I 60 ANNI DI DANIELE PONTONI. «IO, CICLISTA (E CAMPIONE) PER TESTARDAGGINE»

COMPLEANNO | 08/09/2026 | 11:30
di Antonio Simeoli

L’appuntamento è in piazza a Tarcento alle 9.45, lui arriva da Muris di Ragogna in bici, noi arriviamo da sud e a Primulacco ci arriva un WhatsApp con la sua posizione: tra Buja e Majano. Tocca accelerare. Arriviamo un attimo prima di lui.


«Non uso mai queste diavolerie, ma con i miei ragazzi la posizione di WhatsApp è importante quando si allenano».


Daniele Pontoni, re del ciclocross mondiale, due maglie iridate, quinto in mountain bike alle Olimpiadi di Atlanta 1996, 317 gare vinte in carriera dal 1989 al 2005, da cinque anni commissario tecnico dell’Italia del ciclocross e del gravel, martedì 8 settembre compie 60 anni. Fare un’intervista pedalando con lui sulla via di Chialminis-valle del Cornappo è molto pericoloso: va ancora forte.

«No, no, guarda non ho neanche il computerino aggiornato», attacca sulla salita verso Sedilis, «questo qui me l’hanno regalato ancora i miei ragazzi quando ho compiuto 50 anni».

I suoi ragazzi?
«Sì, non ho figli, ma i ragazzi della nazionale e prima della DP66, la squadra di ciclocross che ho fondato con mia moglie Luisa, oppure la cinquantina che da quasi vent’anni partecipa al mio camp sull’altopiano del Monte Prat sono i miei ragazzi».

Come sono cambiati i giovani?
«Radicalmente, ma lavorare con loro è entusiasmante. Ho vinto due mondiali e un sacco di gare internazionali, ma le soddisfazioni più grandi le ho provate aiutando questi ragazzi a vincere in maglia azzurra. Noi dobbiamo avvicinarci a loro, parlando di ciclismo, sono più assorbiti dal Garmin (il computerino sul manubrio ndr) o dallo smartphone piuttosto che dalle cose reali, ma c’è qualche eccezione penso a uno dei miei ragazzi più forti Mattia Agostinacchio, che in gara va a sensazione, un po’ come facevo io che andavo forte e spesso fregavo gli altri anche perchè preparavo meticolosamente le gare e amavo sorprendere i miei rivali».

Non sanno più correre?
«Beh, all’ultimo Giro del Friuli Under 23 l’amico Dario Cioni della Netcompany era venuto a sostenere i suoi corridori del team Devo: a un certo punto si è arrabbiato perché uno dei suoi non andava all’attacco. Il corridore gli ha confessato: il Garmin non si era aggiornato. E poi le corse più avvincenti tra i pro ora sono quelle in cui i corridori sono senza radioline»

La preparazione è cambiata?
«Radicalmente. Adesso i ragazzi hanno alimentazione, scienza, materiali, tutto meglio di quando correvo io, ma devono ritrovare la voglia di improvvisare, di osare».

Salita di Chialminis, si va in coppia, scende un’auto, potrebbe passare tranquillamente. Lo fa ma l’autista urla: «Cogl...».
«Ecco, qualche tempo fa mi sarei arrabbiato, ora lascio perdere. Ho corso anni al Nord, ci vado spesso con la Nazionale, la cultura per la bici da quelle parti noi ce la scordiamo e sulle strade si vedono i risultati».

Le ciclabili?
«Bisogna educare la gente ad andarci, da noi sono un porto di mare, ci vanno tutti a passeggio, col cane, con i bambini, al Nord non è così. In Belgio ai Mondiali di qualche anno fa ho visto la mattina centinaia di bambini andare in bici a scuola facendo anche 10 km, facile poi che qualcuno diventi un ciclista».

I genitori non mandano i figli a correre perché le strade sono una trappola.
«Serve costruire una cultura della strada dai più piccoli».

Meno male che c’è il fuoristrada.
«Dove si riesce a formare dei corridori di livello buoni anche per la strada. Intensità piuttosto che distanza: ormai le corse per pro non sono diventate una lunga gara di ciclocross dal primo chilometro?».

Se le dico Mathieu Van der Poel?
«È l’esempio di ciclista a 360 gradi, campione su strada, in mtb e nel ciclocross. Ce ne sono tanti altri, penso a Van Aert o a Pidcock, speriamo ne arrivino anche da noi, ma intanto servirebbe fiducia per i nostri talenti e una squadra italiana che li faccia correre».

Lei correva col padre di Vdp.
«Sì, quante battaglie con Adri nel fango».

Una sfida tra lei e Mathieu?
«Generazioni diverse, lasciamo stare»

Scollinamento a Chialminis, pensiamo di tirare il fiato, lui va come una moto. Non beve mai, pesa 60 kg, solo due in più di quando era pro, non beve mai. Ovviamente indossa la divisa della nazionale.

Quanti km fa all’anno in bici?
«Non lo so, pedalo quando posso. Non uso il computerino, mi oriento con i campanili, adoro le ciclabili per il gravel, ce ne sono di bellissime, poco conosciute perché poco pubblicizzate nella Bassa Friulana. Sì: la bici mi piace più a 60 anni di quando ero bambino».

Come è iniziata con la bici?
«In porta, facevo il portiere nel Basiliano nonostante l’altezza. Ho vinto anche il Trofeo Barassi, l’attuale Torneo delle Regioni, con i Giovanissimi del Fvg, mi pare fosse il 1981. Vado ancora matto per il calcio, cuore Toro, mi piace andare allo stadio specie la sera. Sono un nostalgico di Pulici-Graziani (e snocciola la formazione campione d’Italia del 1976 ndr). Mi alternavo con la bici, andavo forte poi da juniores ho smesso. Ho fatto l’alberghiero, sono andato a fare le stagioni a Milano Marittima. Avrei potuto fare il militare alla Compagnia Atleti invece mi sono trovato alpino alla Julia».

