Rapporti&Relazioni
I troppi errori del ciclismo
di Gian Paolo Ormezzano

In tutte le inchieste forti sul doping, la percentuale della presenza ciclistica è intorno al 50 per 100: come a dire che per ogni caso o sospetto o ipotesi di doping nel mondo dello sport extraciclistico, ce n’è un altro ciclistico. Premesso che nel mondo del calcio non c’è quasi doping per la semplice ragione che non c’è quasi antidoping, esiste comunque tanto altro sport controllato, inquisito, sospettato: ma il ciclismo da solo fa la metà della «produzione». Ora, se a questo dato si dà un valore reale, si deve concludere che il ciclismo è marcio. Se si pensa invece ad un ciclismo ingiustamente vessato da sospetti, indagini ed anche sentenze, si deve concludere che il ciclismo è fesso. Oppure che puzza, che è brutto e cattivo, insomma che provoca allergia, attira avversione. Un premio a chi trova un’interpretazione diversa, e magari più confortante. Ma soprattutto un premio a chi sa trovare un perché che non risieda in autentiche colpe, casomai più pratiche che etiche, del ciclismo. Perché non possiamo pensare ad una congiura: che comunque dovrebbe anch’essa nascere da un perché. O ad una casualità. O a un gioco perverso intanto che gratuito. Il ciclismo ha fatto finta per anni di credersi antipatico al resto dello sport perché scomodo, ecologico, semplice, povero, faticoso, fachiresco. Adesso non è possibile andare avanti a pensare che tutti ce l’hanno con noi perché siamo ingombranti testimoni e custodi di una morale che quasi non esiste più. Il ciclismo è nel mirino anche (anche!) perché commette più errori degli altri sport, perché pratica di più e peggio il doping, perché quello che era un suo pregio, cioè l’autenticità e insieme la terribilità di una fatica speciale, è diventato un alibi per frequentazioni chimiche più pericolose e più intense che in ogni altro sport. Non è un cambiamento di idea. È l’abbandono di un vestito vecchio, che ha fatto la sua figura ma che adesso è liso, anzi in alcuni punti è strappato, così che si vedono le pudenda, le «vergogne».

Quando ho detto ad alcuni amici, i quali pure si occupano di sport che andavo ad Arvier, Val d’Aosta, per officiare la premiazione del ciclista 1996 che meglio si ispirasse alle gesta di Maurice Garin (il valdostano avventuroso, vincitore nel 1903 del primo Tour de France), aspettavo che mi chiedessero chi era Garin. Invece mi hanno chiesto chi è Virenque. Ho dovuto spiegare che si tratta di un corridore molto combattente, uno che attacca spesso, e che ogni volta che la strada si impenna va a cercar punti su qualche traguardo di montagna o anche di collina o anche di cavalcavia, finendo così col vincere quasi sempre la classifica di migliore scalatore al Tour. Mi hanno allora detto: ah, quello con la maglia a pois. Che vuol dire a piselli, anche se quelle placche rosse su fondo bianco del pisello non hanno più niente. Faccia ognuno l’uso che vuole della definizione per «chiarire» Virenque. A me il tipo intriga perché si pronuncia Virènch e non Virànch, contro le buone regole del francese. Mi pare più misterioso questo fatto fonetico che non il suo attaccare sempre, quando la strada si impenna anche soltanto un pochettino.

Ho provato, e in Costa Azzurra, a chiedere come si scrive esattamente il termine francese che una volta indicava quei ciclisti capaci di vincere soltanto le prime corse del calendario, e destinati a squagliarsi nel calore delle prime classiche. Ho provato invano. So che quei corridori sono gli «azuréens» o qualcosa di simile, perché una volta erano tutti della Costa Azzurra, di residenza se non anche di nascita, e vincevano le prime corse stagionali, che si disputavano appunto sulle loro strade dove avevano cominciato gli allenamenti prima degli altri. Se si vuole, uno di loro fu Alfredo Binda, che faceva il muratore a Nizza prima di venire scoperto dal grande ciclismo italiano. La grafia esatta resta un mistero, comunque. In compenso non ho ricevuto una buona risposta orale alla mia domanda di precisazione scritta. Mi è stato detto che gli «azuréens», mon cher monsieur, sono adesso gli italiani: in senso ciclistico (vittorie iniziali). Ed ha preso valenza per me simbolica il fatto che effettivamente la Costa Azzurra è piena, pienissima di italiani, che ci vivono, che la vivono, che la fanno vivere. Quando vedo certe biciclette, e a certi prezzi, mi viene in mente il Fiorenzo Magni che, smettendo col ciclismo pedalato, si diede in pieno alla vendita di auto. Dopo qualche anno, e quando ancora non si era agli eccessi sceiccali di adesso nel prezzo dei velocipedi, mi disse: «Allorché ho cominciato a vendere auto, offrivo una bicicletta in omaggio al compratore, per invogliarlo. Penso che finirò per vendere bici e offrire al compratore un’auto in omaggio». La distonia fra semplicità del prodotto e suo possibile altissimo costo è assai forte. È vero che ci sono sci o racchette che costano moltissimo e sono, in confronto ad una bicicletta, poca cosa, ma il fatto è che la bicicletta continua a presentarsi anche come strumento di lavoro, e si pensa che questi strumenti non debbano mai avere un costo troppo penalizzante. Anche se una poltrona da dentista...

Gian Paolo Ormezzano, 60 anni, torinese-torinista, articolista di “Tuttosport”
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