Viviani, il profeta ha chiuso il cerchio olimpico e ora...

di Giulia De Maio

Per chiudere il famoso cerchio, ha avuto bisogno di una mano, nel vero senso della parola. Quella di un amico, di un compagno, di un lui più giovane. A Paris 2024 Elia Viviani ha messo un punto al suo viaggio olimpico in coppia con Simone Consonni con «una gara da sogno in quella Madison tanto amata dal nostro CT Marco Villa, corsa all’attacco, senza paura, che ci ha portato un bellissimo argento. Grazie Simo, ce lo meritavamo». 
A 35 anni il “profeta” del ciclismo az­zurro su pista saluta la rassegna a cinque cerchi con al collo l’unica medaglia che gli mancava, che si aggiunge all’oro di Rio 2016 e al bronzo di Tokyo 2021 nell’Omnium. Il veronese della Ineos Grenadiers, destinato molto probabilmente a cambiare team per il finale di carriera, a Los Angeles 2028 non ci sarà. Per lo meno non da corridore con il numero sulla schiena. Sarà strano non vedere più girare nei velodromi olimpici il capitano di una squadra cresciuta nella sua scia, ma è presto per pensionare colui che, oltre ad aver dato l’esempio alle generazioni che lo hanno seguito, è stato portabandiera del­l’I­talia Team in Giappone tre anni fa. Il suo vero e proprio ultimo ballo in pista sarà il mondiale danese del mese prossimo in cui siamo certi farà di tutto per lasciare il segno e poi lo attendono tante volate su strada. 
Per dimostrare che può ancora dire la sua negli sprint dei grandi giri e nelle prove di un giorno a lui più adatte, ba­stano la convinzione che non gli è mai mancata e la mano dei compagni giusti.
«Abbiamo chiuso il famoso cerchio. Avrei firmato per una medaglia alla vigilia, ovvio che quando arrivi così vicino al bersaglio grosso speri che sia d’oro, però dopo aver preso quel giro di gambe e d’astuzia, dobbiamo am­met­tere che i portoghesi Leitao e Oliveira se lo sono presi nella fase di cor­sa “esplosa” e alla fine allo sprint ne avevano di più. Potevamo far­ci ben poco - ha raccontato dopo un pianto liberatorio che ci ha fatto venire la pelle d’oca e ha dimostrato, una vol­ta di più, quanto Elia senta l’appuntamento con i Giochi Olimpici -. Io all’ultimo avevo in testa i danesi perché stando davanti a loro eravamo certi di batterli, per il resto era un epilogo così concitato che non ci ho capito niente. Giusto il tempo di rendermi conto dei portoghesi che facevano lo sprint conclusivo a tutta. Nella collezione mi man­cava solo l’argento e sono sicuro che ci starà be­nissimo, poi basta non riguardarmi gli ultimi giri e sono felice».
E ancora: «Quando Simo è caduto (le ruote degli azzurri si sono toccate per un errore nel cambio, mancavano 20 giri alla conclusione, ndr) mi sono det­to che non potevamo buttar via tutto, abbiamo praticamente saltato una vo­lata ma non è per quella che abbiamo perso, se andiamo a vedere i distacchi finali Iuri Leitao e Rui Oliveira ci hanno preceduto di 7 punti quindi avrebbero vinto comunque loro perché ci hanno messi nel mirino e hanno corso bene. Dob­bia­mo accettare le sconfitte da campioni e goderci un bellissimo argento che mi permette di chiudere con una medaglia, la terza di fila alle Olimpiadi». 
Sulle tribune a incitarlo la moglie Elena Cecchini (cha pochi giorni prima aveva come lui disputato la prova in linea, ndr), mamma Elena e papà Renato, i fratelli Luca e Attilio, gli amici di sempre e tutti gli azzurri e le azzurre che lo hanno preso d’esempio per conciliare l’attività su strada e pista negli anni in cui sembrava utopia. Al box il personale della Nazionale cresciuto con lui di quadriennio in quadriennio e il CT Villa, tra i pochissimi con lui presente a Londra nel 2012, quando era l’unico pi­stard azzurro in gara, che del suo avvicinamento a Parigi ha detto: “Elia ha lavorato con l’energia di un diciottenne”.
«Negli ultimi mesi mi sono preparato tantissimo, i ragazzi e lo staff hanno visto che lavori ho svolto e quanto mi sia concentrato soprattutto sull’Omnium. Ho alzato i miei watt sui 10 minuti e sulla mezz’ora, poi al velodromo di Saint-Quentin-en-Yvelines il livello degli avversari era altissimo e qualcosa nella prova a cui puntavo più nello specifico non è andato per il verso giusto - confermava dopo il nono posto colto nel “suo” Om­nium, nella giornata da incorniciare di Benjamin Thomas -. Comunque ab­biamo compensato con l’oro delle ragazze e il no­stro argento nella Ma­dison, la specialità che obiettivamente abbiamo allenato meno. Questa è la particolarità della vita e dello sport! La verità è che sapevamo di essere in ottima condizione e che il giorno prima che scendessimo in pista per la nostra Madison Chiara Con­sonni e Vittoria Guazzini hanno confermato che sappiamo tutti correre da Italia. Il loro successo ha aiutato anche noi uomini. In definitiva, il lieto fine della favola che era mancato nel giorno in cui tutti se lo aspettavano, è arrivato con un filo di ritardo: abbiamo solo rinviato di qualche pagina il finale del libro». 
