Mantova, l'incredibile caso di Da Dalto

GIUSTIZIA | 17/01/2014 | 09:18
Tutto è fermo, immobile, ormai da troppo tempo. Mauro Da Dalto è uno dei corridori che aspetta di essere giudicato per l’ormai eterno “caso Mantova” e che nessuno sembra avere fretta di giudicare. 
La sua vicenda è finita nelle maglie dell’inchiesta della procura mantovana scattata nel dicembre 2008 «per tre righe di intercettazione»: è accusato per un viaggio, in compagnia di Alessandro Ballan, dal dottor Guido Nigrelli nel marzo del 2009 durante la Tirreno-Adriatico.
Sono passati cinque anni e mentre la parola fine per questo processo tarda ad arrivare, Mauro non è riuscito a farsi rinnovare il contratto dalla Cannondale: tra avvocati che puntano alla prescrizione e lungaggini burocratiche, il timore di dover chiudere la sua carriera nel peggiore dei modi si fa sempre più concreto.

I tuoi colleghi sono pronti a partire per una nuova stagione: tu come stai trascorrendo questi giorni? 
«La bici non l’ho abbandonata, ma ho dovuto rispolverare il mio diploma e così ho iniziato a lavorare per alcune aziende vinicole della mia zona. La voglia di tornare è tanta, ma se come temo il 24 gennaio (data della prossima udienza, ndr) non si arriverà a un giudizio definitivo, il mio sogno di continuare ad essere un corridore professionista andrà inesorabilmente a morire».

A che punto siamo in questa intricata vicenda? 
«In una fase di stallo che ormai va avanti da troppo tempo. Sto aspettando di sapere se sarò condannato o meno solo per essere stato semplicemente in macchina con un collega. Per questo - e non c’è nient’altro sul mio conto nei faldoni di Mantova - sono stato interrogato due volte dai giudici, una delle quali per mia espressa volontà perché volevo capire cosa pendeva sulla mia testa, senza mai essere arrivati a un punto. Capisco che i tribunali siano oberati di lavoro, ma possibile che per tre righe di verbale nessuno abbia avuto ancora tempo di giudicarmi? Ho capito che gli avvocati la stanno tirando lunga perché finisca tutto in prescrizione, ma non è giusto che gente come me ci vado di mezzo. Ho chiesto consiglio all’avvocato Scaglia dell’Assocorridori per trovare un modo per venirne fuori in tempi più rapidi, ma la soluzione migliore che offre la giustizia italiana nel mio caso è la rinuncia alla prescrizione che - pensate un po’ - richiede almeno altri due anni di tempo. Assurdo no?».

Che opinione ti sei fatto della giustizia sportiva?
«Guarda, conviene che non mi esprima sinceramente, perché sono uno molto schietto e ci andrei giù troppo duro. Io chiedo solo di essere giudicato e mi arrabbio perché se avessi davvero commesso un illecito grave, come altri hanno fatto in questi anni, mi sarei beccato al massimo due anni di squalifica e ora sarei di nuovo in gruppo. Me la sarei sbrigata prima se mi avessero trovato positivo ad un controllo! Il problema è che ormai nel nostro mondo si punta il dito contro chiunque con troppa leggerezza, anche in casi come questo in cui è chiaro che il doping non è il cuore della questione. Ci sono in ballo interessi più grossi, se non fosse così questa pantomima non andrebbe avanti da cinque anni. Se devo dirla tutta, ormai sono scettico e deluso perché sto vivendo una situazione paradossale ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Spero davvero di non dover appendere la bici al chiodo così, senza averlo scelto io, mi dispiacerebbe troppo».

Giulia De Maio
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