Anno buttato?
«Macchè, è stata la mia fortuna. Ho imparato ordine e disciplina, quella che provo ad insegnare ora ai miei ragazzi. Se vedo che arrivano con le scarpe sporche o il casco non in ordine mi arrabbio. Poi ho lavorato da Brando a Udine in Piazzale Cella e per testardaggine ho ripreso a correre».

Per testerdaggine?
«Sì, quella tipica dei friulani. Una sera vengono a cena i vertici della Federciclismo Fvg, mi vedono, mi propongono di partecipare ai corsi come giudice di gara io rispondo che se torno nel ciclismo lo faccio per vincere. E il giorno dopo vado da Ireneo Paravano, il presidente della Varianese e chiedo di poter correre. Massimo, il figlio che ora ne ha preso il posto, è per me un amico inseparabile».

La svolta?
«Nel 1988, mi ingaggia Egidio Fior alla Zalf che non sembrava molto convinto: 600 mila lire al mese. Comincio a vincere e mi guadagno la convocazione al primo Mondiale in Francia nel 1989, sto con i primi, capisco che posso battere Simunek il più forte. Nel 1992 vinco il Mondiale a Leeds, in Belgio a ogni gara mi pagano anche un milione e 500 mila lire, l’equivalente dello stipendio mensile di mio padre Angelo, ancora mio primo tifoso con mamma Alina, come infermiere».

L’inno nazionale?
«Da brividi, ma a Monaco, quando nel 1997 feci il bis con un’altra gara sempre in testa, è stato ancora più bello con centinaia di friulani presenti, tra cui anche Enzo Cainero, uno che mi ha sempre aiutato nelle decisioni importanti».

Le Olimpiadi di Atlanta 1996?
«Quinto, mi si è rotto il cambio, la mia amica Paola Pezzo, anche col suo decolletè (ride ndr), ha fatto meglio di me con l’oro, e Kevin, il figlio ha la sua testa e nel ciclocross mi sta dando grandi soddisfazioni».

Nimis, prima di salutarci è tempo di una bibita fresca. Finalmente beve anche lui: acqua frizzante con sambuco.

Col doping possiamo stare tranquilli?
«Era il mio nemico, ai miei tempi avevo l’ematocrito naturale a 48 eppure altri volavano...Ora è cambiata la cultura anche tra dirigenti e corridori. Sì, stiamo tranquilli».

Obiettivi a 60 anni?
«Ho vinto il Mondiale da ct con Stefano Viezzi, gran talento come Sara Casasola e Giorgia Pellizotti, figlia d’arte che farà carriera, sogno quello della Mixed Relay, la staffetta che indica la forza del movimento. Prima dei miei 70 anni facciamo un altro giro vero?».

Con molto piacere.

dal Messaggero Veneto


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COMMENTI
Bella intervista
8 settembre 2026 11:52 Albertone
60 primavere, vola il tempo.
Che campione Daniele !

la realtà
8 settembre 2026 12:12 PIZZACICLISTA
La mixed realy indica chi ha bisogno di medaglie a buon mercato se si vuol dire la verità

Spettacolo
8 settembre 2026 12:55 Greg1981
Lo ricordo con affetto, quando era uno dei pochi a dare emozioni al di fuori della strada

Auguri
8 settembre 2026 13:37 Unaiggg223
Un mito

mondiali vinti
8 settembre 2026 13:45 BuIlet
nel senso che è arrivato primo o che ha vinto la squadra?

Il campione sempre in pista
8 settembre 2026 15:42 Sanbolo63
Bella intervista Antonio, in più ti sei fatto un giro in bici in allegria

Bullet
8 settembre 2026 19:37 Stef83
Ne ha vinti un paio da Atleta, e parecchi da Ct sia individuali che team relay.... però la macchia della squalifica per doping un po' di macchia gliela lascia purtroppo....

Vero
8 settembre 2026 20:54 Craven
A forza di andar dietro al tutto calcolato (da altri), oggi non sanno più correre e neanche ricercare un modo di pedalare il più efficace possibile.

Stef83
8 settembre 2026 22:10 BuIlet
Questa volta temo che tu non abbia proprio capito :-)

Craven
8 settembre 2026 22:17 AIbertone
già, certo, sono proprio i tempi in cui si pedala un po' a casaccio, l'efficacia non la cercano. Domani cosa ci racconti, che mangiano senza pensare a cosa fa bene e cosa no?

I solerti
8 settembre 2026 23:46 Craven
Purtroppo voi, cioè tu, una corsa dal vivo e il sedere sulla bicicletta non ce l'avete mai messo e il bello è che c'è anche nell'intervista.

Bullet
9 settembre 2026 07:58 Stef83
O forse ho fatto finta....

Stef83
9 settembre 2026 08:23 BuIlet
sembri più uno che non ha capito, scusami per la franchezza

Bullet
9 settembre 2026 09:46 Stef83
Punti di vista, non ti preoccupare non mi offendo!

"I gemelli del gol"
9 settembre 2026 10:06 velocista_fuoritempomassimo
Spettacolo, come si fa a non essere nostalgici, anche da non tifosi Granata... Bella intervista, "intensità piuttosto che distanza" è vero che è nato nel fuoristrada ma è un approccio che si sta affermando in tanti sport di resistenza, poi non vuol dire che uno non ha base ma anche l'allenamento è molto cambiato tecnologia o meno. (Peccato per i soliti automobilisti maleducati...)

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