigliamento più traspirante, una bicicletta più performante... Mike ha sempre avuto questa ossessione per la tecnologia e per il miglioramento del prodotto. Un’ossessione - in senso buono - per la tecnologia E poi c'era la dimostrazione di questa attraverso lo sport. Oggi essere qui ai Mondiali e vedere l'élite del ciclismo, con Specialized come uno dei brand più presenti, mi fa capire ancora di più quanto Mike sia stato visionario».

Specialized è un'azienda che ha sempre guardato molto avanti, senza però dimenticare la propria storia. Quanto è importante, secondo te, per un marchio avere memoria del proprio passato e allo stesso tempo continuare a sperimentare e cercare nuove strade?
«È molto importante. Specialized è stata la prima azienda al mondo ad avere una vera e propria galleria del vento, a Morgan Hill. È diventata negli anni un punto di riferimento per i nostri corridori, per cercare di migliorare e perfezionare la posizione in sella, per testare le ruote e tutto quello che serviva per andare più forte. L'azienda è stata fondata nel 1974, quindi oggi ha 52 anni di storia. È nata da zero e oggi vediamo il risultato di 52 anni di lavoro fatto molto bene. Io mi auguro che Specialized possa continuare a crescere così, con questa voglia di fare ricerca, di innovare e anche di guardare a quello che è stato fatto in passato».

Dopo aver lasciato il ruolo di CEO nel settembre 2025, hai continuato a essere molto presente nel mondo del ciclismo. È mai arrivato davvero il momento di staccare? E cosa ti ha spinto a rimanere ancora così vicino a questo ambiente?
«La passione e le tante amicizie. Oggi sono a Montrèal con la divisa della Nazionale, ma non faccio parte della Federazione Italiana. Sono qui come ospite del Presidente Dagnoni per vivere un altro Mondiale. Poi chissà, magari un domani potrò avere un ruolo all'interno della Federazione. Vedremo. Con Specialized Italia, invece, ho staccato completamente, perché era giusto così. Era giusto che andasse avanti senza di me, con persone nuove e anche con nuove idee. Dopo 36 anni credo fosse arrivato il momento giusto per fare un passo indietro. Però dal ciclismo non ho mai staccato veramente. Ci sono la passione, le amicizie e un mondo che, dopo così tanti anni, fa parte della tua vita».

Oggi ti ritrovi a Montrèal, alla vigilia del Mondiale, con una veste completamente diversa: quella azzurra, al fianco della Nazionale italiana. Che significato ha per te vivere un appuntamento così importante da questa prospettiva e cosa cambia rispetto ai grandi eventi che hai vissuto per tanti anni con Specialized?
«Cambia poco, anche perché sono in hotel con tanti atleti che hanno Specialized. È un po' come essere a casa. Ci sono tantissimi amici, tra cui Alessandro Ballan, che è stato il nostro ultimo Campione del Mondo, ci sono i colleghi di S-Racing... insomma, c'è davvero tanta gente che conosco. Essere qui oggi è molto bello ed emozionante. L'organizzazione è impeccabile, il clima è meraviglioso e in Nazionale si respira un'atmosfera fantastica. Quindi sì, è una veste diversa, ma alla fine mi sento sempre dentro al mondo che ho vissuto per tanti anni».

Guardando al ciclismo italiano di oggi, dopo averlo osservato e vissuto per oltre trent'anni da una posizione privilegiata, come lo vedi e quali sono secondo te le sfide e le opportunità più importanti per il futuro?
«Un Pogacar noi non lo abbiamo, così come non abbiamo un Nibali e una Vollering. Però abbiamo dei giovani fortissimi. Quest'anno, secondo me, la nostra Nazionale, soprattutto quella maschile, è una delle più forti degli ultimi anni. Abbiamo Trentin e Bettiol, che sono corridori di grande esperienza, e poi Pellizzari e Finn, che sono due giovani talenti, ma è una squadra ben amalgamata in ogni suo componente. Per il ciclismo italiano è un momento difficile, ma sono cicli che capitano a tutti. Anche in Francia sono passati tanti anni prima di avere Seixas. Io credo che bisognerebbe dare più tempo e più spazio ai corridori. Ben venga avere un Lorenzo Finn al via di un Mondiale professionisti. Bisogna dare spazio ai giovani e soprattutto dargli il tempo di crescere. Io ho fiducia nei nostri ragazzi. C'è una grande coesione in gruppo, tra gli atleti e lo staff, e questo mi fa molto piacere. Mi piace poter vivere dall'interno la Nazionale e credo che il presidente Dagnoni, con il suo staff, stia facendo un grande lavoro. Poi è chiaro che si può sempre migliorare».

Hai attraversato diverse fasi del mercato della bicicletta. Come è cambiato il mercato e quali pensi siano oggi le principali sfide per l'industria della bici? Negli ultimi anni abbiamo assistito a una forte accelerazione tecnologica, ma anche a un aumento dei prezzi e a una maggiore complessità dell'offerta…
«Prima di parlare di tecnologia, secondo me c'è un problema di prezzi. Oggi le biciclette costano troppo. Arrivare a 13.000, 14.000 euro per una bicicletta sono davvero tanti soldi. Per la tecnologia, ben venga. Tutto quello che serve a migliorare il prodotto e il ciclismo fa bene. Però ci vorrebbe anche una calmierazione dei prezzi, perché altrimenti si rischia di arrivare alla saturazione e quindi di vendere meno. Ci sono tanti brand che sono in difficoltà, e non solo nel mercato della bicicletta. Se riuscissimo a raddrizzare un po' la barra, secondo me sarebbe un vantaggio per tutti. La tecnologia deve andare avanti, ma bisogna anche stare attenti a quanto il mercato e il consumatore possono sostenere».

E la sicurezza?
«La sicurezza è fondamentale. L'avvocato Balconi è un caro amico e collega, che sta facendo da anni un grande lavoro su questo tema, tanto che con Specialized nel 2025 abbiamo stretto un rapporto di collaborazione perchè l’azienda è molto attenta da sempre a questo tema e sin da subito ho sentito che per noi sarebbe stato un valore aggiunto. Siamo stati la prima azienda di bici ad avere una tutela legale in caso di sinistro in bici. Mi rendo conto che oggi sia diventato un argomento sempre più centrale. Se vogliamo che crescano nuovi talenti sulle bici da corsa, bisogna intervenire anche a livello ministeriale. Oggi un genitore ci pensa due volte prima di mettere un ragazzo in bicicletta, soprattutto sulla strada. Qui serve l'aiuto del CONI, del Ministero e delle istituzioni. Perché se vogliamo far crescere il ciclismo e portare nuovi ragazzi in bicicletta, dobbiamo prima di tutto metterli nelle condizioni di farlo in sicurezza».


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