TREK SEGAFREDO. MOSCHETTI, BORRA E LA STRADA DEL RECUPERO

INTERVISTA | 03/04/2020 | 08:10

Prima che il coronavirus colpisse l’Italia e il resto del mondo e causasse la cancellazione di una parte importante del calendario UCI, la stagione 2020 di Matteo Moschetti aveva già subito uno stop doloroso. Il grave incidente patito all'Etoile de Besseges ad inizio di febbraio ha richiesto un intervento chirurgico e quindi un processo di riabilitazione.

A fine febbraio Moschetti ha raggiunto Forlì per continuare la sua riabilitazione al centro di fisiologia locale, proprio mentre l'Italia cominciava ad affrontare un isolamento nazionale.

«Abbiamo deciso insieme alla sua famiglia di affidare Matteo all’esperienza di Fabrizio Borra e della sua squadra al centro di Fisiologia di Forlì - ha spiegato il dottor Gaetano Daniele, responsabile dello staff medico della Trek-Segafredo -: Matteo è rimasto lì da solo, sudore e sofferenza per tre settimane, con un programma che comprendeva sei o sette ore di lavoro giornaliero, sempre seguito con attenzione da Borra. Questo duro lavoro ha permesso a Matteo di ottenere risultati che vanno ben oltre la previsione più ottimistica».

E ancora: «Il progetto di riabilitazione stabilito da Borra comprendeva una prima fase di normalizzazione post-chirurgia e prevenzione di eventuali disturbi neuromuscolari con lunghe sessioni di lavoro nell’acqua, terapia manuale e trattamento delle cicatrici. A seguire una fase di recupero di tutte le attività (mobilità, stabilità, forza, coordinamento ecc.). Infine una particolare attenzione alla riprogrammazione e all’automazione dei vari movimenti, con particolare rilievo per il recupero della simmetria e del tono dei gruppi muscolari del bacino e degli arti inferiori».

Otto settimane dopo il suo grave incidente, abbiamo raggiunto Moschetti che ha fatto ritorno a casa e abbiamo parlato di riabilitazione, pandemia, stagione ciclistica e piani per il futuro.

Dopo l'intervento chirurgico, sei andato a Forlì per iniziare la riabilitazione. Raccontaci come è andata?
«Sì, ho lavorato per circa un mese al Physio Center. Le strutture sono incredibili e per i primi 3-4 giorni ho lavorato molto in piscina. Ho notato molti miglioramenti con le sessioni di terapia dell'acqua e dopo tre giorni sono stato in grado di camminare senza un deambulatore o alcun dispositivo di supporto, il che è stato fantastico. Quindi, oltre agli esercizi in piscina, abbiamo anche iniziato alcuni lavori specifici come la terapia di massaggio. Dopo di che ho iniziato a pedalare un po' con la cyclette».

L'evoluzione è stata migliore del previsto?
«Ho visto che miglioravo ogni giorno. È stato incredibile e mentalmente ha reso molto più semplice continuare il lavoro. Certo, alcuni giorni sono stati difficili. Ti svegli, senti che il tuo corpo è un po' rigido e alcuni movimenti delle gambe e delle anche sono difficili. Ma, nonostante abbia perso molta forza in entrambe le gambe, all'ultimo giorno al Centro abbiamo fatto alcuni test e hanno dimostrato che entrambe le gambe erano allo stesso livello, il che è davvero un buon segno e prova che tutto il duro il lavoro svolto è stato ripagato».

C'era qualcuno con te durante la riabilitazione a Forlì?
«No, ero lì da solo. Non hanno posti per dormire, quindi inizialmente ho alloggiato in un hotel vicino, ma dopo 10 giorni l'hotel è stato chiuso. Avevano pochi ospiti, così la direzione ha deciso di chiudere. Per fortuna lo stesso proprietario dell'hotel aveva un piccolo appartamento con una camera da letto non lontano dal centro, e ho potuto rimanere lì fino alla fine del mio trattamento».

Come hai affrontato psicologicamente e mentalmente questo periodo?
«Fortunatamente con tecnologie come WhatsApp, FaceTime e Skype, sono riuscito a tenermi in contatto con la mia famiglia, la mia ragazza e i miei amici, e tutti mi hanno supportato alla grande. E ad essere sincero, ero piuttosto occupato durante la giornata al Centro. Iniziavo a lavorare ogni
 giorno alle 9, facendo una pausa per pranzo e continuando fino alle 18-18.30. Alla fine ero piuttosto stanco e avevo poco tempo per sentirmi solo».

