L'ORA DEL PASTO. ANGELO CONTERNO, IL SIGNORE DEL CICLISMO - 1

STORIA | 31/08/2026 | 08:35
di Marco Pastonesi

In Inghilterra era un simbolo di vigliaccheria, negli Stati Uniti di coraggio. In molti casi premiava il pacifismo, in altri lo puniva. Insomma, tutto e il contrario di tutto. Ma il soprannome di “Penna Bianca” attribuito ad Angelo Conterno, ha un significato molto più semplice: indicava quella frezza di capelli bianchi al centro di una capigliatura ondulata dalle migliaia di chilometri pedalati da dilettante e professionista. Quando continuò a pedalare da veterano, con tanto di titolo e maglia di campione del mondo, Conterno non era più Penna Bianca ma, ormai canuto, era piuttosto una Testa Bianca, o meglio, una Testa Candida.


Era candido, Angelo Conterno. Candido nell’anima. Un signore. E non c’era corridore, in gruppo, che non sostenesse la sua nobiltà, che non riconoscesse la sua generosità, che non ammirasse la sua pulizia di animo. Torinese, del 1925, un anno fa si è festeggiato – con la semplicità e la riservatezza cui lui avrebbe tenuto moltissimo – il centenario della nascita. Cresciuto con il calcio, convertito al ciclismo, prima nella Uisp poi nell’Uvi, finalmente professionista a 25 anni dopo solo un anno e mezzo di corse, Conterno dimostrò di essere un corridore completo. Non di quelli, come scherzano i corridori, che vanno piano dappertutto, ma di quelli che non li stacchi mai dalla tua ruota. In linea o a tappe, in salita o in fuga, Conterno era un “cagnaccio”, una definizione che suona come un dispregiativo, e che invece nel ciclismo è un complimento.


Quindici anni da professionista più il prologo da indipendente, sedici vittorie, il primo italiano a conquistare la Vuelta (era il 1956, settant’anni fa, per saperne di più https://www.tuttobiciweb.it/article/2025/09/06/1756656634/ciclismo-storia-del-ciclismo-vuelta-1956-angelo-conterno), la Penna Bianca del ciclismo sembrava migliorare imbiancandosi, cioè invecchiando, che nel suo caso significava far valere l’esperienza. Ma spesso, a un passo dalla vittoria, inciampava nella malasorte. Nel 1959 la malasorte si accanì. Giro di Toscana, arrivo a Firenze, volata sulla pista delle Cascine, Conterno fu spinto sul prato da Rino Benedetti, reclamò, venne classificato secondo dietro ad Adriano Zamboni. Milano-Vignola, a 50 metri dal traguardo, nettamente primo, vide un motociclista della polizia finire a terra, frenò, giunse quarto, a vincere ancora Zamboni. Giro del Lazio, valido come campionato italiano, volata a quattro con Ercole Baldini, Diego Ronchini e il solito Zamboni, a 20 metri dal traguardo, anche stavolta nettamente primo, gli fu tagliata la strada da un fotografo, d’istinto frenò, giunse terzo, poi l’inevitabile impatto, lui 15 punti di sutura, il fotografo in prognosi riservata e Ronchini tricolore.

Il più convincente riconoscimento - una sorta di premio Nobel, più che di Oscar, del ciclismo – è quello che il suo amico Nino Defilippis raccontò a Gino Sala dell’Unità (e di Tuttobici): “Si disputava il Gran Premio Valperga, una classica del dilettantismo cui tenevo molto. Sempre in fuga, sempre in testa nonostante cinque forature. Al sesto appiedamento venni raggiunto da Conterno che mi passò il tubolare. In due verso il traguardo. Io non volevo vincere, volevo che per il suo gesto di generosità fosse il mio compagno d’azione a cogliere il successo, ma lui si guardò bene dal disputare la volata. Con tutto quello che ti è capitato, la corsa dev’essere tua, mi disse. E alle parole fece seguire i fatti concedendomi la vittoria senza il minimo disturbo”.

(fine della prima puntata – continua)


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