COLNAGO, BALDINI E QUEI SUSSURRI DA FAVOLA... GALLERY

NEWS | 20/03/2019 | 12:41
di Pier Augusto Stagi

«Felice, indovina chi è venuto a trovarmi?... ». Ernesto Colnago non sta più nella pelle, e chiama l’amico di sempre Felice Gimondi per dargli la lieta novella. «È qui da me. È venuto a trovarmi Ercole, Ercole Baldini…».


La scena ha del surreale, ma è successa questa mattina a Cambiago, crocevia del mondo che ama parlare di bicicletta. Ercole è accompagnato Anselmo “Mino” Baldini, il figlio primogenito, che ha caricato papà di prima mattina per andare a salutare il Maestro, come Ercole ama chiamare Ernesto Colnago. «Se solo riuscissi a vedere qualcosa in più starei anche bene – dice lui, con quella sue parole soffici e gentili, che accarezzano l’anima -. Sono felice di essere qui Ernesto. Peccato solo che ti intravedo, ma che bello sentire il tuo abbraccio e la tua voce».


Poi il cellulare di Ernesto che passa da una mano all’altra, dal Maestro all’Elettrotreno di Forlì, con Gimondi dall’altro capo del telefono che chiede e racconta: emozioni.

Io che parlo con Mino e intanto buttiamo l’occhio su quei due ex ragazzini che parlano con un filo di voce fitto fitto, come due prelati intenti a confessarsi. Sussurrano parole lievi e ricordi lontani, che si avvicinano alla fiaba, ma sono realtà, storia, mito e leggenda. Che belli.

Tra un Gimondi che entra in questa storia, un Saronni evocato e rappresentato dalla sua prima Colnago usata da professionista nel lontano 1977, in maglia Scic. Una bici che l’Ernesto regala al museo di Ercole, l’uomo dell’oro di Melbourne, del record dell’ora, del Giro e di quel 1958 da campionissimo. Ercole l’accarezza come una reliquia. «A Villanova di Forlì, ho allestito un museo che ha tantissime cose. Tutti i miei trofei, tutte le mie maglie, tutte le mie biciclette, oltre a 700 libri e tanti altri oggetti di assoluto pregio e prestigio. Tra tutte queste cose, anche alcune biciclette, di grandi corridori e case. Mi mancava una Colnago: la più preziosa».

E poi lo scambio di libri. Ercole porta il suo al Maestro, ed Ernesto fa altrettanto. «Io te ne do due: uno in italiano e l’altro in cinese. Ce ne sono pochi, ma questo libro è stato tradotto anche in Cina e per il tuo museo va benissimo: è quasi un pezzo unico», dice il Maestro.

Ernesto gli porge il braccio sinistro ed Ercole si fa accompagnare sereno. Girano l’azienda, parlano fitto fitto delle loro cose: sembrano due ragazzini che camminano in un nonluogo in assenza di tempo. Noi dietro, assistiamo rapiti: in assenza di gravità. 

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