| 28/11/2011 | 08:52 Mettiamo che nasca un Ernest Hemingway e che sia appassionato di ciclismo. Mettiamo che, come molti grandi scrittori francesi, e ricordiamo per tutti Antoine Blondin che ci fu amico personale, abbia voglia o senta il bisogno artistico/sentimentale di esprimersi su un giornale per raccontare la straordinaria quotidianità di un Tour de France o di un Giro d’Italia. Lo farebbero scrivere, sui nostri giornali? Dire di sì pensando a Giovanni Arpino che in tempi abbastanza recenti ha scritto molto di calcio e qualcosa di ciclismo e di pugilato su La Stampa e poi, meno, su Il Giornale, è troppo facile e decisamente sbagliato. Perché stiamo parlando di ciclismo, e dai tempi di Arpino lo spazio lasciato al ciclismo sui giornali politici e ormai anche sui giornali sportivi è diminuito di molto. Intanto che lo stato della nostra cultura si è immiserito, al punto che siamo purtroppo certi che neanche un Cervantes redivivo troverebbe adesso spazio (e compensi decenti) per narrare la avventure donchisciottesche dei suoi beneamati ciclisti.
Attenzione, scriviamo queste cose in chiave di curiosità, se volete di piccola indagine innocua, non di nostalgia dei tempi in cui il ciclismo era “preda”, sui giornali, dei cosiddetti prolifici cantori. I quali erano sgrammaticati ancorché amorosi, fatte ovviamente le debite (poche) eccezioni, e scrivevano di uomini e vicende che non vedevano con i loro occhi, perché stato delle strade e meccanica delle auto cospiravano contro eventuali, eventualissime velleità di stare addosso alla corsa, di privilegiare la testimonianza degli occhi rispetto alle seduzioni della fantasia, dell’immaginazione, dell’invenzione. Molti cantori (non Orio Vergani, che era soprattutto uno “di fuori” occasionalmente imbrancatosi al seguito di una corsa) arrivavano spudoratamente ma sempre amorevolmente a riferire di loro dialoghi in corsa con i campioni: i quali campioni davano, intanto che pedalavano magari in alta quota e nelle intemperie, notizie della loro salute, della loro strategia di gara, e annunciavano sfracelli o partecipavano il timore di una cotta. Tutto veniva pubblicato, tutto veniva letto religiosamente. Erano tempi bellissimi, davvero.
Passo alla prima persona, davvero obbligatoria, per dire che mi è occorso, nella mia alba giornalistica ciclistica, di conoscere e frequentare non pochi di questi cantori, quasi tutti signori anziani e però ancora pieni di amore per il mondo della bicicletta, nonché cortesi con il neofita bambino che ero. Con uno fra i più celebri presi subito l’abitudine, al mio primo Giro d’Italia, anno 1959, di formulare al via di ogni tappa il mio augurio: “Buona giornata e buon lavoro”, gli dicevo con deferenza autentica. E lui, sempre: “Grazie caro, ti leggo”. Senza ovviamente sapere chi io fossi. Io giovane esordiente al Giro volevo vedere il più possibile i corridori, loro che comandavano la rotta e soprattutto i tempi all’autista, cercavano dal primo all’ultimo chilometro di stare lontani dal polverone, comunque dal mucchio, dalla confusione, diciamo anche dal rischio. Si viaggiava sempre davanti, molto davanti al gruppo, per intercalarci fra uno o più fuggitivi e il cosiddetto plotone bisognava che ci fossero tanti minuti di distacco. Non era ancora l’Italia delle autostrade e dunque bisognava approfittare almeno della chiusura del traffico sul percorso, per procedere con sicurezza e se del caso rapidamente (adesso si va subito, più veloci della luce, in sala-stampa, a fare la cuccia davanti alla televisione). Per vedere i corridori dovevo salire su una motocicletta e arrivare intriso di pipì, visto che la nuvola atomizzata di urina spray, urina di corridore-che-la-fa-in-corsa, era una appendice fantozziana fissa della corsa, un must quasi lustrale.
Torno ad Hemingway. Facciamo finta che un grande giornale gli faccia adesso un gran bel contratto per avere i suoi resoconti dal Giro. Di cosa scriverebbe? Il ciclismo è anche una corrida, ma ogni spettatore “dal vivo” ha una visione rapida, subliminale di essa, e basta. Il nostro Hemingway salirebbe allora su una motocicletta? O pretenderebbe un’auto con il permesso speciale di starsene fra i corridori? E se poi gli stessi corridori da questa auto venissero sbattuti fuori strada (memorie dell’ultimo Tour), almeno godrebbero una descrizione del loro incidente fatta da una grande penna? Comunque Hemingway scriverebbe più di uomini in corsa o di uomini ai lati della strada? Dell’Italia riferirebbe, “pennellerebbe” gli splendidi panorami superstiti o le brutture in crescita costante? E c’è poi la grande domanda: sarebbe, questo Hemingway, letto, seguito, apprezzato? O dovrebbe soccombere egli pure alle immagini televisive, che frugano dove lui con tutta la sua arte, con tutto il suo mestiere, non può arrivare?
Mi rendo conto che sin qui ho fantasticato, ho zigzagato, rischiando quella creazione e fornitura di aria fritta tipica purtroppo di tanti articoli. Un Hemingway non c’è più, e se ci fosse chissà a cosa si dedicherebbe, mi vien da dire. Poi però mi proclamo certo che almeno non applicherebbe il suo talento, la sua brama feroce e nobile di raccontare, ad una partita di calcio: troppo facile, fra l’altro si vede tutto, ed è un tutto che tutti vedono. Finirebbe, lì, per scrivere come tutti cosucce di comodo e al massimo potremmo dire alla latina che “quandoque bonus dormitat Homerus”, di tanto in tanto sonnecchia anche il buon Omero. Finisco dicendo che il ciclismo si meriterebbe comunque le attenzioni, gli entusiasmi, la poetica, la fantasia di un Hemingway o chi per esso. Il ciclismo dei cuori semplici e della chimica contorta, delle gambe segnate dalla fatica e delle braccia cotte dal sole, il ciclismo al quale si può appiccicare qualunque fantasia, adesso come un tempo, con la certezza di non prevaricarlo mai e intanto di essere sempre in debito con lui. Di più non so scrivere. Sono mica un Hemingway.
Uno dei due. Non ricordo. Ma Hemingway nelle pagine finali di uno di questi racconta di quando, capitato nei Paesi Baschi, si imbatté nei corridori del giro omonimo e si sofferma nella descrizione di alcuni corridori e delle loro abitudini. Interessante, molto interessante, tenuto conto che, all'epoca, il ciclismo era quanto di più lontano ci fosse per un americano anche se la permanenza a Parigi dello scrittore lo aveva sicuramente già messo in contatto con l'ambiente del Tour de France.
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