DUE DOMANDE. CORSA ALLA PRESIDENZA FEDERALE. 2a parte

| 09/01/2013 | 12:28
Sabato prossimo a Levico Terme scopriremo il nuovo numero uno della Federazione Ciclistica Italiana. Per farveli conoscere meglio, abbiamo intervistato i sei candidati alla presidenza della FCI: Salvatore Bianco, Davide D'Alto, Rocco Marchegiano, Claudio Santi, Gianni Sommariva e il presidente uscente Renato Di Rocco. Come faremo fino alle elezioni del prossimo 12 gennaio, anche oggi vi proponiamo le loro risposte ad altre nostre "due domande".

3. La parola d’ordine – oggi – è multidisciplinarietà. È davvero questa la panacea di tutti i mali?

Salvatore Bianco. «È la panacea di molti mali, non di tutti. È fondamentale perseguirla ma senza le imposizioni che la gestione Di Rocco (con le "domeniche alternative") ha riversato sulla base. Facile costringere il piccolo organizzatore a fare o non fare qualcosa, più difficile essere coerenti a livello politico: e mi risulta ad esempio che la nazionale juniores della pista non sia stata mandata a fare i Mondiali in Nuova Zelanda, perché di colpo non c'erano i fondi per la trasferta. La pista va rilanciata non tanto con l'obbligo della domenica alternativa, ma dando linfa a un progetto organico come poteva essere quello di Silvio Martinello, chissà perché frettolosamente cestinato dopo tanta propaganda; allo stesso modo bisogna spingere per il fuoristrada, rendendo conveniente farlo (penso a un sistema di punteggi che premi le società), piuttosto che vietando di organizzare gare su strada».

Davide D'Alto. «È il termine oggi a sorprendere. È sempre stata una buona soluzione a tutti i problemi di reclutamento, per molti anni (tempo fa) anche in Italia. E oggi, soprattutto altrove, è un ottimo metodo per formare atleti completi e capaci di affrontare ogni tipo di competizione. Da noi non può essere una panacea semplicemente perché l'attività multidisciplinare "spontanea" quasi non esiste. È chiaro che esistono tante realtà che la praticano ma non è la scelta italiana per eccellenza. L'occasione perduta data fine anni Ottanta. Chi dirigeva la FCI allora non ha pensato alle nuove specialità come a una risorsa ma a una moda. Il settore mtb, per esempio, si è sviluppato (è stato aiutato a svilupparsi) recuperando ex professionisti della strada a fine carriera, l'esatto opposto che in altre nazioni. Solo di recente si è cominciato a parlare di modello multidisciplinare ma a mio avviso in maniera non corretta. Un ultimo appunto: la multidisciplinarietà non è il contrario della specializzazione ma una via più breve per raggiungere in modo più divertente e meno noioso gli stessi traguardi formativi (abilità, resistenza, ecc.)».

Renato Di Rocco. «Non è la panacea, ma sicuramente è parte essenziale del cambiamento di mentalità e metodi nella formazione del ciclista moderno se vogliamo stare al passo con le nazioni oggi all’avanguardia. Il settore femminile è più avanzato nella polivalenza rispetto a quello maschile e i risultati si vedono, ma Viviani è un modello destinato a fare sempre più proseliti».

Rocco Marchegiano. «Sono tanti decenni che si parla di multidisciplinarietà, ma se guardiamo il nostro sport i problemi di proselitismo sono rimasti sostanzialmente gli stessi del passato. Non c'è dubbio che un giovane deve avere l'opportunità di usare la bicicletta in tutti i settori che offre il mondo delle due ruote. Non bisogna però dimenticare che con l'avanzare degli anni e i passaggi di categoria, lo sport moderno richiede sempre di più la specializzazione».

Claudio Santi. «Veramente è la parola d'ordine da sempre, ma purtroppo oramai è tardi per rispettarla. Siamo una Federazione Olimpica e beneficiamo di soldi pubblici per partecipare ai Giochi, quindi per promuovere tutte le discipline coinvolte nelle Olimpiadi (fuoristrada, pista, strada) e Paralimpiadi».

Gianni Sommariva. «Non penso. La Federazione non può obbligare le squadre a fare niente, al contrario deve rendere le manifestazioni ancora più appetibili così che i corridori abbiano piacere a parteciparvi. Vent'anni fa abbiamo inventato la Coppa Italia e siamo diventati padroni della pista, non servono idee geniali ma buona volontà per promuovere discipline oggi non popolari e dobbiamo ricordarci che i campioni arrivano dalle società non dalla nazionale».
 
