GIRO DI CAMPANIA 2026, LA CORSA SI DECIDE DOVE IL PROFILO SMETTE DI RACCONTARLA

APPROFONDIMENTI | 29/08/2026 | 10:08
di Giovanni Di Trapani

Ci sono percorsi che si lasciano capire a colpo d’occhio. Questo no. Il Giro della Campania 2026 misura poco più di 203 chilometri, parte dalla Reggia di Caserta e arriva a Piazza del Plebiscito. Ma chi si limita a guardare l’altimetria rischia di leggerlo male. Non è una corsa con “una salita finale”. È una gara costruita per accumulo, una di quelle nelle quali il direttore sportivo deve sapere distinguere la fatica che si vede da quella che rimane nascosta nelle gambe.


La prima chiave è Montefusco, intorno al km 57. Non vincerà nessuno lì il Giro. Ma qualcuno potrebbe cominciare a perderlo... La salita arriva abbastanza presto da non produrre la battaglia dei capitani, ma abbastanza tardi da incidere sugli uomini destinati a lavorare. Se il ritmo sarà alto, i velocisti pesanti inizieranno a pagare e diverse squadre potrebbero trovarsi con meno gregari proprio quando la corsa avrà bisogno di essere controllata.


Da Avellino fino all’ingresso in Costiera il compito delle squadre sarà soprattutto uno: misurare il vantaggio della fuga. A Vietri non bisognerà chiedersi soltanto quanti minuti abbiano gli uomini davanti, ma chi ci sia davanti. In una gara classificata 1.1 una fuga di qualità può diventare rapidamente un problema se dietro non esiste un blocco unito disposto a tenere la corsa per centocinquanta chilometri.

Poi cambia tutto. Vietri, Cetara, Maiori, Minori, Atrani, Amalfi, Furore. L’altimetria quasi non lo racconta, ma questa è probabilmente la porzione più insidiosa del Giro. Strada costiera, curve, rilanci continui, attraversamenti urbani, posizione fondamentale. Chi corre cinquantesimo consumerà molto più di chi corre quindicesimo. Frenare, rilanciare, chiudere cinque metri, rifarlo trenta volte: sono watt che sull’altimetria non esistono, ma che ad Agerola presenteranno il conto.

E arriviamo al punto che tutti stanno guardando. Agerola, km 152,7. Qui la corsa può rompersi, ma attenzione: non è una salita per lo scalatore puro. È lunga, regolare, più da potenza sostenuta che da esplosione. Se verrà fatta a ritmo medio, saliranno in cinquanta. Se una squadra la prenderà in testa dopo aver già messo pressione sulla Costiera, potremmo vederne scollinare quindici.

La chicca tattica è un’altra: non attaccare subito. Il punto più interessante viene da Furore in avanti. Lì la selezione naturale avrà già eliminato molti gregari, la velocità sarà alta e il rischio di rimanere esposti per troppi chilometri diminuirà. Chi vuole vincere il Giro dovrebbe iniziare a pensare alla corsa in quel tratto, non necessariamente sulla rampa più dura. Ma Agerola non è il traguardo. Ed è proprio questo a rendere il percorso bello.

Dalla cima restano oltre cinquanta chilometri. Prima la discesa verso Pimonte, Gragnano e Castellammare; poi più di trenta chilometri sostanzialmente favorevoli all’inseguimento, attraverso Pompei, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici e San Giorgio a Cremano.
È qui che il direttore sportivo deve fare i conti. Un uomo solo con venti secondi a Castellammare è quasi condannato. Un uomo solo con un minuto può cominciare a crederci. Quattro uomini con quaranta secondi diventano un problema enorme. Venti uomini con un paio di squadre organizzate possono invece trasformare Piazza del Plebiscito in uno sprint ristretto.

Per questo il vero punto di controllo del Giro, a mio avviso, non è Agerola. È Castellammare di Stabia. Lì sapremo quanti sono davanti, quanti dietro, quali squadre hanno ancora uomini e soprattutto chi è disposto a lavorare. È lì che la corsa rivelerà finalmente il proprio volto. 
Lo scenario che considero più credibile è una volata di un gruppo selezionato, diciamo fra quindici e trenta corridori. Subito dopo viene l’arrivo di una fuga di pochi uomini. Meno probabile, ma affascinante, il solitario. Molto più difficile immaginare uno sprint di gruppo compatto.

Il vincitore ideale? Non uno scalatore puro e neppure un velocista tradizionale. Servirà un corridore da classiche: capace di stare davanti sulla Costiera, tenere venti minuti ad alta intensità su Agerola, guidare bene in discesa e avere ancora gamba veloce dopo duecento chilometri.

Il Giro della Campania 2026 ha quindi una qualità rara: non suggerisce un solo modo per vincerlo. Puoi provarci attaccando. Puoi aspettare. Puoi costruire la corsa sulla salita o distruggerla in discesa. Puoi inseguire fino a Napoli. Ma una cosa è certa: chi arriverà a Piazza del Plebiscito pensando di avere corso soltanto “una salita finale” avrà capito il percorso troppo tardi.

Giovanni Di Trapani è primo ricercatore al CNR attualmente in distacco presso la Presidenza del Consiglio: coordina la struttura di supporto del Commissario Bagnoli Coroglio.


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