Il Grande Libro delle due ruote: Giuseppe Martinelli continua a sfogliarlo e a scriverlo da par suo, aprendo una pagina indelebile di (fulgido) ricordo personale. Già, perché nei giorni del Mondiale di Montreal si torna a cinquant’anni prima, all’argento conquistato ai Giochi Olimpici del 1976 da quel ventunenne bresciano di Lodetto, frazione di Rovato.
Fa effetto maneggiare la medaglia di fronte alla tv che mostra la rassegna iridata?
«Si realizza il tempo trascorso e non è una semplice ricorrenza, credetemi. Del resto, per uscire dalla nostalgia, il modo migliore resta sapere che uno dei miei ragazzi (Balliana, ndr) sarà in gara nella prova in linea tra gli juniores. Non nego che avevo fatto un pensiero alla trasferta canadese, ma c’è da seguire qui il finale di stagione».
Cosa rappresenta quel 26 luglio di mezzo secolo fa?
«Fu un’occasione colta, si aprirono le porte per il professionismo, con il passaggio l’anno successivo alla Jolly Ceramica: ero già stato vicinissimo alla Scic, quindi finalmente l’obiettivo venne centrato. Arrivai ai Giochi in ottima condizione, motivato dalla serie di successi tra cui tre tappe al Gran Premio Tell e due frazioni al Giro d’Italia. Ero chiamato ad essere protagonista, direi “spronato” per usare un eufemismo, dal mio mentore Cicci Petruzzi, con fama di sergente di ferro. Ma ci tengo a dire una cosa».
Prego...
«Allora una medaglia olimpica per un ciclista valeva ancor di più di quanto avviene oggi, era un autentico spartiacque della carriera».
Bernt Johansson vinse con merito?
«Lo svedese ha dimostrato negli anni da professionista la sua caratura, correndo tra l’altro in Italia ho potuto osservarlo all’opera frequentemente. La sua azione nell’ultimo giro fu importante, non covo rammarico e le scorrettezze di Klaus Peter Thaler in volata portarono alla squalifica del tedesco, issandomi sul secondo gradino del podio. Un risultato festeggiato con parsimonia, mica con una vacanza premio».
Petruzzi fu convincente?
«Mettiamola così. Rientrai già il 27 in Italia, c’erano altre corse in programma e il direttore sportivo mi portò subito a correre la domenica a Sant’Ermete di Romagna. Trovammo coda in autostrada e ci presentammo al via all’ultimo minuto: quando ormai sembravo fuori dai giochi, la reprimenda subita dal d.s. mi diede vigore, forse per paura di dover ritornare a casa in bici: rimontai e vinsi».
E Mont Royal che circuito era?
«Simile a quello odierno, in tutto e per tutto, fatta eccezione per la rampa d’arrivo inserita. Allora il traguardo era ai piedi dello strappo dell’Università, punto nodale ancor oggi».
Siamo al presente ad una prova dei professionisti diventata tutto d’un tratto aperta.
«Si sarebbe corso per il secondo posto con Pogacar. Il recente Gp Cycliste de Montréal ha premiato un Del Toro che ha saggiamente gestito le energie: ecco, mentre prima si correva di rimessa, ora prevale la componente tattica e ogni errore rischia di essere pagato inesorabilmente. Evenepoel, Del Toro e Seixas sono i nomi che immaginiamo per il podio, ma credo che anche Pidcock non sia da trascurare».
E gli italiani?
«Una squadra compatta ed attendibile, con Pellizzari o Ciccone in grado di collocarsi nella top five, perché no».
Dicevamo degli juniores.
«Ci sono alcuni profili di stranieri che hanno dimostrato grandi doti e continuità di rendimento ad alto livello, poi, pensando ai nostri, è lecito attendersi specialmente belle cose da corridori come Pezzo Rosola o Fedrizzi».
Chiudiamo ancora con l’amarcord olimpico?
«I giorni del villaggio ci misero a stretto contatto con il mondo: fu una grande esperienza umana. Sportivamente Nadia Comaneci incantò il mondo con il suo 10, c’erano sportivi del calibro di Juantorena e tra i nostri connazionali brillarono Raimondo D’Inzeo ed i tuffatori Cagnotto e Di Biasi. Aggiungo che si affacciava sulla grande ribalta pure Sara Simeoni».
Per gli azzurri arrivarono due ori, sette argenti e quattro bronzi. L’Italia chiamò? Martinelli rispose.
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