Anche prima di mettersi al collo la medaglia d’argento che completa la sua meravigliosa collezione, Elia non ha mai perso il sorriso. 
«Sono sereno perché nell’omnium ve­ramente ho la­sciato tutto in pista. Ave­te visto gli attacchi che ho fatto, qualcuno è andato bene, qualcuno no. Oggi semplicemente non avevo le gambe per un po­dio, quindi complimenti a chi è arrivato davanti. Non voglio neanche immaginare cosa voglia dire per Ben­jamin vincere nel velodromo di casa. Si merita la vittoria perché da anni domina nell’Omnium ed essere rimasto fuori a Tokyo sicuramente l’ha toccato. Nonostante la pressione di partire fa­vorito ha dominato un Omnium veramente folle. Il mio ultimo Omnium olimpico. Al via della corsa a punti ci ho pensato, ma l’emozione non credo che abbia influito, sapevamo che sarebbe stata dura. Ho dato tutto, ma non è stato abbastanza. Sono orgoglioso di vedere che come movimento siamo competitivi, sia al maschile che al femminile» commentava ai nostri microfoni e a quelli di tanti colleghi accorsi per raccontare la sua corsa.
Per chiudere il cerchio gli è servita “la mano di un amico, di un compagno, di un lui più giovane” come ha lui stesso definito Consonni. 
«Eravamo degli outsider perché io mi sono preparato per l’Omnium e Si­mo­ne per il quartetto. Insieme non abbiamo provato la Madison, io mi sono allenato con Michele Scartezzini (in tribuna a tifare i colleghi, ndr) che è sempre stato il nostro uomo principale per questa specialità per perfezionare un po’ la tecnica dei cambi ad alta velocità. C’erano sicuramente coppie che partivano più avanti rispetto a noi, ma abbiamo messo in campo il no­stro coraggio e una tattica un po’ suicida, che ha pagato».
Dopo il lieto fine olimpico, Viviani vuole continuare a imprimere il suo co­gnome negli ordini d’arrivo sia su strada che in pista, fin dai prossimi campionati del mondo in cui lo aspetta la sua amata eliminazione che gli ha regalato la tanto inseguita maglia iridata nel 2021 e 2022. 
«Vorrei correre ancora uno o due anni e tornare magari a godermi un Giro d’I­talia e altre gare di livello su strada. Sono convinto che ancora qualche volata la posso vincere. Dopo qualche giorno di riposo, ho ripreso a correre al Re­newi Tour, sarò della partita ad Am­bur­go che è sempre stato un mio pallino (ha vinto la Classica per ben tre volte consecutive tra il 2017 e il 2019, ndr), e l’Europeo su strada se il CT Bennati riterrà di convocarmi (suo il titolo continentale in linea nel 2019, ndr). Con la Ineos Grenadiers disputerò quindi il Giro di Croazia prima di pensare al mondiale su pista e far calare il sipario sulla stagione 2024 alla Tre Giorni di Londra a fine ottobre». 
Nel tondino lascia un movimento florido, di cui ha indubbiamente parte del merito. Se il suo alter ego più giovane Simone Consonni sogna di ereditare il suo posto nell’Omnium per Los Angels 2028, la coppia azzurra del futuro qua­le può essere? 
«Quando Marco (il CT Villa, ndr) ha messo Pippo come riserva scherzavamo dicendo che se schierassimo Ganna e Milan sarebbe un colpaccio. Ve li im­maginate mettersi davanti a 500 watt come fanno loro? Non so quanti resisterebbero alla loro ruota... Potrebbe essere un’idea per i prossimi Giochi di Los Angeles 2028, bisognerebbe rivedere un po’ la tecnica però perchè Jo­nathan ha corso la sua ultima Madison quando era allievo, Pippo qualcuna l’ha provata l’anno scorso però dovrebbe cimentarsi in qualche Sei Giorni per divertirsi e imparare come muoversi in gruppo... », scherza Elia.
Il ciclomercato lo vede al centro di trattative interessanti, ancora in corso. Nel momento in cui scriviamo nulla è stato deciso ufficialmente, ma tra i team che sembrano più desiderosi di ingaggiarlo ci sarebbero la svizzera Q36.5 Pro Cycling e la spagnola Movistar. 
«Non so ancora quale sarà il mio futuro. La Ineos Grenadiers ha ambizioni di classifica nei grandi giri e il mio ciclo con loro penso proprio si chiuderà con questo grande obiettivo a cinque cerchi. Ancora una volta l’ex gruppo Sky (in cui aveva militato già dal 2015 al 2017, ndr) mi ha supportato in tutto e per tutto, dagli studi per l’aerodinamica a quelli con Pinarello per le biciclette. Probabilmente per il bene sia mio che della squadra le nostre strade si divideranno, ma sarò per sempre riconoscente a questo team che mi ha permesso di combinare la doppia attività e inseguire i miei sogni più grandi» continua Elia, che nel cassetto ne ha ancora qualcuno da realizzare prima di appendere la bici al chiodo.
«Una vittoria di tappa ancora al Giro d’Italia la vorrei (per ora è a quota cinque, una nel 2015 e quattro nel 2018, quando vinse anche la maglia ciclamino della classifica a punti, ndr). Ve­dremo nelle prossime settimane con chi e come. Nel 2025 sarò ancora in gruppo: ci sono diverse possibilità e la soluzione si troverà. Poi deciderò nel corso della prossima stagione se continuare anche nel 2026». Prima o poi dovrà dire basta anche il profeta Elia, nel frattempo godiamoci ancora quel che sa fare alla grandissima.

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