4. Che idea si è fatto del doping e dei tempi della giustizia, sia di quella ordinaria che di quella sportiva? È favorevole a privare per sempre della maglia azzurra chi ha subito una squalifica superiore ai sei mesi?

Salvatore Bianco.
«Mi sembra che si sia già andati oltre, privando della maglia azzurra anche atleti semplicemente indagati, e poi magari risultati assolti, vedi il caso di Fabrizio Macchi. Mi pare che certe misure severissime siano più sensazionalismo che altro. La via di un Passaporto Biologico rafforzato è invece una soluzione a mio parere più seria e duratura».

Davide D'Alto. «Nel 2010 ho proposto in consiglio federale questa misura (non retroattiva e non perpetua) che fu approvata e poi applicata fino al 2005, anno in cui fu abolita. Ritengo che non sia servita a nulla, visto ciò che è accaduto dopo. Sono contrario.».

Renato Di Rocco. «Sono più che mai convinto che per contrastare un fenomeno così esteso e complesso sia indispensabile la collaborazione e la trasparenza tra tutte le componenti impegnate a combatterlo. Ho già detto che solo lo scambio d’informazioni tempestivo può mettere in moto interventi e strumenti per accertare in tempi rapidi situazioni poco chiare o equivoche. Tuttavia è necessario che siano adottati gli stessi pesi e le stesse misure in tutto l’ambito sportivo. Lo zelo a senso unico, anche di alcuni magistrati, non mi convince e sicuramente non contribuisce ad affermare il principio che la “legge è eguale per tutti” posto a fondamento della certezza del diritto. Ciò detto e ribadito, forse non tutti hanno capito che il ciclismo, con l’esplosione del doping pregresso e il caso Armstrong ha sfiorato il punto di non ritorno. Solo la fermezza delle nostre scelte per la prevenzione del doping nelle categorie giovanili e la salvaguardia dei valori della maglia azzurra ha restituito credibilità e fiducia nel futuro».

Rocco Marchegiano. «Senza dimenticare che altre discipline hanno gli stessi nostri problemi, purtroppo dobbiano riconoscere che gli ultimi casi attestano che il doping farà riscrivere dieci anni di storia del nostro sport. Gli sviluppi della scienza devono permettere dei controlli antidoping più efficaci e che nello stesso tempo certifichino che i risultati sono il frutto del potenziale atletico e non di altro. Inoltre, gli avanzamenti scientifici dovranno permettere una maggiore rapidità di controlli e dei riscontri, agevolando gli organi di giustizia nell’assemure decisioni più certe e rapide nei casi di positività rilevati, fino all’esclusione dall’attività futura. Mi rendo conto che per debellare questo fenomeno serve un cambiamento significativo nella mentalità del personale (interno ed esterno) che si muove nell’ambito ciclistico, nonché una maggiore cultura sportiva a partire dalla base».

Claudio Santi. «No, i capisaldi della civiltà vanno mantenuti, assolutamente: una volta pagata la pena si riparte alla pari. Non ho una tale competenza in materia da poter commentare i tempi della giustizia ordinaria. Per quella sportiva ripartirei con un'amnistia e nuove regole: meno punizioni ma più serie e severe, più educazione, rispetto allo sport e a se stessi. Un salto culturale con controlli in istituti sanitari pubblici e una commissione extra FCI».

Gianni Sommariva. «Non ha senso parlare di tempistiche e questioni di altro tipo, se uno risulta positivo a un controllo antidoping deve essere fermato e stop. Invito davvero in maniera sentita il CONI a formulare una legge sul doping uguale per tutti gli sport e in tutti i paesi. Per quanto riguarda la seconda domanda non sono assolutamente d'accordo. Se uno va in galera per aver commesso una strage, scontata la sua pena ha a disposizione una marea di associazioni pronte a recuperarlo, nel ciclismo chi sbaglia invece viene nuovamente crocifisso. Non voglio giustificare nessuno, anzi sarei disponibile ad affrontare il discorso radiazione, ma per come sono le norme attualmente se uno ha scontato la sua pena per me deve essere trattato come un libero cittadino, con diritti e doveri uguali a quelli di tutti gli altri».

2a puntata - segue

a cura di Giulia De Maio


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