TOMMY PRIM, L'ARRIVO IN ITALIA GRAZIE A FANINI E LA SCOPERTA DI UN GIGANTE DEL GIRO. GALLERY

STORIA | 09/01/2024 | 08:14
di Valter Nieri

Uno fra i primi svedesi a sfondare nel ciclismo italiano degli anni 70-80 fu Tommy Prim, il biondone che non disdegnava la fatica e che portò nel nostro Paese un po' di quel senso civico scandinavo, più avanzato di decenni rispetto agli altri paesi europei. Il suo carattere freddo e distaccato, come per la maggior parte degli svedesi, gli impedì una carriera più lunga e lo spinse a ritirarsi dall'attività agonistica a soli 31 anni, al termine della stagione 1986 quando ancora aveva l'opportunità di dire la sua soprattutto nelle corse a tappe.


Per raccontare la storia di Prim occorre fare... un passo indietro. Il 15 marzo 1977 fu una data storica per la Saab, nota squadra svedese di quei tempi, che si recò in ritiro in un hotel di San Terenzo per allenarsi, consigliata dal ligure Leo Selmi, allora operaio dell'azienda svedese. Fu li che gli svedesi conobbero il vulcanico Ivano Fanini che ne tesserò alcuni per le sue squadre di dilettanti. Alf Segersall con quei colori riuscì subito a vincere, altri lo fecero successivamente.


LE PRIME CORSE IN ITALIA IN MAGLIA FANINI

«Ero un po' titubante - ricorda Tommy Prim - ma alla fine fui convinto, in particolare dall'amico Alf, a provare l'esperienza italiana. Così conobbi Ivano Fanini, che in Svezia consideravano già a quei tempi uno scopritore di talenti: iniziai da quel momento a pensare che la mia passione poteva diventare un lavoro. Nell'autunno del 1977 decisi di affrontare l'esperienza italiana indossando la maglia Fanini. L'inizio fu per me difficoltoso, ricordo la Coppa Fiera di Mercatale, quando in una fuga a quattro caddi e mi ritirai: a vincere fu il mio connazionale Alf, ma io ebbi la sensazione che potevo stare in corsa con i migliori. Fino ad allora i miei successi più importanti erano stati i campionati nazionali svedesi, quando vinsi nel 1972 da juniores il titolo nella crono mentre nel 1976 mi imposi da Elite nella prova in linea e poi nella cronosquadre del Campionato dei Paesi Nordici a Boràs nella Vastra Gotaland. Qualcosa quindi avevo già fatto vedere delle mie qualità di fondista e più avanti avrei dimostrato di essere anche un buon scalatore. Quindi mi mancava di vincere in Italia, il Paese che a quei tempi era il più evoluto ciclisticamente. Sempre in maglia Fanini disputai la cronocoppie nel G.P. d'Europa proprio con Segersall e ci classificammo al sesto posto. La mia più grande stagione fu nel 1979, quando da Elite mi imposi nella prova unica del campionato nazionale svedese, nella crono individuale e a squadre. In più  vinsi la terza e la quarta tappa del Giro d'Italia Baby e la quinta tappa della Settimana Bergamasca. Mi si aprirono le porte del professionismo con la Bianchi-Piaggio di Bergamo dove ho militato 7 anni, gli ultimi due con la denominazione Sammontana-Bianchi».

