BALMAMION & BAIMA, LA STORIA DELLA RAGAZZA CHE VUOL DIVENTARE GRANDE

DONNE | 21/09/2026 | 08:15
di Silver Mele

Un cognome può arrivare da lontano. Può attraversare sessant’anni di ciclismo, due Giri d’Italia, migliaia di chilometri e una fotografia in bianco e nero, fino a ritrovarsi sulle spalle di una ragazza di vent’anni che continua a pedalare senza voltarsi troppo indietro. Balmamion è uno di quei cognomi che nel ciclismo non hanno bisogno di essere presentati. Franco lo ha reso grande vincendo due Giri d’Italia consecutivi, nel 1962 e nel 1963, costruendo la propria leggenda sulla resistenza, sulla regolarità, sulla capacità di stare dentro la corsa fino a farla diventare una seconda natura.


Oltre sessant’anni dopo, su quelle stesse strade che hanno continuato a raccontare campioni, fughe e destini, pedala una ragazza di vent’anni nata a Ciriè, in Piemonte, che di quel cognome porta con orgoglio il peso e, soprattutto, la responsabilità. Si chiama Anita Baima. È velocista, corre su strada e in pista, veste la maglia della Isolmant-Premac-Vittoria ed è una delle storie più belle del Giro del Mediterraneo in Rosa. Perché il ciclismo, qualche volta, ha una memoria sorprendente: prende un cognome dal passato, lo affida a una ragazza del presente e aspetta di vedere cosa saprà farne. Anita, per ora, sembra avere le idee chiarissime. «Sicuramente il sogno nel cassetto è quello di passare professionista». 


Detta così sembra una frase semplice. Ma dentro c’è tutto il ciclismo che serve per arrivarci: ambizione, pazienza, fatica e quella voglia di provarci che non si misura soltanto nelle vittorie. 

«SI DIVERTA, INNANZITUTTO SI DIVERTA»
Quando a Franco Balmamion si chiede di Anita, il grande campione classe 1940 sorride. Non si mette a fare il professore, non dispensa formule, non cerca di trasferire alla nipote acquisita il peso della propria storia. Dice una cosa molto più bella. «Si diverta, innanzitutto si diverta». È la frase di un uomo che ha attraversato un ciclismo lontanissimo da quello di oggi e che, forse proprio per questo, sa distinguere ciò che cambia da ciò che resta. Anita quella raccomandazione se la ricorda bene. «Fin da quando ero piccola mi ha sempre detto di divertirmi. Ora ormai è il mio lavoro, essendo nelle Fiamme Azzurre. Sicuramente mi diverto ancora, ma bisogna prenderlo seriamente».

È una risposta che racconta molto più di quanto sembri. Perché dentro c’è il passaggio dall’infanzia all’ambizione, dal gioco al mestiere. Il momento in cui la bicicletta smette di essere soltanto una compagna di avventure e diventa una strada da percorrere fino in fondo. Eppure quel divertimento non è scomparso. È diventato qualcosa di diverso: la gioia di stare nella mischia, di rischiare una volata, di sentire il gruppo accelerare, di provare a esserci quando la corsa decide chi può sognare un po’ più forte degli altri. 

UNA VELOCISTA CHE NON HA PAURA DELLA MISCHIA 
Anita sa chi è. «Sono una velocista, faccio sia pista che strada. Finora in pista ho ottenuto i miei risultati maggiori, ma non nascondo che mi piacciono entrambe le discipline e penso che siano complementari. Inoltre mi piacerebbe affermarmi anche su strada». Non cerca definizioni complicate. La sua identità agonistica è già precisa: velocità, pista, strada, corse di un giorno. E quando le si chiede che ciclista sia nelle gare in linea, la risposta arriva ancora una volta senza esitazioni. «Innanzitutto sono veloce, infatti non ho paura di buttarmi in volate di gruppo, ma certamente preferisco quelle a ranghi più ridotti. In salita tengo bene, almeno su quelle non troppo lunghe. Sicuramente preferisco le corse d’un giorno, anche perché non ho molta esperienza per quelle a tappe». È il ritratto di una ragazza che non vuole sembrare qualcosa che ancora non è. Sa dove può far male e sa dove, invece, deve ancora crescere. Forse è proprio questa consapevolezza a renderla interessante. 

