Dopo Giulio Pellizzari, Alessandro Pinarello è il secondo corridore del “progetto giovani” della Bardiani a fare il salto nel WorldTour. Il trevigiano di Giavera del Montello lo sapeva già da più di un anno, dal momento che con la NSN Cycling Team, ex Israel, era promesso sposo già dal 2024. La sua è stata una crescita graduale e costante perché, anche se ufficialmente ha saltato a piè pari la categoria U23, in realtà con la famiglia Reverberi ha corso per i primi 2 anni e mezzo più con gli under che con i professionisti.
«È stata la scelta giusta, non mi sono mai pentito di aver firmato con la Bardiani e a distanza di 4 anni prenderei la stessa decisione - racconta Pinarello -. La mia parabola e quella di Giulio Pellizzari credo confermino che quel tipo di percorso è valido, si può arrivare nel WorldTour con una crescita graduale anno dopo anno (anche se le nuove regole UCI, di fatto, mettono fine al progetto originale della Bardiani, ndr)».
«Il 2024 è stata finora la mia stagione migliore (ha vinto il Palio del Recioto, 2° al Trofeo Piva e 4° al Belvedere, ndr) e non è un caso che con la NSN abbia firmato proprio in quell’anno. Anche l’ultima parte del 2025, comunque, mi ha soddisfatto (4° al Giro della Toscana, 6° al Giro della Romagna, ndr), soprattutto perché tornavo da un infortunio che mi ha fatto soffrire».
La frattura dello scafoide rimediata al Giro d’Italia, nella tappa di Matera, dopo appena 5 giorni. La sua prima Corsa Rosa, purtroppo per lui, rappresenta più che altro un brutto ricordo. «Ero disperato, ancora adesso a parlarne mi viene da piangere - ammette ancora Alessandro -. Chi mi ha visto in treno mentre tornavo a casa da Napoli dopo la caduta credo abbia pensato “questo non sta bene”, perché ero davvero triste e amareggiato. È stato il primo grosso infortunio della mia carriera e devo ammettere che non l’ho vissuto benissimo. Sono stato a casa una settimana con lo scafoide rotto, in attesa dell’operazione, poi mi son dovuto abituare a fare i rulli in piena estate due volte al giorno, riabilitazione e quant’altro. È stato pesante, ma ne è valsa la pena visto che poi sono tornato molto bene».
Da qualche settimana, però, si è immerso nel mondo dei grandi, quello del WorldTour. Fino a fine gennaio è in ritiro in altura sul Teide: «È tutto più grande. Il primo approccio con la NSN è stato un po’ spiazzante perché non ero abituato ad aver intorno tutti questi corridori e staff. In più conoscevo solo Marco Frigo e Simon Clarke da prima, quindi è stato veramente un salto nell’ignoto, senza contare che devo abituarmi a comunicare in inglese. Già ora sul Teide siamo solo in 14 e una decina di persone di staff e mi sento più a mio agio. Ma so che è solo questione di abitudine, pian piano mi abituerò anche alla grandezza di questa struttura. In termine di preparazione, invece, sto facendo più ore rispetto allo scorso anno, con anche lavori più duri e lunghi, sia in termini di dislivello che di wattaggio, e anche l’approccio con la palestra è cambiato».
Per il suo esordio ufficiale coi nuovi colori («Mi piace molto la maglia, è diversa dalle altre, un po’ ignorante… (ride, ndr)») dovrà però attendere ancora un mesetto. Dopo il Teide lo attende una settimana a casa e poi un’altra a Maiorca, per rifinire il colpo di pedale. «La squadra non mi mette pressione, ma a me stesso chiedo di essere pronto a sfruttare qualsiasi occasione si presenti. Partirò dalla Figueira Classic e dalla Volta ao Algarve, dopodiché farò il Trofeo Laigueglia, corsa che mi piace molto, Strade Bianche e Tirreno Adriatico. Poi spero di guadagnarmi la convocazione al Giro, ho voglia di togliermi il ricordo dello scorso anno».
Naturalmente gli ultimi mesi della squadra sono stati piuttosto travagliati. Di fatto, la Israel non è riuscita a concludere la stagione 2025 e per Pinarello, che aveva firmato con loro l’anno prima, non è stato piacevole seguire da così vicino e da diretto interessato tutta la vicenda che ha portato al cambio di identità. «I mesi di agosto e settembre sono stati effettivamente complicati, qualche incertezza mi è venuta, ma il general manager Kjell Carlström è stato bravissimo a tenerci tutti tranquilli e garantirci che la squadra ci sarebbe stata anche nel 2026. A dicembre, durante il primo ritiro, ci ha fatti un bel discorso che ci ha caricato, ho visto tutti sereni e motivati, pronti a ripartire. È un nuovo inizio, per loro e per me».
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