Fu il suo babbo a portarlo alle corse: “Si andava, si aspettava, si godeva di quell’attimo fuggente, poi si tornava, si raccontava, si ricordava, fino alla successiva corsa”. Fu il suo babbo a trasmettergli la passione per il ciclismo: “Un giorno, aspettando i corridori, si parlava. Gli domandarono che cosa facesse. Lui sintetizzò: ‘Lavoro, prego e vado a vedere le corse’”. Fu il suo babbo a trasmettergli anche la voglia di leggere il ciclismo: “E su certi annuari ho scoperto le sue correzioni, a mano, agli ordini di arrivo ufficiali. Non terzo, ma quarto. Non decimo, ma nono…”. E fu il suo babbo a regalargli la prima bici: “Un’Olimpia, da corsa. Ma avevo già 18 anni”.
Oggi Don Antonio Cecconi si professa “credente non praticante”: verso la bicicletta, sia chiaro. Settantasei anni, pisano di Mezzana, sette chilometri dalla torre pendente di Pisa (quattro in linea d’aria) direzione est verso il Monte Serra, liceo classico Galilei a Pisa, il seminario, cinque anni di teologia, prete dal 1974, viceparroco, vicedirettore nazionale Charitas, vicevescovo ufficio reclami, una specie di Tano Belloni nel senso dell’Eterno Secondo, adesso ufficialmente pensionato, se così può essere definito chi ancora si prodiga per anziani, disabili, disagiati, Acli…, ma anche la qualifica di gregario ci starebbe bene. E anche, e ancora, e sempre, la bicicletta e il ciclismo.
Il primo corridore? “Fiorenzo Magni. Era il Giro d’Italia del 1956, quello in cui ‘il Leone delle Fiandre’ cadde, si ruppe la spalla, legò – fu Ernesto Colnago a inventare il marchingegno – un mezzo copertone da una parte avvolgendolo al manubrio e dall’altra azzannandolo fra i denti, e alla fine giunse secondo. Quel giorno si correva la Livorno-Lucca a cronometro e il gruppo passava a pochi chilometri da casa, ma io ero a letto con il morbillo. Così il mio babbo andò da solo, poi mi raccontò chi aveva visto. Magni, sofferente, Charly Gaul, Miguel Poblet e Pasqualino Fornara in maglia rosa”.
Il primo eroe? “Guido Carlesi, livornese di Collesalvetti, poi pisano di Titignano, nove chilometri da Mezzana (ma tre in linea d’aria), secondo al Tour de France 1961 dietro a Jacques Anquetil ma davanti a Charly Gaul. Carlesi fu un incompiuto. Infatti rimase Coppino. Gli garbava la caccia, gli garbavano anche le donne, e insomma non faceva la vita del ciclista, che è un po’ quella del monaco. Di Carlesi conservo un cappellino della Molteni. Come la reliquia di un santo più che di un eroe. Che riposi in pace”.
Il primo santo? “Francesco Moser, ma santo è troppo. Quando venne a correre nella Bottegone, fu convertito in un corridore toscano, e qui, per così dire, se non santificato, almeno beatificato. Preceduto dalla fama di tutti i suoi fratelli corridori, Francesco brillava per doti e qualità, soprattutto tenacia e resistenza. Lo seguivo dove potevo, anche a Ostuni, secondo ai Mondiali 1976 dietro a Freddy Maertens”.
Il ciclismo come divina commedia umana: “Francesco Doccini, pisano di Terricciola, una quarantina di chilometri da Mezzana, del 1914 come Gino Bartali, un paio di anni da professionista. Si raccontava di quel Giro del Casentino per dilettanti. Sulla Consuma, la salita dal versante di Firenze, a 90 chilometri dall’arrivo scappò un corridore sconosciuto. ‘Lasciatelo andare via - disse Doccini - dove volete che vada quel gambesecche?’. Invece vinse per distacco. Era Fausto Coppi”. Il ciclismo come arte dell’incontro: “Cesare Del Cancia, pisano di Buti, 17 chilometri da Mezzana (cinque in linea d’aria, e l’aria è quella del Serra). Lo vidi quando il Giro arrivò in Versilia, Del Cancia era allora la più antica maglia rosa vivente”. Il ciclismo come metafora della vita: “Tiarno Casarosa, meccanico nel velodromo di Fornacette e direttore sportivo che portò Carlesi al professionismo, raccontava di una volta, all’inizio di ottobre, faceva già freddo, ‘vuoi l’acqua?’, domandò a un suo corridore, quello gli rispose ‘dammi una rivoltella che mi ammazzo!’”. Il ciclismo come scrigno della memoria: “Una riunione proprio a Fornacette per diverse categorie, c’era anche Coppi, che a Leonello Canesi, un corridorino, disse ‘Vedo che hai una bella bici’ e domandò ‘Chi te l’ha fatta?’, Leonello rispose ‘Un artigiano di qui, Alberto Cecconi’, il mio babbo, appunto”.
Don Antonio Cecconi è un formidabile pedalatore della memoria: “In pellegrinaggio per il ciclismo, sull’Abetone e sul Mortirolo, sul Manghen e sul Fedaia, a Pinzolo nel 1999 il giorno in cui Marco Pantani trionfò prima del famoso controllo di Madonna di Campiglio. Anche al Mondiale di Sallanches 1980, dove fu primo Hinault e secondo Baronchelli. Anche alla Cuneo-Pinerolo nel Giro 1982, quando Beppe Saronni precedette Moser…”. Perfino giornalista: “Durante un Giro d’Italia per il ‘Tirreno’. Perfino agente: “Chiesi a Franco Bitossi di fare da lettore in un audiolibro su Gino Bartali, serviva uno che avesse un bell’accento toscano, e Franco si prestò”.
E la bici, una tentazione? Don Antonio Cecconi si confessa: “Tentazione, penitenza, comunione… Non più quella da corsa, ma adesso a pedalata assistita, due volte la settimana. Ormai credente non praticante".
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