Botta&risposta con Claudio Corti

PROFESSIONISTI | 26/11/2013 | 09:17
Il ciclismo italiano è sempre più in crisi, quello colombiano al contrario sta vivendo forse la sua massima esplosione.
«Sì, la Colombia ha vissuto due annate molto buone. Il nostro pae­se può vantare un campione come Nibali e giovani emergenti, la Co­lombia oggi ha 3-4 atleti di livello e giovani come quelli della mia squadra che rappresentano il nuo­vo che avanza. In Sudamerica al momento c’è molto più entusiasmo rispetto a noi».
La tua squadra è affiliata in Italia, spiegaci questa scelta.
«Bisogna fare le cose per bene, an­che se hanno i loro costi. Avendo un contratto con il governo colombiano non avrei mai potuto fare accordi con società estere o fittizie, per di più in Italia si può lavorare bene, tenere i ragazzi per lunghi periodi grazie ai permessi di soggiorno come lavoratori subordinati, senza il rischio di problemi negli spostamenti. Detto ciò in verità non ci sono altri benefici, ma solo costi perché né la FCI né la Lega ci aiutano».
Soddisfatto del 2013 della tua Co­lombia?
«Si vorrebbe sempre un po’ di più dal punto di vista dei risultati, dei numeri da elencare, ma nel complesso sono contento del rendimento della squadra e della crescita dei ragazzi. Abbiamo portato a casa tre vittorie, ci siamo ben comportati al Giro, dimostrando di esserci anche nella terza settimana e conquistando il caloroso supporto del tifo colombiano e italiano».
Il momento più bello?
«L’8 gennaio, quando siamo stati ufficialmente selezionati per il Gi­ro d’Italia. Per noi è stato davvero un grande risultato. Il ritorno di una squadra colombiana nei grandi giri dopo più di vent’anni ha avuto una incredibile risonanza oltre oceano e per me è stato motivo di orgoglio. Un altro ricordo prezioso è stata la vittoria di tappa di Atapuma al Giro di Polonia, una gara WorldTour, che ha suggellato il rendimento di tutta la squadra».
Il più brutto?
«La caduta di Chaves al Laigueglia il 16 febbraio. Da allora è infortunato, non riesce ancora a muovere bene il braccio destro ma finalmente vede la fine del tunnel. L’an­no prossimo passerà alla Orica GreenEdge, fa parte del gioco che qualcuno ci lasci e vedere che i nostri ragazzi sono richiesti dimostra che abbiamo fatto un buon lavoro. Noi abbiamo un esercito pronto a sostituire chi va via, ci sono tanti giovani che scalpitano».
La sorpresa?
«Più che sorpresa è stato una conferma: Edwin Avila. Un cor­ri­do­re piccoletto, che arriva dalla pista e ha doti non in­differenti. L’abbiamo schie­rato al Giro d’Italia e, nonostante la minima esperienza su strada, l’ha portato a termine. Ha avuto poche possibilità di disputare vo­late adatte al suo potenziale, ma credo nei prossimi anni vincerà sprint nei grandi giri. Ha un carattere straordinario, è un lottatore ed è sempre su di morale».
I tuoi ragazzi ora sono tornati in Colombia?
«Sì, dopo parecchi mesi è giusto tornino a casa. A metà dicembre riprenderemo la preparazione vera a propria con un primo raduno al centro di Alto Rendimento di Bo­gotà, una struttura del Ministero dello Sport con campi di allenamento per ogni disciplina a 2700 mt. Inizieremo la stagione per la prima volta a gennaio al Tour de San Luis in Argentina».
Quali corridori ave­te arruolato?
«Rubiano Chavez che arriva dall’An­droni, ha già vinto una tappa al Giro due anni fa, ha costanza di rendimento ed esperienza, quella che serve ai nostri giovani, tra cui troviamo i tre prescelti in collaborazione con i tecnici colombiani. Diaz è del ’94, ma non sono pazzo a farlo passare tra i pro a soli 20 anni perché ha dimostrato talento: noi, il comitato olim­pico e i dirigenti nazionali vo­gliamo si inserisca il prima possibile nel ciclismo europeo. Lo stesso vale per Paredes, che si è messo in luce vincendo i Giochi Panameri­ca­ni ed è un ragazzo molto serio e diligente. Pantoja infine in salita è a livello dei migliori, non dico di Quintana ma è sulla buona strada. A questi tre giovani ne affiancheremo altri due».
Per un Chavez che arriva, c’è un Chaves che va.
«Se Esteban non si fosse fatto ma­le, avrebbe portato in cascina sicuramente qualche vittoria, l’anno scorso è arrivato primo a Burgos e a Camaiore. Oltre a lui ci lascerà Atapuma che va alla BMC, mentre Suarez, Rodriguez, Marentes e Ospina torneranno in Colombia».
Puoi svelarci qualcosa della nuova maglia?
«Non amo i cambiamenti, quindi resterà più o meno quella prodotta da Nalini per il 2013, che piace e ben rappresenta il legame del team con la Colombia (l’80 per cento del­la squadra è finanziata dal Mi­ni­stero dello Sport colombiano, ndr). Per le bici abbiamo rinnovato l’accordo con Wilier».
Tra 365 giorni sarai felice se...?
«Se continueremo il nostro percorso di crescita. Per il 2014 il Giro resta l’obiettivo principale, ma spero - anche per i ds e lo staff che lavorano sul campo - di avere la possibilità di disputare addirittura due grandi corse a tappe».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di novembre
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COMMENTI
a Claudio
26 novembre 2013 13:04 angelofrancini
Siamo stati insieme nel Cd della Lega con presidente Fusaro.
Mi spieghi come le tue affermazioni combacino con il fatto della presenza della tua squadra nella classifica del Campionato Italiano a squadre professionisti (idem per la Lampre)?
Ma quanto deve andare avanti questa pagliacciata: perché continuate a permettere queste cose?
Quali vantaggi avete?