QUEL GIRO PERSO PER SOLI 38 SECONDI DA GIOVANNI BATTAGLIN

La prima dimostrazione delle sue attitudini di atleta da corse a tappe, Prim la diede subito al Giro d'Italia 1980, vincendo la quindicesima frazione a Teramo, preceduta dalla seconda tappa della Parigi-Nizza e poi la cronostaffetta a Montecatini Terme con Segersall, Knudsen, Baronchelli, Contini e Torelli. Ma le sue grandi qualità vennero fuori ancor più negli anni successivi. Fra le sue 24 vittorie da professionista spiccano il Tour di Romandia del 1981, la Tirreno-Adriatico del 1984, anno in cui si impose anche nella Parigi-Bruxelles, nella Coppa Agostoni e nel Trofeo Pantalica. Ma soprattutto lo ricordiamo protagonista nelle grandi tappe alpine nel contendere il primato in classifica del Giro d'Italia a Giovanni Battaglin e a Bernard Hinault, secondo nella classifica finale rispettivamente nel 1981 e 1982. L'edizione dell'81 si risolse sul filo dei secondi, infatti il biondone svedese lo perse per soli 38 secondi, mentre sul terzo gradino del podio salì Giuseppe Saronni, distanziato dal vincitore di 50 secondi. Prim era un corridore che non esprimeva una forte potenza ma che aveva una grande resistenza: per questo motivo nell'ultima settimana delle corse a tappe dava il meglio di sé.

«Avrei potuto sicuramente vincere almeno un Giro d'Italia - sottolinea - se avessi riscosso maggiore fiducia dalla Bianchi prima e dalla Sammontana- Bianchi successivamente nel biennio 85-86. Purtroppo io dovevo lavorare da gregario per Baronchelli e Contini, pur avendo dimostrato già all'esordio da professionista, con un quarto posto nella classifica finale, di avere i numeri per aggiudicarmi la corsa rosa. Purtroppo non ho avuto la possibilità di fare la mia corsa prima da Giancarlo Ferretti, dal quale comunque ho imparato molto, e soprattutto da Waldemaro Bartolozzi con il quale non ho avuto ottimi rapporti. Con il passare delle tappe miglioravo forza e prestazioni, quando gli altri calavano per la stanchezza ed io viceversa venivo fuori dando il meglio di me».

Forse se Prim avesse alzato la voce, cosa che non era nelle sue caratteristiche, avrebbe ottenuto più spazio, ma Tommy non era uno che "suonava il clacson" per gridare la sua insoddisfazione. Ma a conti fatti è stato uno fra i più forti protagonisti della corsa rosa degli anni Ottanta essendosi piazzato due volte secondo e due volte quarto al Giro d'Italia dal 1980 al 1986. Amava fare il ciclista senza fare proclami, attento sempre ai dettagli, ma soprattutto era uno che stava alle regole impartite dalla società ciclistica di appartenenza.

Ma perchè il suo precoce ritiro dall'attività agonistica al termine del 1986 quando aveva soltanto 31 anni?
«E' una storia un po' curiosa - dice Tommy con un sottile sorriso - e legata al fatto che ero un po' orgoglioso. Mi sono sempre comportato bene con la Bianchi, così dopo il Giro 1986 chiesi di poter correre il Post-Giro in Svezia. Avrei avuto piacere, dal momento che ormai ero diventato popolare anche nel mio Paese, di tornare a correre fra la mia gente. Mi fu risposto che invece avrei dovuto andare a correre al Giro della Svizzera. Così a fine stagione decisi di tornare in Svezia e attaccai la bicicletta al chiodo dedicandomi a fare l'operaio in una azienda che commerciava salmoni».

NEL 2000 IL SUO RITORNO ALLA BIANCHI IN VESTE DI UOMO IMMAGINE

Nel 2000 Prim fu convinto a tornare in Italia per rappresentare la Bianchi in occasione delle fiere di settore. «Per un certo periodo ho guidato anche il Team Crescent, che apparteneva al Gruppo Bianchi, togliendomi diverse soddisfazioni a livello tecnico».

Oggi all'età di 68 anni Tommy continua ad andare in bicicletta percorrendo circa 20 mila chilometri l'anno, scegliendo percorsi che costeggiano le acque dell'Oceano o dei laghi, tra foreste e piccoli villaggi. Dopo i fratelli Petterson, con Gosta che riuscì a vincere il Gro d'Italia nel 1971 sotto la guida di Alfredo Martini, Tommy Prim ha riaperto la via che dalla Svezia ha portato tanti ciclisti in Italia e in particolare - come accaduto tra gli altri per Glenn Magnusson, Michel Lafis, Thomas Gronquist, Alf Segersall e Jonas Ljungblad - a Capannori alla corte di Ivano Fanini, passaggio fondamentale per entrare nel grande ciclismo.

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