Giro d’Italia 2003. La prima tappa, da Lecce a Lecce, 201 km. Percorso piatto, trama prevista, fuga ricongiungimento volata. La giornata solare ci induce – Claudio Gregori, l’auriga Gigi Belcredi e il soprascritto, nella macchina della “Gazzetta dello Sport” spregiudicatamente etichettata come quella dei poeti – a precedere il gruppo come sempre, ma stavolta con un certo vantaggio. Obiettivo: un bagno in mare. Troviamo un complice, sedotto dalla prospettiva marinara più che dalla compagnia giornalistica: è Candido Cannavò, il nostro Direttore.
Gregori incita (eroico a citazioni omeriche), Belcredi spinge (pratico sul pedale dell’acceleratore), Cannavò scalpita (felice come un bambino). Guadagnata una distanza di sicurezza dal gruppo, ci fermiamo e ci precipitiamo, noi equipaggiati di costume da bagno, ma non Cannavò. Non era il tipo, il nostro Direttore, da arrendersi a difficoltà o imprevisti, qualunque fosse. Accolto dal padrone dei bagni - Salvatore, se non ricordo male -, con la stessa familiarità che si nutre per chi è stato il compagno di banco in tutte le elementari, Cannavò viene fornito di costume da indossare e di camera dove cambiarsi. E mentre Salvatore saltella qua e là promettendo un rapidissimo piatto di pesce, il Direttore si tuffa e ci raggiunge a stile libero in acque trasparenti e celestiali.
Sarà che le nostre bracciate sono lente, o sarà stato che le pedalate del gruppo sono veloci, fatto sta che il gruppo arriva prima del previsto. Lo intuiamo dalle staffette della polizia. Non rimane che nuotare fino alla spiaggia e correre sulla strada, il più presto possibile. Ce la facciamo. Il gruppo è preceduto dalla macchina del direttore di corsa, Carmine Castellano, che nell’occasione ospita l’affascinante Deanna Orienti, incaricata ad accogliere personaggi speciali invitati a vivere un giorno nella carovana al Giro d’Italia.
Ed ecco la scena: noi, bagnanti ancora bagnati, nudi tranne che nel costume da bagno, che ci sbracciamo al passaggio della macchina del direttore di corsa, e loro, Castellano e Orienti, mezzi busti al sole fuori dal tettuccio, a godersi panorama e paesaggio, ambiente e atmosfera, corsa e corridori. Quando la macchina passa davanti a noi, osiamo perfino urlare “Elooo” (Cannavò e Gregori) e “Avvocatooo” (io). Castellano ci guarda ma non ci vede, non ci riconosce, non sul momento, così fuori competenza territoriale e professionale, così fuori abito e habitat, ma ci vede immediatamente dopo, come colto da un dubbio o un ripensamento o una visione, ci riguarda e ci riconosce, e si mette le mani in testa, come se fossimo noi ad aver perso, oltre che gli abiti, anche la testa.
Non so se in quel momento, e da quel momento fino a questo momento in tutti i momenti, ho ammirato più la complicità di Cannavò o la spontaneità di Castellano. Cannavò, così istintivo, genuino, vero, anche in costume da bagno, e Castellano, così semplice e signorile, sempre in giacca, camicia e cravatta. Tutti e due (tre, con Gregori, anzi, quattro, con Belcredi) primi al traguardo del mio cuore. Per sempre.