Italiana
26 novembre 2013 15:13 Acqua77
Ma la squadra di Corti non è una delle poche che ha sede in Italia? Certo che deve fare il Campionato ,

ad Acqua77
26 novembre 2013 16:50 angelofrancini
La Legge italiana (istitutiva del CONI) prescrive, sulla base di disposizioni comunitarie vincolanti tutti i Paesi aderenti, che una società sportiva possa avere la propria sede in un paese diverso (purché appartenente all’area comunitaria europea) da quello in cui opera ai fini sportivi.
Tale norma chiaramente deve essere letta anche in senso inverso: ossia una società sportiva avente sede sportiva in un Paese comunitario diverso dall’Italia, potrebbe porre la sede finanziaria in Italia.
Mi chiedo però, in applicazione della seconda ipotesi, quale possa quel pazzo di amministratore che scelga di porre la sede della propria società di capitali nel Paese europeo in cui la tassazione è la più elevata di tutta Europa?

Ora premesso che nulla ho contro Claudio Corti, né contro la Lampre, e con quanti altri eventualmente agiscono in tale devianza, chiedo solamente come mai ad una società sportiva (che risulta affiliata alla Federazione Ciclistica Colombia) sia consentito di dichiarare, ai fini gestionali, la propria sede in Italia essendo riconosciuta dalla Federazione Ciclistica Italiana?
Il problema non è quello che fa Corti, ma quello che la FCI-LCP permettono avvenga.

Ribadisco quanto appare sul sito UCI 2013:

COLOMBIA – Squadra Continentale Professionale UCI
Affiliata alla Federazione Ciclistica Colombia
Appartenente all’ UCI America Tour
Sede : Traversa di Via Provinciale nr. 1
25030 ADRO (BS) – Colombia

Giova ricordare inoltre quanto sancito dallo:

STATUTO Comitato Olimpico Nazionale Italiano
Adottato dal Consiglio Nazionale il 3 luglio 2012
Approvato con D.P.C.M. Presidenza del Consiglio del 17 settembre 2012
Art. 29 – Ordinamento e riconoscimento delle società ed associazioni sportive
3. Le società e le associazioni sportive possono stabilire la loro sede ai fini dell’ordinamento statale in ognuno degli Stati membri dell’Unione Europea, purché, ai fini del riconoscimento sportivo, la sede sportiva sia stabilita nel territorio italiano.

Come consueto alla fine uscirà una deroga che dirà che una squadra appartenente per l’UCI all’America Tour (leggasi classifiche UCI al 25/11/2013) possa partecipare al Campionato Italiano di Società a squadre professionistiche.

Poi in questa Federazione si sa come finisce: non si muove foglia che …… non voglia!


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