IL 2026 LE HA RESTITUITO IL COLPO DI PEDALE 
La stagione le ha già dato ragioni per sorridere: quattro vittorie e due secondi posti. L’ultima vittoria è arrivata pochi giorni fa al Trofeo Inalpi, mentre a Caorle, nella seconda tappa del suo primo Giro d’Italia, è arrivato un undicesimo posto che ha il sapore della conferma. «Sicuramente una bella stagione. Sono contenta di essere riuscita a ritrovare il colpo di pedale giusto in volata quest’anno e sicuramente mi piacerebbe continuare così per riuscire a fare qualche risultato nelle gare che contano». Ritrovare il colpo di pedale. È un’espressione apparentemente tecnica che in realtà racconta la sostanza di ogni atleta: il momento in cui il corpo ricomincia a rispondere come vuoi, quando la gamba torna a fidarsi della testa e la testa torna a chiedere qualcosa in più alla gamba. Anita quel qualcosa in più lo sta chiedendo proprio adesso. 

LA CAMPANIA È GIÀ UNA PARTE DELLA SUA STORIA 
Le strade campane, del resto, le hanno già regalato qualcosa. L’anno scorso, a Caivano, chiuse al terzo posto la tappa conclusiva della classicissima. Stavolta la gioia è arrivata a Frattamaggiore. Un chilometro e seicento metri, nel cuore della sera, e il cronometro che si ferma su 2’06”90. Media di 46,047 chilometri orari. Più veloce di tutte. E quella maglia di leader sulle sue spalle ha avuto quasi il sapore di un appuntamento con il destino. Perché quando una maglia di leader finisce sulle spalle di una ragazza che porta il sangue ciclistico di Franco Balmamion, è difficile non pensare a quanto il ciclismo sappia essere circolare. 

QUEL GIORNO A CIRIÈ, DAVANTI A UN CAFFÈ
Tre anni fa ero a Ciriè con Franco Balmamion e Gianni Baima. Eravamo seduti davanti a un caffè e parlavamo di ciclismo, come accade quando davanti hai uno dei grandi uomini della storia della bicicletta. Il discorso finì naturalmente su Anita. Era appena diventata campionessa del mondo juniores su pista in Colombia, nell’australiana, la corsa a eliminazione nella quale aveva battuto la britannica Sharp. Una vittoria costruita con la velocità, ma anche con quella capacità di restare lucida quando la corsa comincia a togliere ossigeno e spazio. L’anno successivo sarebbe arrivato anche l’oro europeo nella stessa specialità tra le Under 23. E in entrambi i grandi appuntamenti Anita era arrivata dopo aver superato la frattura della clavicola. È un dettaglio che dice molto di lei. Perché la velocità può essere un talento, ma per tornare dopo un infortunio servono altre qualità: pazienza, disciplina, carattere. Quella parte del ciclismo che non entra nei fotogrammi dell’arrivo e che spesso è quella che costruisce davvero un atleta. Franco la osserva da lontano. Non sembra avere fretta di darle un giudizio. Forse perché conosce troppo bene questo sport per confondere una vittoria con un destino. Sa che il ciclismo non promette niente. Può soltanto offrire una strada. E Anita quella strada ha deciso di percorrerla. 

LA FORZA DI UN COGNOME, LA NECESSITÀ DI COSTRUIRSI UN NOME
È questa, forse, la parte più bella della sua storia. Anita ha un’eredità enorme alle spalle, ma non vuole viverci dentro. Non cerca di essere la continuazione di Franco. Vuole essere Anita Baima. Il cognome le ricorda da dove arriva. Le gambe devono dirle dove può arrivare. Per questo, quando le chiedi che cosa chieda al ciclismo, non parla di record, di fama o di copertine. «Il sogno nel cassetto è quello di passare professionista». È un sogno concreto. Ha la forma di un contratto, di una squadra, di una stagione vissuta al livello più alto. Ma prima ancora ha la forma di una volata. Di quelle che Anita non teme. Di quelle in cui si entra tutti insieme e si esce soltanto quando qualcuno ha trovato un centimetro più degli altri. 

IL CICLISMO NON SI EREDITA. SI CONQUISTA.

Forse Franco Balmamion lo sa meglio di chiunque altro. Si può ereditare un cognome. Si può ereditare una fotografia, una maglia, una storia di famiglia. Si può persino ereditare una certa familiarità con la bicicletta. Ma una vittoria bisogna andarsela a prendere. Anita lo sta facendo a modo suo: in pista e su strada, nelle volate e nelle giornate difficili, con quattro vittorie e due secondi posti, con il ricordo di un Mondiale e di un Europeo, con la voglia di diventare professionista e con quella maglia di leader conquistata a Frattamaggiore quando il Giro del Mediterraneo ha acceso le sue luci. Domani c’è Caivano. Una corsa che conosce. Una strada che le piace. Un’altra occasione per gettarsi nella mischia. E magari, mentre Anita lancerà la sua volata, da qualche parte Franco sorriderà ancora una volta. Non per dirle quanto deve essere grande. Soltanto per ricordarle quello che le disse quando era piccola: «Divertiti». Il resto, adesso, tocca ad Anita. La storia di Balmamion ha già scritto due Giri d’Italia. Quella di Baima è appena cominciata.



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