Durante il tuo periodo al centro di riabilitazione l'Italia man mano si fermava a causa del coronavirus.
«La situazione era strana, il blocco era inizialmente in sole due regioni. Ero già al Centro e la mia più grande preoccupazione era sapere se avrei potuto continuare i miei trattamenti e, fortunatamente, la risposta è stata positiva. Per quanto riguarda la mia famiglia, sapevo che a casa tutti erano al sicuro. I miei genitori hanno continuato a lavorare: mia madre lavora in un supermercato mentre mio padre guida un camion di distribuzione. Mio fratello e mia sorella erano a casa perché le scuole sono chiuse, ma nel complesso la situazione era buona, erano tutti al sicuro, quindi ero abbastanza tranquillo. La decisione del Governo di trasformare tutto il Paese in zona rossa ha complicato le cose, con l'hotel e i ristoranti chiusi così come i negozi. Sono stato fortunato che il centro di fisioterapia è rimasto aperto, ma negli ultimi giorni c'erano solo quattro o cinque pazienti, era una situazione bizzarra».

Ora sei tornato a casa per continuare il recupero. Hai già ricevuto il via libera per salire in bici?
«Dopo gli ultimi esami, ho ricevuto l'ok per andare a casa e iniziare a provare con la bici. Naturalmente, con la situazione di blocco, non mi è permesso di uscire all'aperto per allenarmi, potrò farlo quando le restrizioni saranno revocate. Lunedì 23 marzo sono salito sulla mia Trek per la prima volta dopo l'incidente. È stato un breve sforzo di 20 minuti in casa e, a dire il vero, è stato davvero strano! È solo perché ho visto il mio nome sulla bici che mi sono reso conto che era la mia bici, perché la sensazione era davvero strana».

Ora che sei tornato a casa, come procede la riabilitazione?
«Abbiamo studiato un piano di esercizi presso il Centro con allenamento di base e alcuni esercizi con pesi leggeri, quindi salgo sui rulli e provo a pedalare il più possibile. Alcuni giorni posso fare 20 minuti, altri nemmeno perché mi sento un po' più stanco. L'obiettivo è cercare di migliorare ogni giorno, ma dopo quasi due mesi senza bici, l'adattamento non è semplice».

In questo momento, le gare sono sospese per un tempo indefinito, il che pone un grande punto interrogativo sul futuro del programma delle corse. In che modo questa situazione ti influenza?
«Penso che per me non cambi molto perché ero già pronto ad affrontare un lungo periodo di recupero. Onestamente, il mio primo pensiero non riguardava l'annullamento delle gare e la sospensione del calendario. Ero più preoccupato per la situazione del coronavirus e l'avanzare dell'infezione. Questo non è un momento facile. È più grande di me, dei corridori, della squadra e del ciclismo. Posso immaginare che non sia facile per i ragazzi che si stavano preparando per i grandi obiettivi della stagione. È abbastanza difficile dal punto di vista mentale, ma ora l'obiettivo è in qualche modo lo stesso per tutti: per me, tornare dopo l'incidente, e per tutti gli altri ragazzi, tornare dopo il virus».

Quindi, pandemia a parte, quali sono i tempi finali di recupero identificati dai medici e fisioterapisti?
«Immediatamente dopo l'intervento, il medico ha detto che avrei potuto ricominciare ad allenarmi a fine maggio. Ma ora siamo all'inizio di aprile e sto già pedalando, anche se sui rulli. Tra due settimane, più o meno, dovrei tornare al Centro - se sarà possibile - e rimanere lì per due, tre giorni per fare l'ultimo controllo. Se tutto va bene, spero di poter iniziare ad allenarmi più intensamente. Diciamo che a metà aprile potrei riprendere ad allenarmi correttamente. Poi serviranno due mesi di lavoro per ritrovare la condizione».

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COMMENTI
beh
3 aprile 2020 09:30 ConteGazza
almeno dire che Borra è uno che ha seguito tra gli altri la riabilitazione di Pantani nel 1995-96 e lavorato anche con Fernando Alonso e tanti altri campioni

Moschetti
3 aprile 2020 17:16 Paracarro
Uno dei futuri talenti italiani.. segnatevi questo nome

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